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venerdì 29 maggio 2026

INCUBI E DELIRI

 




Incubi e deliri – Stephen King –

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

"Non sei tu a possedere il tempo, ma è il tempo che possiede te".

Si è concluso così il mio ottavo viaggio di 855 pagine sulla nave del Re: Quattro mesi immersa nella nebbia del Maine tra Incubi e deliri.

Navigare tra terrore e soprannaturale dei vari racconti è stato intenso e pieno di sensazioni contrastanti.

Non è tra le mie opere preferite di King, ma in esso ho trovato dei pezzi unici che ho adorato.

Mi sono persa nel deserto con la vendetta de la cadilac di Dolan.

Ho amato la follia e la stranezza del il dito e di denti chiacchierini.

Ho avuto paura in Popsy, dove all'improvviso il predatore diventa preda.

In parto in casa ho trovato il brivido delle paure primordiali mentre in Hanno una band dell'altro mondo ho adorato l'ambientazione maledetta, la casualità, l'esplorazione delle leggende del rock.

Il viaggio, però, ha avuto qualche battuta di arresto. Alcuni racconti non mi sono piaciuti: troppo lenti o cervellotici, embrinali, poco chiari o estremamente enigmatici.

Eppure, nonostante le pause e la stanchezza, non ho mai pensato di chiudere la porta.

Perché c'è qualcosa di magico nelle sfumature di King che tiene inchiodati alle pagine, fino all'ultima riga.

Il colpo di grazia? La fine. Quelle note mi hanno lasciato addosso una malinconia inaspettata.

La Genesi di ogni incubo e i fili che si intrecciano legando ogni storia mi hanno fatta sentire parte di un disegno più grande.

Forse ogni storia è la chiave di una parte del suo grande multiverso.

È stato come un giro di giostra: una volta a terra, ho avuto subito voglia di fare un altro giro!

Mi è piaciuta molto anche l’intervista alla fine perché mostra l'uomo che si nasconde dietro al mito.

Più di ogni altra cosa, ho adorato il fatto che mi ha fatto viaggiare indietro negli anni pensando a zio Tibia, mitico presentatore di creepshow dei fumetti horror anni '50.

Sono già pronta per il mio prossimo viaggio con King: la tempesta del secolo mi attende!

 

genere: horror

anno di pubblicazione: 1993

pagine: 849

editore: Sperling & Kupfer

giovedì 28 maggio 2026

L'ANIMA DEL MONDO

 




L’anima del mondo -  Alejandro Palomas

Recensione a cura di Miriam Donati


Otto Stephenson e Clea Ross entrano nello stesso giorno in una prestigiosa residenza di riposo per anziani benestanti.

Clea, novantenne, brillante musicista in gioventù, ha sacrificato la sua carriera per rimanere all'ombra del marito. Dotata di un vivace senso dell'umorismo, possiede un'ironia pungente, disinibita e affascinante quando vuole, ma spietata con tutto ciò che ritiene spregevole.

Otto, di età simile, è un uomo seducente che conserva il fascino e il glamour della giovinezza.

Si dividono le cure di una giovane badante, Ilona, ferita dalla vita, delusa, e soprattutto sola; nasconde un passato terribile nella sua Ungheria natale, segnata dal terrore sovietico. È una donna sballottata dal destino. A Barcellona ha incontrato Miguel. Oltre ad aver vissuto un grande amore, lui le ha insegnato il mestiere di liutaia. La loro felicità è stata interrotta dalla malattia della madre di Ilona che ha dovuto tornare a Budapest per assisterla e rimanervi a lungo.

La vita può essere molto noiosa per chi ha visto e vissuto molto e Otto con la sua aria scanzonata cerca di entrare nelle grazie della scontrosa Clea, che vuole solo godersi gli ultimi sprazzi della vita in pace, ma soprattutto in solitudine.

Otto però non demorde fino a quando giungono a uno strano accordo, un contratto redatto dalla stessa Clea che sancisce i termini della loro frequentazione. Un passaggio molto esilarante e ironico allo stesso tempo.

Clea, secondo me, è il personaggio più riuscito: è una donna molto testarda, persino scortese, che a volte sorprende con inaspettate manifestazioni d'amore o affetto. Spesso caustica, cinica, quasi sempre ironica, una vita sofferta alle spalle, scaglia degli affondi che centrano sempre l’obiettivo smascherando gli interlocutori. Impossibile con lei fingere o divagare.

Ilona trascorre le mattine con Clea, che si addolcisce gradualmente man mano condivide con lei frammenti della sua vita; allo stesso tempo, Ilona le rivela il suo passato e la sua storia. Sua madre è morta da poco, ma troppe sono le cose non dette, gli abbracci mancati, le carezze perdute per una ragazzina resa fragile e costretta a crescere troppo in fretta in un Paese dove ogni libertà è stata per sempre negata, soppressa.

Ilona dedica i pomeriggi a Otto, che, venuto a conoscenza della sua abilità di liutaia, le propone la costruzione di un violoncello da realizzare insieme e questo compito diventa la cosa più importante nella vita dell'anziano. Ilona ha altri interessi: ricostruire il suo rapporto con Miguel, ma accetta dedicandosi all’incarico con impegno. Queste ore contribuiscono a creare un rapporto unico tra loro. Ilona ascolta con cautela e rimane in silenzio di fronte alle storie raccontate, ma allo stesso tempo inizia a svelare il mistero con cui inizialmente le aveva accolte e, ironia della sorte, chi si prende cura degli altri diventa a sua volta accudita.

Clea e Otto iniziano a frequentarsi e nel mentre si raccontano, passo dopo passo si scambiano confidenze sempre più profonde, fino a toccare le corde più dolorose del loro vissuto. Un viaggio a ritroso nel tempo tra amori, delusioni, speranze, una porta aperta sulle loro anime tra momenti di sconforto e profonda malinconia.

Anche se entrambi sono molto presi da questa nuova amicizia non disdegnano battute taglienti infarcite da pura ironia, la verità può essere molto scomoda, lo sa molto bene Clea, lei non si cura più dell’etichetta e non cede a falsi moralismi, è intenzionata a vivere la vita che le resta con tutte le sue luci e le sue ombre.

Il puzzle che l'autore costruisce con la relazione tra questo triangolo di personaggi ha la musica come filo conduttore e rivela la biografia individuale di ognuno di loro. Tutti e tre sanno bene cosa significa vivere con i silenzi, il non detto, il non espresso, l'immaginato, il dato per scontato, le mezze verità, l'atteso, il negato.

Il romanzo offre un'immersione avvincente nella natura umana, nella sofferenza e nella felicità, nell'amore, nel dolore e nella perdita.

I personaggi sono ben delineati, con una complessità che permette una messa in scena credibile e profonda, drammatica e commovente. Le emozioni provate dai tre protagonisti sono descritte con dovizia di particolari e l'autore le porta in vita sulla pagina con delicatezza. Per tutto il romanzo, un intrigante intreccio di prospettive si snoda nella trama, ricreando i diversi punti di vista dei personaggi, in particolare di Clea e Otto.

La trama originale, sapientemente sviluppata dall'autore, il ritmo narrativo e i personaggi ben delineati rendono L'anima del mondo una lettura coinvolgente.  Palomas alterna con maestria voci, tempi e luoghi, e l'enorme peso emotivo della storia non gli impedisce di essere avvincente come qualsiasi altro romanzo realistico, utilizzando uno stile raffinato e lirico, capace di commuovere il lettore.

È un racconto emblematico ed emozionante, una dichiarazione d’amore per l’arte e la vita, Clea e Otto ci insegnano che nonostante il male di vivere, a questo mondo vale sempre la pena di tentare di trarre gioia dalla vita. Bisogna rivolgere lo sguardo in avanti, portando con sé non il peso del passato, ma il ricordo di cosa è stato, con la speranza nel cuore.

È un romanzo delicato, intriso di una particolare sensibilità, commovente in alcune pagine, straziante in altre. Il sentimento predominante è quello della solitudine, quel tipo di solitudine che accompagna le persone anche quando sono circondate da altri. Soprattutto è una storia piena di speranza, bella e vibrante, dove si intrecciano dolore, umorismo, amore, amicizia e la lotta per guarire le ferite del passato. Dove si riscoprono le seconde possibilità e la capacità di vivere anche quando si credeva che la felicità fosse impossibile.

L’autore ha reso omaggio agli anziani per la loro capacità di parlare della morte, della vecchiaia, insomma della fase finale senza ridurre la vita a un'eterna attesa, e che "condividere il dolore è come accordare il cuore" e permette all'anima di parlare, rimediando ai silenzi che incrinano i legami.

 

Genere Narrativa

Anno di pubblicazione 2011

pagine: 304

editore: Neri Pozza


mercoledì 27 maggio 2026

DOVE CADONO LE COMETE

 




Dove cadono le comete - Vito Di Battista - 

recensione a cura di Connie bandini


Nel romanzo di Vito di Battista – abruzzese, classe 1986 – ci sono un paese affacciato sul mare, le palafitte dei trabocchi, una comunità stretta attorno alle proprie abitudini e tre figure centrali, Olimpo, Anita ed Emma, che attraversano la Seconda guerra mondiale portandone i segni.

Ma non c’è solo questo. La storia è, prima di tutto, una riflessione sulla memoria e sulla necessità di raccontare. Raccontare come atto di resistenza al tempo, come antidoto alla scomparsa, come tentativo di salvare ciò che la Storia travolge. Le vicende individuali si intrecciano ai grandi eventi, ma non vengono mai schiacciate da essi; al contrario, è la vita minuta di un paese a diventare lente attraverso cui osservare la guerra, il dolore, le perdite e i cambiamenti.

Sviluppandosi lungo un arco temporale ampio, che va dagli anni Trenta fino ai Settanta, la vicenda segue il percorso di Olimpo, uomo mite e incline alla scrittura, che riesce a sottrarsi al destino paterno grazie alla parola. Accanto a lui c’è Anita, segnata nel corpo e nello sguardo da un incidente che la rende diversa agli occhi degli altri, ma non meno desiderabile né meno viva. E poi c’è Emma, figura marginale e insieme centrale, donna marchiata dal giudizio collettivo, portatrice di una sofferenza silenziosa che trova spazio solo nell’accudimento e nella dedizione.

La prosa dell’autore abruzzese ha un andamento fortemente orale, ritmato, fatto di ripetizioni, incisi, ritorni. Il narratore sembra parlare al lettore come farebbe una voce antica, che conosce già la fine delle storie ma sceglie di raccontarle lo stesso. Questo stile restituisce l’anima del paese: una comunità dove nulla accade davvero in solitudine e dove ogni destino è legato a quello degli altri.

È un microcosmo attraversato da vivi e morti, da chi resta e da chi parte, da colpe taciute e gesti di generosità improvvisa. La guerra, quando arriva, non fa che rendere più evidente la fragilità di equilibri già precari, portando alla luce ciò che era rimasto sepolto sotto la consuetudine.

Il romanzo riflette anche sul valore dell’immaginazione, che non va intesa come fuga, ma come strumento per dare forma a ciò che non ha trovato spazio nella realtà. Le storie scritte e raccontate diventano una promessa: quella che nulla vada perduto del tutto. 


genere: narrativa

anno di pubbòlicazione: 2025

pagine: 353

Editore: Feltrinelli


lunedì 25 maggio 2026

A CIASCUNO LA SUA COLPA

 




A ciascuno la sua colpa  - Simonetta Locci -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: l'indagine riguarda la morte di Cinzia. La moglie di Gionni amico di Viola la quale crede fermamente nella sua innocenza. Ma il maresciallo Mirco Benelli ha piu di un elemento per sospettarlo. Sullo sfondo ma neppure troppo i rapporti tra Viola Mirco e Gionni. 

 

🔥Punto di forza: i personaggi principali innanzitutto. Elisa/Viola, Alex, Mirco, Gionni. Ma anche i tanti personaggi che gravitano attorno ai protagonisti. Poi la storia che la Locci ha costruito. Semplice ma coinvolgente, vivace e che riserva più di un colpo basso. In questo volume forse la mano è andata giù un po’ meno pesante (nel secondo il finale è più "doloroso") anche se non mancano anche qui suspense e sorprese. 



🙁Punto debole: l'unico che personalmente rilevo è che le serie mi piacciono quando hanno una estensione...limitata. Per quanto mi riguarda difficilmente vado oltre il quarto volume. Qua siamo a tre.... 



🏁Finale: il finale non chiude definitivamente tutte le questioni aperte anche se il caso viene risolto. Ci sono ancora molte situazioni in sospeso che aspettano di essere chiarite. Il cinismo ed il coraggio comunque all'autrice non mancano anche nella chiusura di questo volume. 



🎓Giudizio complessivo: 🌟🌟🌟🌟
L'ho già avuto modo di dire in precedenti occasioni ma lo ripeto volentieri: Simonetta Locci è un'ottima autrice. Ha già maturato una certa esperienza e sa come coinvolgere il lettore nella storia che sta raccontando. Nei suoi romanzi, almeno in questa ultima serie, c'è una vena gialla preponderante ma non solo. Hanno anche molto importanza i rapporti umani e le possibili dinamiche (non solo sentimentali) che possono nascere in un rapporto uomo donna. A ciascuno la sua colpa è il terzo volume di una serie (spero non esageratamente lunga) che si chiama Cuori in giallo. La Locci scrive bene, con cura ed attenzione.   È un dato di fatto e credo che possa ancora migliorare. La aspetto già, con grandi aspettative, ai prossimi romanzi. 


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 245

editore: Independently published

 


domenica 24 maggio 2026

VELOCEMENTE DA NESSUNA PARTE

 




Velocemente, da nessuna parte – Grazia Verasani -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

La trama: “Velocemente da nessuna parte” vede protagonista Giorgia Cantini, investigatrice privata bolognese quarantenne, disillusa e solitaria, abituata a occuparsi soprattutto di pedinamenti e casi legati a tradimenti sentimentali. Vive una quotidianità irregolare fatta di relazioni occasionali, musica rock e alcol. Questa volta, però, Giorgia si trova coinvolta in un’indagine molto più complessa. Dora, una donna legata alla vittima, le chiede di fare luce sulla scomparsa di Vanessa Liverani, detta Van, giovane prostituta e madre di un bambino di dieci anni, Willy. Van conduceva una vita marginale e isolata ed è sparita improvvisamente senza lasciare tracce. Poco dopo, il suo corpo viene ritrovato senza vita nella Grotta delle Fate. Per cercare di comprendere chi fosse davvero Van e cosa le sia accaduto, Giorgia inizia a leggere il diario personale della donna, entrando progressivamente in una rete di tensioni familiari, segreti mai risolti e dinamiche provinciali segnate da ipocrisia, violenza sommersa e rapporti profondamente compromessi. L’indagine si sviluppa tra una Bologna estiva, afosa e quasi immobile. Durante il percorso investigativo, Giorgia entra in contatto con Lena, madre di Van, donna concreta e ruvida, con il nonno Rolando, ex partigiano che si occupa del piccolo Willy, e con la figura più sfuggente e problematica del padre della ragazza, ancora segnato dal peso di un vecchio delitto passionale che continua a proiettare la sua ombra sulla famiglia. “Velocemente da nessuna parte” è un romanzo che affronta in maniera diretta e concreta alcuni temi centrali della contemporaneità: il disorientamento identitario, la precarietà emotiva, la difficoltà di costruire relazioni stabili e il senso di vuoto che attraversa molte esistenze urbane. Grazia Verasani si concentra soprattutto sull’analisi psicologica dei personaggi e sulle dinamiche relazionali che li legano. La protagonista si muove all’interno di una realtà metropolitana frammentata, caratterizzata da rapporti intermittenti, legami instabili e continue fughe emotive. La trama: Verasani preferisce lavorare sulla progressiva emersione delle tensioni psicologiche. Proprio questa scelta rende il romanzo credibile e coerente con il tipo di realtà che vuole raccontare. La narrazione punta sull’analisi dei comportamenti, delle fragilità e delle contraddizioni dei protagonisti. Verasani evita accuratamente il sentimentalismo ruffiano e non cerca mai di rendere i suoi protagonisti “simpatici” o facilmente giustificabili. Al contrario, ne mette in evidenza egoismi, paure, ambiguità e incapacità relazionali. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio la rappresentazione della precarietà emotiva come condizione esistenziale stabile. I personaggi sembrano incapaci di costruire un’identità definita perché vivono all’interno di una società che tende a rendere tutto temporaneo: relazioni, lavoro, prospettive future, desideri. Il titolo stesso sintetizza efficacemente questa condizione di movimento continuo privo di una reale destinazione. La sessualità viene raccontata senza idealizzazioni e inserita all’interno di rapporti spesso fragili e incompleti. Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Grazia Verasani ha una forte identità. È magnetica, splendida, bellissima, a tratti poetica, spesso cruda e graffiante. Un capolavoro di prosa che ahimé di questi tempi è difficile, davvero difficile da trovare in giro. Una prosa, la sua, caratterizzata da una forte originalità espressiva. Anche l’ambientazione urbana partecipa attivamente alla costruzione del clima narrativo accentuandone il senso di isolamento che accompagna i protagonisti. Grazia Verasani conferma la sua capacità di raccontare le fragilità contemporanee con lucidità. Anche per questo continua a essere una delle autrici che apprezzo maggiormente. Grazie per averci regalato un altro capolavoro che ho seriamente amato alla follia.


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2006

pagine: 223

editore: Marsilio


venerdì 22 maggio 2026

LA RAGAZZA DELLA LUNA

 




La ragazza della luna - Jacqueline Petralia -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Questo viaggio, lungo 241 pagine, è iniziato diversi anni fa su Wattpad e si è perfezionato sulla carta con l'esordio di un romantasy multi-POV, il primo volume di una dilogia.

Mi sono persa totalmente nel mondo magico creato da una scrittrice esordiente, oggi sedicenne, che racconta le fragilità umane senza filtri ideologici o morali.

Jacqueline mi ha ricordato che a volte i sogni diventano realtà e che non bisogna arrendersi mai di fronte alle difficoltà.

Si percepisce che la sua scrittura creativa è in continua evoluzione.

La trama si regge su un archetipo potente e intramontabile: la ribellione!

Alisia, la ragazza della luna, è costretta a fuggire sulla terra per sottrarsi ad un matrimonio reale combinato.

I suoi migliori amici Aurora e Josh la seguono in questo viaggio verso l'ignoto.

Determinati a vivere la loro vita, ad ogni costo, senza i privilegi e doveri reali, i tre disobbedienti rivendicano la loro libertà contro tutto e tutti.

Il punto di forza di questo romanzo sono i dialoghi tra i personaggi e la resa delle emozioni.

A quell'età ogni cosa, ogni singola decisione e ogni sentimento sono amplificati: l'odio, l'amore, l'amicizia, l'invidia, la paura, sono vissuti senza mezze misure e senza compromessi.

La scelta stilistica sacrifica deliberatamente le descrizioni ambientali, focalizzando l'attenzione sul flusso di coscienza totalizzante dei personaggi, sulle loro fragilità, sui dialoghi e sui temi cruciali.

Mancano le frasi brevi che spezzano il ritmo che però vengono compensate da capitoli più corti ed incisivi che creano delle pause naturali nella narrazione.

Queste scelte riflettono perfettamente l'urgenza espressiva e la freschezza di un'autrice adolescente.

È lo specchio di un periodo d'età in cui conta poco il "fuori", rispetto alla tempesta che si ha dentro!

È un invito a non dare per scontata l'adolescenza, a riconoscerne la loro purezza e la loro forza, e a riconsiderare l'intensità e autenticità di quel periodo della nostra vita!

Torno a casa con tanti interrogativi, stordita da quel mondo sospeso che attende il secondo volume per svelare il futuro dei protagonisti.

Affamata di nuove storie e in attesa di assistere ad altre evoluzioni su carta e artistiche, non resta altro da dire: In bocca al lupo, piccola grande guerriera di penna Jacqueline.


genere: fantasy

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 241

editore: La zona oscura

 


giovedì 21 maggio 2026

AMABILI RESTI

 




Amabili resti - Alice Sebold –

recensione a cura di Stefania Calà

 

Susie Salmon ha 14 anni quando viene stuprata, uccisa e smembrata da un serial killer in un campo di granturco, in Pennsylvania. Del suo corpo viene ritrovato solo un gomito. È questo l'incipit del romanzo, tutto inizia con la morte di Susie, che, subito dopo, si ritrova in una sorta di terra di mezzo (che lei chiama "il mio Cielo") dalla quale continua a osservare cosa succede sulla terra e cosa fanno le persone a cui ha voluto bene.

La prospettiva è senz'altro originale, così come la scrittura, fresca e disinvolta. Susie partecipa emotivamente allo strazio del padre, all'angoscia repressa della madre (che, a un certo punto, lascia tutto e abbandona la famiglia, trovando così il modo per non lasciarsi schiacciare dal dolore), al primo amore dell'adorata sorella, alla crescita del fratellino. Osserva anche il suo assassino, impunito e libero. 

Susie prova a manifestarsi ai suoi cari, a volte ci riesce, ma resta ancorata in quel limbo, sia perché lei non riesce a staccarsi completamente dalla terra e sia perché il suo ricordo è troppo vivido in coloro che l'hanno amata. 

Non è un romanzo semplice da definire, non è propriamente un thriller ma non appartiene neanche al genere del paranormale. È piuttosto il tentativo di capire cosa succede all'anima di una persona quando muore, come si muove il suo spirito, come (forse) resta ancora accanto a noi. 

Senza dubbio l'autrice, nell'affrontare tale tematica, è stata influenzata dallo stupro che lei stessa subì quando era giovane studentessa universitaria. 

Nonostante l'originalità della trama e la scrittura gradevole, il libro non mi ha convinta del tutto. L'ho trovato lento e a tratti superficiale, ma sono curiosa di vedere il film tratto dal romanzo nel 2009 diretto da Peter Jackson (Premio Oscar per "Il Signore degli anelli").

Voto 6/10

Cit. "Per noi la vita è un eterno ieri."

Cit. "Ecco come si fa, si vive nonostante tutto."

Cit. "Salvando quell'istante con la mia macchina fotografica avevo trovato un modo per fermare il tempo e trattenerlo. Nessuno poteva portarmi via quell'immagine, perché mi apparteneva."


enere: narrativa

anno di pubblicazione: 201

pagine: 345

editore: edizioni e/o

 


mercoledì 20 maggio 2026

IL MIO NOME E' ROSSO

 





Il mio nome è rosso – Orhan Pamuk -

recensione a cura di Francesca Simoncelli

 

“Perché se dentro di te, inciso sul cuore, vive il volto della persona amata,  
il mondo è ancora la tua casa” 

 “Il mio nome è rosso” lo potrei definire il libro delle prime volte: la prima volta che leggo un romanzo di uno scrittore turco, tra l'altro vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2006; la prima volta che mi imbatto in un racconto polifonico, formato da tanti capitoli, ognuno dei quali viene narrato da una voce diversa: personaggi differenti che raccontano secondo il loro punto di vista, tra cui la morte, Satana e il colore rosso, che ha dato il nome al libro; la prima volta che mi avventuro nel mondo orientale della miniatura e delle antiche tradizioni coraniche. 

Ambientato alla fine del 1500 ad Istanbul, questo libro è un intreccio di romanzo d'amore e giallo: la storia d'amore tra la bella Sekure e l'ex miniaturista Nero si sovrappone all'enigma della morte del miniaturista Raffinato Effendi, tutto contornato da descrizioni della città, del palazzo del Sultano e dall'antica arte della miniatura. 

 Interessante scoprire alcuni aspetti di una religione diversa dalla propria: un particolare che mi ha fatto riflettere è che per l’ Islam veniva  considerato peccato disegnare in modo realistico gli esseri viventi, perché solo Allah aveva questo diritto, mentre agli umani era consentito disegnare solo quello che la mente vedeva, non quello che l'occhio guardava, quindi erano vietati loro i ritratti e le prospettive. 

 A tratti il romanzo risulta lento, perché troppo minuzioso quando parla delle miniature, descrivendo dettagliatamente i disegni, anche se devo dire che ho trovato alcune narrazioni molto poetiche: “le migliaia di uccelli di ogni specie, tra cui la saggia upupa, il passero saltellante, l'inesperto nibbio, l'usignolo poeta; i gatti quieti e i cani irrequieti, le nuvole frettolose; le graziose erbette ripetute in migliaia di disegni, le rocce ombreggiate in maniera impacciata e le decine di migliaia di cipressi, platani, melograni con le foglie disegnate a una a una con la pazienza di Giobbe” 

La scrittura di Orhan Pamuk, piacevole e suggestiva, tiene sempre acceso l'interesse e, fino alla fine, ci si domanda: " Ma insomma…Chi è l'assassino? "    Ed inoltre “ Come finirà la storia d’amore tra Sekure e Nero? ” 

 Lungo il corso della narrazione, si impara a conoscere i personaggi, che all'inizio sembrano così lontani, provenendo da un'altra cultura. 

“Il mio nome è rosso " è un libro da assaporare, non certamente da divorare, per poter apprezzare appieno un'arte antica come la miniatura, nei suoi piccoli e significativi dettagli e le peculiarità di una tradizione lontana da noi nello spazio e nel tempo. 

 È L'AMORE CHE FA DIVENTARE SCIOCCHE LE PERSONE O SONO SOLO GLI SCIOCCHI AD INNAMORARSI?  

 AL BUIO LE PAROLE HANNO LE ALI 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1998

pagine: 456

editore: Einaudi

 


martedì 19 maggio 2026

LA FIGLIA UNICA

 




La figlia unica – Guadalupe Nettel – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Ho scoperto per puro caso questa giovane, interessantissima autrice messicana. In precedenza, ha pubblicato due raccolte di racconti, per cui questo è il suo primo romanzo.

Cominciamo dalla trama. Laura e Alina sono due ragazze messicane che si incontrano a Parigi, dove si trovano per motivi di studio. Ben determinate a realizzare qualcosa nella loro vita, rifiutano entrambe l’idea di seppellirsi nel matrimonio e soprattutto nella maternità. Ma nella vita reale, e questo romanzo è profondamente ancorato al reale, le cose cambiano. Rientrate in patria, Laura si sottopone a un intervento di legamento delle tube, mentre Alina si innamora, si sposa e decide diventare madre. Lo vuole a tal punto che, non riuscendoci, percorre ogni strada possibile per avere un figlio. Finché finalmente rimane incinta di Inès.

Mi fermo qui perché quel che segue merita di essere letto e vissuto insieme ai personaggi nella loro fatica quotidiana. Sono quattro le protagoniste: non solo Laura e Alina, ma anche la piccola Inès e Doris, la vicina di casa.

Si parla di maternità, di vita e di morte, di violenza. Ci racconta come sia normale che nella vita si gioisca e ci si disperi, si cada e ci si rialzi, si combatta e ci si arrenda. Guadalupe Nittel mette in scena l’amore, l’amicizia, la famiglia tradizionale e non con una scrittura che on ti molla mai.

Io, che non mi commuovo quasi mai leggendo un romanzo, confesso di essermi ritrovata con le lacrime agli occhi. Laura, che è la voce narrante del romanzo, è la testimone delle due storie, quella di Alina e quella di Doris e si rivela come un personaggio costruito con una profondità straordinaria.  In lei è personificato il passaggio tra la giovinezza e riflette le ambivalenze verso la maternità che le donne sono abituate a tener nascoste. Nella sua cura verso la vicina in difficoltà e il suo bambino, così come la sua sollecitudine verso il nido che i piccioni costruiscono a casa sua, vediamo la sua evoluzione e la comprensione che arriva ad avere di se stessa, modificando le posizioni idealistiche estreme dei vent’anni.

"Com'era possibile che fossi felice? Alina era sul punto di scomparire per unirsi alla setta delle madri, esseri senza vita propria che, con grandi occhiaie e l'aria da zombie, spingono la carrozzina nelle strade della città. In meno di un anno si sarebbe trasformata in un automa dell’allevamento. L'amica sulla quale avevo sempre contato avrebbe smesso di esistere, e io ero lì, all'altro capo del telefono, a congratularmi per quella cosa? Bisogna ammettere che sentirla così contenta era contagioso. Anche se avevo militato tutta la vita per salvare il mio genere da quel fardello, ho deciso di non combattere contro quella gioia".

Qualcuno potrebbe dire che in questo libro non c’è un vero finale. Da un punto di vista è vero, perché le tre donne vivono nel presente, vanno avanti giorno dopo giorno. Ma una chiusura del cerchio c’è ed è nell’aver trovato l’una nell’altra un nuovo concetto di famiglia e una definizione più inclusiva di maternità che non è necessariamente legata alla maternità biologica.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2020

pagine: 176

editore: La nuova frontiera

 


lunedì 18 maggio 2026

QUO VADIS, BABY?






 

Quo vadis, baby? - Grazia Verasani -

recensione di Alice Bassoli 

 

La protagonista è Giorgia Cantini, investigatrice privata bolognese. Vive sospesa tra casi da risolvere, tormentata da relazioni complicate, notti insonni e un passato importante che continua a bussare alla porta. Quando le viene affidata un’indagine legata alla scomparsa di una giovane donna, Giorgia si ritrova a scavare non soltanto nella vita degli altri, ma anche dentro sé stessa, in un viaggio che attraversa solitudini, dipendenze emotive, desideri irrisolti

La trama procede con il ritmo del noir, ma ciò che colpisce davvero non è tanto il mistero in sé quanto l’atmosfera che Verasani riesce a costruire. Bologna diventa quasi un organismo notturno e umido, pieno di locali, sigarette, alcol, incontri. Una città distante dalle cartoline, raccontata nella sua parte più vulnerabile e autentica.

Grazia Verasani scrive con uno stile diretto che ha una potente espressività, difficile da trovare nel nostro panorama letterario, uno stile unico attraversato da una sensibilità molto forte. Giorgia Cantini è disillusa, a tratti autodistruttiva, ma proprio per questo estremamente vera. È una donna che inciampa nella vita e continua comunque ad andare avanti, trascinandosi addosso il peso delle proprie ferite.

Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio la capacità di raccontare la fragilità senza trasformarla in qualcosa di romantico, ruffiano o estetico. In Quo vadis, baby? i rapporti umani sono sporchi e ambigui.

Il romanzo conserva ancora oggi una modernità sorprendente. Alcuni temi affrontati da Verasani, soprattutto il senso di smarrimento emotivo, la precarietà affettiva e la fatica di abitare il proprio tempo, risultano attualissimi. È un noir che usa l’indagine come pretesto per parlare di identità, solitudine e inquietudine esistenziale.

Racconta esseri umani pieni di contraddizioni, e lo fa con uno sguardo lucido, disincantato, ma profondamente empatico. Un romanzo che conferma Grazia Verasani come una delle voci più interessanti del noir italiano contemporaneo. Una delle mie autrici preferite 


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2014

pagine: 192

editore: Marsilio

domenica 17 maggio 2026

L'INVERNO DELLE STELLE

 




L’inverno delle stelle – Nicoletta Verna – 

recensione a cura di Lilli Luini


Nicoletta Verna è una delle voci più forti della nostra narrativa contemporanea. Dopo essermi entusiasmata per I giorni di vetro, che continuo a reputare il miglior romanzo italiano dello scorso anno, ho letto Il valore affettivo. Non essendo rimasta delusa, anzi, ormai appena esce un libro della Verna lo compro subito.

Anche questo, che pure è uscito con l’etichetta di “libro per ragazzi”. Lo è, sicuramente, ma è anche per noi che dodici anni li abbiamo avuti qualche tempo fa.

Ma andiamo con ordine.

Di cosa parla.

La voce narrante è quella di Sirio, dodici anni, fiesolana. Il fatto che il nome finisca con la O non significa che sia maschile, perché Sirio è il nome di una stella, che d’inverno nel nostro emisfero non è visibile. Da qui deriva il titolo, che però è anche metafora del tempo che questa ragazzina si trova a vivere. Siamo a fine estate del 1943, Sirio e i suoi amici hanno una “banda” (di cui lei è il capo indiscusso). Scorrazzano nei boschi, bisticciano con le altre bande, la guerra sembra lontana anche se due di loro sono ebrei e un altro è figlio di un ricercato antifascista. L’8 settembre cambia tutto, anche per questi ragazzi, ancora bambini, che trovano in un castello abbandonato un uomo in fin di vita. Provare a salvarlo o dimenticarsene? Il dilemma si farà ancora più pesante per Sirio, la sola a scoprire nei vestiti dell’uomo le mostrine dell’esercito tedesco. La vicenda prende l’avvio da qui e li seguiremo per più di un anno, nel periodo più terribile della guerra.

I pregi

La scrittura di questa autrice è superlativa. Ci porta dentro la storia, dentro le persone che la stanno vivendo, ci fa sentire le bombe che cadono così come i primi palpiti del cuore di un’adolescente. I personaggi sono tratteggiati benissimo e la vicenda narrata è ricca di spunti per ulteriori riflessioni. Letto a scuola, questo romanzo aprirebbe eccellenti discussioni. La presenza di personaggi storici che agivano a Firenze nell’epoca è un ulteriore valore aggiunto che potrebbero innescare curiosità e approfondimenti (l’astrofisica Margherita Hack lavorava all’Osservatorio, la partigiana Anna Maria Ichino era un punto di riferimento della Resistenza e nella sua casa viveva Carlo Levi, l’autore di Cristo si è fermato a Eboli).

I difetti

Io non ne ho trovati ma temo che i ragazzi troveranno poco credibile il modo di vivere di Sirio, quel suo girovagare senza controllo all’inizio del romanzo ma soprattutto le decisioni di salire in montagna dai partigiani e, più avanti, di raggiungere Firenze senza comunicare nulla né alla madre né ad altri. Tanto più che la madre comprende benissimo e sembra trovare tutto questo normale. Il fatto è che c’è un abisso tra quei tempi e i nostri. A dodici anni non si era più bambini. A dodici anni si andava già a lavorare. Si emigrava, anche, non era raro che dei giovanissimi partissero da soli per il mondo. Sirio è una figlia del suo tempo, determinata e sveglia, si sa muovere e sa decidere. Nessuno l’ha protetta, non si proteggevano i bambini, allora. Anche per questo la lettura  di questo romanzo per dei ragazzi è affascinante, ci si fa davvero un’idea del nostro passato al di là dei testi scolastici. E si sente tutta la brutalità e l’insensatezza della guerra.

A chi lo consiglio

A tutti, dalla quinta elementare in poi ma in particolare agli insegnanti.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 408

editore: Rizzoli


venerdì 15 maggio 2026

ALLA RICERCA DELLE COCCOLE PERDUTE

 




Alla ricerca delle coccole perdute - Giulio Cesare Giacobbe -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

È il mio terzo "viaggio evolutivo" con il prof. GIACOBBE, e ancora una volta torno a casa "piena"!

Questa volta ho percorso un cammino di auto-consapevolezza in grado di sbloccare ristagni psicologici passando dalla dipendenza infantile all'autonomia affettiva.

"Alla ricerca delle coccole perdute" è più di un saggio breve di psicologia evolutiva di

212 pagine. È uno strumento di auto-analisi rapido e pragmatico.

Il metodo del professore ha uno stile estremamente schematico, breve e può essere considerato un ottimo punto di partenza.

Non ha la pretesa di sostituire una terapia, ma offre un "input brillante", accessibile ed immediato per innescare il cambiamento.

L'autore seziona la personalità in quattro fasi - bambino, adulto, genitore e il saggio - e, con un linguaggio semplice, diretto, per niente accademico, analizza le nevrosi e l'infelicità della società contemporanea.

Spiegando come il ristagno in una di queste fasi impedisca una reale maturazione affettiva e sociale e la felicità.

Tra queste pagine ho trovato diversi suggerimenti preziosi su come superare determinati blocchi.

Ad esempio, su come attivare la personalità genitoriale attraverso gesti quotidiani di responsabilità verso gli altri, 

offrendo una mappa interiore che mi ha permesso di guardarmi dentro più di quanto avrei immaginato.

Il focus del libro è chiaro per me: forse siamo tutti "ricercatori di coccole perdute" che, come consumatori esasperati, cercano protezione ovunque (oggetti, persone, relazioni tossiche), rifiutando la fatica di crescere.

Questo libro aiuta ad abbattere quella resistenza, attraverso un percorso di crescita personale autentico, semplice e accessibile.

Mostrando che la vera svolta avviene quando diventiamo noi stessi punti di riferimento, capaci di offrire cura agli altri, anziché limitarci solo a pretenderla.

 

genere: saggio

anno di pubblicazione: 2012

pagine: 212

editore: Ponte alle Grazie



giovedì 14 maggio 2026

TRE NOMI

 





Tre nomi - Flocence Knapp -

recensione a cura di Rossella Lombardi


Mi ha incuriosito scoprire, dalla seconda di copertina, la scelta sicuramente originale che la scrittrice ha fatto per raccontare questa storia, anzi queste storie.

Cora, la protagonista, madre di una bambina di nove anni, Maia , è vittima  di un marito, Gordon,  che la umilia e quotidianamente le usa violenza fisica e psicologica. Alla nascita del secondo figlio, Gordon obbliga la moglie ad andare all’anagrafe per registrare  il neonato  con il nome  di tutti i maschi della sua famiglia: Gordon appunto. Cora teme che quel nome  possa segnare il  destino di suo figlio  e   portarlo a diventare come il  padre. Lei preferirebbe scegliere  “Julian”, che significa “Padre del cielo” oppure, come suggerisce Maia, Bear sperando che diventi forte e coraggioso ma anche tenero e morbido come un peluche . La scrittrice , a questo punto, ci presenta  i tre possibili percorsi di vita  a cui il bambino è destinato, insieme alla sua famiglia, a seconda del nome  assegnatogli dalla madre. Un nome diverso, un destino diverso.

Bear sarà davvero affettuoso, tenero e sensibile. Julian sarà riflessivo, consapevole  determinato; farà scelte difficili che però gli garantiranno serenità e amore. Gordon sarà il più disturbato e angosciato; avrà una vita difficile e  dolorosa. Cora non è un’eroina. Spesso, durante la lettura, ho desiderato   sgridarla e  suggerirle  di fuggire, di farsi aiutare ma poi ho capito che  in lei ha prevalso l’amore  per i suoi figli che avrebbe rischiato di perdere. Incredibilmente la figura del marito, medico molto stimato in città, non è centrale nella narrazione ; non vengono infatti descritte le conseguenze delle sue drammatiche azioni . Viene però indicata  la possibilità per i figli di non diventare come lui, di spezzare la catena di violenza e  di scegliere di diventare  persone diverse.

La struttura della narrazione  è a intreccio : si alternano , in maniera ordinata  i capitoli dedicati  a ciascuno dei tre  protagonisti , nel progredire del tempo  e degli eventi. La scrittura è scorrevole  ed il ritmo incalzante. Gli avvenimenti  descritti feriscono  e portano il lettore  ad empatizzare  e ad affezionarsi  a tutti i personaggi, principali e non. Sono infatti ben inseriti e descritti alcuni deliziosi personaggi secondari : la nonna, Crai il suo anziano e dolcissimo compagno, un’amica di Cora con i suoi figli , Lily  e Orla , rispettivamente mogli di Bear e Julian, figure femminili  di spessore, descritte con grande accuratezza ed intelligenza.

All’ inizio della narrazione la scrittrice sembra dirci  che il nome  che portiamo segna la nostra storia : che il passato, il vissuto condizionano le nostre scelte. Un nome è davvero  come una promessa, una direzione ? Come sarebbe stata la nostra vita  se ci avessero dato un  nome diverso  ?

In seguito poi, mentre ci narra la dolorosa storia  di  Gordon, il figlio che porta il nome del padre  e che sembrerebbe replicare quel modello, qualcosa si spezza, cambia . Sarà  infatti proprio lui, con le sue scelte, le sue nuove consapevolezze  a salvare la madre. Allora non è il nome, il destino a salvarci o a condannarci, ma la possibilità di scegliere.

Questa struggente, malinconica e delicatissima narrazione  sembra  invitarci a chiederci sempre    ma io chi voglio essere ?”


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 320

editore: Garzanti

mercoledì 13 maggio 2026

UCCIDERE IL PADRE

 




Uccidere il padre - Amélie Nothomb -

Recensione a cura di Miriam Donati

 

“Mi adora come un ragazzino di quindici anni adora suo padre. Quindi, ovviamente, vuole uccidermi.”

È un libro breve, non privo di quell'umorismo tipicamente nothombiano che si manifesta soprattutto nei dialoghi, un testo singolare, con un finale inaspettato, non stupefacente, piuttosto artificioso e alquanto inverosimile.

Uccidere il padre è ambientato quasi interamente in Nevada, sebbene la cornice narrativa veda Amélie Nothomb, non riconosciuta e non invitata, visitare nel 2010 il club parigino L'Illégal, che celebra il suo decimo anniversario con un folto gruppo di maghi; qui apprende la storia di Joe Whip e Norman Terence.

Tutto è attentamente studiato: dalla "rottura" – ovvero la partenza del quindicenne Joe dalla casa di famiglia (se così si può definire, visto che sua madre, perennemente alla ricerca di amanti, lo ha cacciato di casa) – alle "avventure", l'arrivo di Joe da Norman, un grande mago, che lo accoglie come un figlio, insieme a Christina, la giovane compagna. Lì, Joe imparerà cosa significa la famiglia e, grazie a Norman e in relazione a lui, svilupperà la sua comprensione della paternità. Svilupperà anche il suo talento innato: la magia dei giochi di prestigio con le carte.

Amélie Nothomb scrive che "lo scopo della magia è far dubitare l'altro della realtà". Magia, giochi e inganno sono innegabilmente legati. Dove si traccia il confine? Quando si oltrepassa il limite, dove la realtà non è più distorta per il beneficio del pubblico, ma a danno dell'altro? I maghi sono degli impostori? Ma soprattutto: è possibile per loro esibirsi senza barare? La narrazione ci conduce quindi nel labirinto manicheo della magia: il suo lato occulto, i suoi trucchi, i suoi artifici, ma anche il gioco, e con esso, l'inganno.

Norman e Joe discutono sul confine tra magia e imbroglio. Norman distingue tra le due cose: la magia distorce la realtà in modo positivo per il pubblico, ingannandolo senza arrecare danno; l'imbroglio (a carte) ha il solo scopo di rubare i soldi. La questione rimane irrisolta tra loro.

La scrittrice elabora una critica alla nostra società fatta di illusioni e apparenze, a un mondo in cui gli imbroglioni sono apprezzati e i falsari celebrati. Mette in luce le crudeli ambiguità di Joe, il figlio, portatore di orgoglio e disillusione, esplorando la complessa rete di manipolazione e finzione, l'arte della falsificazione. Per l’autrice uccidere il padre significa liberarsi dalle aspettative che gravano sulle spalle dei figli e dalle proiezioni genitoriali, soprattutto quando il padre in questione è un modello di virtù come Norman. Non è forse un po' irritante nella sua perfezione?

Con uno stile conciso, energico e senza fronzoli, l’autrice esplora il rapporto padre-figlio rivisitando il mito di Edipo e la ribellione adolescenziale. Il bambino desidera la madre e deve prendere il posto del padre: è necessario "uccidere il proprio padre" per diventare adulti. Bisogna liberarsi dalle aspettative e dal controllo paterni per raggiungere la libertà. Il titolo freudiano del romanzo non potrebbe essere più evocativo.

Nothomb si concentra sullo studio del carattere e del talento. Con i suoi dialoghi e il suo umorismo nero, la sua scrittura trae una paradossale forza evocativa dal suo stile essenziale e conciso. Particolarmente suggestiva è la tumultuosa incursione nel Burning Man, il magico festival artistico libertario nel deserto, luogo di musica, viaggi allucinogeni e utopia, che offre splendidi passaggi sul corpo, la danza e la pratica artistica. Il festival è il regalo di compleanno di Joe per i suoi diciotto anni, dove cercherà di sedurre Christina, che è un'artista pura, praticante di un'arte magnifica e pericolosa come la danza con il fuoco.

Secondo me non è una storia particolarmente convincente, e procede in modo un po' troppo frettoloso, ma è una riflessione stratificata sull'inganno personale e sulle relazioni, in molteplici sfaccettature. Nothomb cerca di inserire troppi elementi e non sembra sempre del tutto a suo agio nell'ambientare il suo romanzo quasi interamente in Nevada. Gli espedienti sono anche piuttosto forzati, dalla generosa paghetta mensile di Joe alla comodità di finire a casa di Norman. I dialoghi sono a tratti pungenti ma poco credibili. Le descrizioni, minimali, si affidano all'immaginazione del lettore di fronte a una storia che non è sempre plausibile, Ma Nothomb offre anche molti piccoli dettagli interessanti e gestisce bene le dinamiche personali.

La magia è un tema che presenta evidenti affinità con la letteratura. Come un mago, uno scrittore è un manipolatore di illusioni che fa dell'inganno un'arte, mirando non a ingannare per malizia, ma a sorprendere e incantare il lettore. Quando affronta questo argomento, Nothomb regala alcune delle sue frasi migliori, degne dei suoi romanzi più pregevoli.
Ma si tratta solo di poche righe. Mi chiedo ancora quale sia il senso della comparsa dell'autrice all'inizio e alla fine, dove si presenta con un certo autocompiacimento e senza alcun legame con il resto della storia.
La sua ossessione tematica per la mostruosità in tutte le sue forme, costituiva il punto di forza della sua opera. Dimostrava una tale virtuosità nella delicata arte del dialogo che la si perdonava volentieri di limitare descrizioni e transizioni narrative alla loro espressione più semplice, per poter brillare al meglio in un gioco di botta e risposta pungente, intelligente, divertente, perverso e assolutamente delizioso. Il suo primo romanzo, L'igiene dell'assassino, era una meraviglia del genere, oppure Le Catilenarie, un'opera superba.

E poi, con il progredire dei suoi romanzi, Nothomb si è trasformata in un sistema, una macchina senz'anima, un terribile spreco di talento che produce un libro all'anno, pubblicato alla fine di ogni agosto.

La scrittrice belga con il cappello è talentuosa. Resto convinta che prima o poi scriverà un GRANDE libro. Spero davvero che quel giorno arrivi, anche se ogni anno che passa ci porta l'ennesimo romanzo un po’ sbiadito che erode ulteriormente il mio innato ottimismo.

Vedere un tale potenziale disintegrarsi da un libro all'altro è davvero frustrante.

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione  2012

pagine: 91

editore: Voland


lunedì 11 maggio 2026

IL MORTO AL PRIMO PIANO

 




Il morto al primo piano - Rebecca Quasi -

recensione a cura di Simonetta Locci

 

Il morto al primo piano e altre grane condominiali trasforma un condominio in un piccolo universo fatto di tensioni, segreti, equivoci e relazioni complicate. Tutto prende avvio dal ritrovamento del cadavere del proprietario di uno degli appartamenti, un evento che sconvolge gli equilibri dello stabile e fa ricadere immediatamente i sospetti su Alice.

La ragazza, che la vittima voleva sfrattare, è un’influencer decisamente fuori dagli schemi: sui social si presenta infatti come madre di… due bambole. Un dettaglio che alimenta pregiudizi e diffidenze, contribuendo a renderla la principale indiziata agli occhi degli altri condomini.

L’indagine, però, si intreccia presto con le vite private di chi abita il palazzo. Tra i personaggi spiccano Gabriele, sospeso da scuola dopo una bravata, e Zeno, costretto a improvvisarsi vice genitore in assenza della madre del ragazzo. Attorno a loro si muove una galleria di vicini impiccioni, malintesi e situazioni esilaranti che alleggeriscono la tensione senza svuotarla di significato.

Dietro l’ironia e i momenti più divertenti emergono infatti riflessioni più profonde sui giudizi affrettati, sulla fragilità dei rapporti umani e, allo stesso tempo, sulla loro capacità di resistere e creare legami inattesi.

L’autrice colpisce per l’equilibrio con cui riesce a fondere una scrittura piacevole e brillante con la tensione tipica del giallo, mantenendo sempre spessore e autenticità. Lo stile curato e i dialoghi particolarmente significativi rendono la lettura coinvolgente e mai banale.


genere: narrativa

annodi pubblicazione: 2026

pagine: 262

editore: Giunti






domenica 10 maggio 2026

CHE PACCHIA RAGAZZI! STORIE DIS-UMANE

 





Che pacchia ragazzi! Storie dis-umane Carmelo Pecora -

Recensione a cura di Dario Brunetti


Che pacchia ragazzi! Storie dis-umane è un’opera realizzata nel 2021 da Carmelo Pecora, scrittore ennese di nascita e forlivese d’adozione ed ex Ispettore Capo della Polizia Scientifica preso la Questura di Forlì.

Con Edizioni del Loggione ha realizzato questo volume che si avvale della prefazione di Franco Ronconi referente di Associazione Libera e delle incisive citazioni di Don Luigi Ciotti.

Che pacchia ragazzi storie dis-umane è un progetto letterario di elevato spessore culturale e sociale che affronta una tematica di forte rilevanza come l’immigrazione.

Carmelo Pecora, da sensibile e profondo narratore, trasforma quest’opera passando dalla cronaca di fatti realmente accaduti in storie di esseri umani che raccontano la loro esperienza vissuta.

Saranno loro i veri protagonisti attraverso le testimonianze, storie di prigionia, torture, vessazioni e resistenza e dove non tutte hanno una conclusione positiva; ci sono sogni che si sono potuti realizzare e dove la meta finale sarà la cosiddetta “terra promessa” in cui si può incominciare una nuova vita e ci sono speranze che si sono infrante, vite portate via da una violenza feroce e un destino crudele.

Ed è così che proprio il titolo Che pacchia ragazzi! assume un tono provocatorio verso quel pregiudizio razziale che tende a sminuirne il valore dello stesso migrante.

Ancora oggi si usa verso di loro, un tono discriminatorio aberrante e non si ricorda che sono esseri umani che scappano da regimi oppressivi, dalle guerre e dalla povertà; una fuga disperata che porta loro ad approdare nei nostri paesi.

Dare voce significa restituire loro dignità dal momento in cui ogni sbarco equivale a una speranza di salvezza.

Il testo di Carmelo Pecora ci invita a riflettere e cercare di smuovere le coscienze ma è rivolto soprattutto a coloro i quali tendono ad avere poca memoria storica; molto spesso l’indifferenza si abbatte sugli esseri umani perché rende invisibile chi ha sofferto.

Queste storie raccontate in un certo qual modo ci appartengono perché anche noi un tempo siamo stati migranti, basti pensare ai nostri nonni che avevano gli occhi pieni di speranze e hanno sofferto la guerra e la fame.

Bisogna imparare ad accogliere, è un dovere che ci spetta e riconoscere le sofferenze di una popolazione che ha vissuto nel trauma e che vive nella speranza di un futuro migliore.

Il migrante non è un estraneo, è uno di noi!

Cerchiamo di fare nostro questo concento, non penso sia così astratto e al tempo stesso colgo l’occasione di invitare le nuove generazioni ad approcciarsi alla lettura di questo progetto letterario affinché siano consapevoli e a distinguere la realtà e che non restino destabilizzati da un mondo pieno di odio e di disinformazione.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2021

pagine: 240

editore: Edizioni del Loggione

 







venerdì 8 maggio 2026

L'ASSASSINO STA SCRIVENDO

 




L'assassino sta scrivendo - Elena Campani -

recensione a cura di Connie Bandini


Elena Campani porta in scena la prima vera indagine di Tuva Colmar, personaggio già apparso ne L’ombra fissa del cane (Astarte, 2024), ma qui rielaborato e ampliato in una veste più compiuta e centrale. Il risultato è un giallo atipico, che si muove con passo misurato tra cozy crime e narrativa introspettiva, capace di intrecciare mistero, fragilità umane e una riflessione sottile sul linguaggio e sull’ascolto.

Fin dalla copertina – dove la silhouette di un cane si riflette nelle lenti di un paio di occhiali – è chiaro come l’universo canino rappresenti un filo conduttore simbolico dell’opera. I riferimenti ai cani attraversano i capitoli, dalle citazioni in apertura ai ricordi di Goya, l’amato pastore di Tuva. Il fiuto evocato anche nel sottotitolo – “una prof di poche parole ma dal fiuto eccezionale” – non è solo una metafora investigativa, ma una chiave di lettura dell’intero romanzo: osservazione, olfatto, sensibilità e intuito diventano strumenti alternativi alla parola, soprattutto per una protagonista che con la parola ha un rapporto doloroso.

Tuva Colmar è un’ex docente di lettere del liceo linguistico Vittorio Solmi di Pisa. In seguito a un trauma che le ha causato gravi problemi all’apparato fonatorio, è stata trasferita alla gestione della biblioteca scolastica. Parlare per lei è faticoso: le frasi si spezzano, richiedono preparazione, si inceppano. Per comunicare, spesso utilizza un tablet su cui scrive ciò che non riesce a dire con fluidità. Questa condizione è una ferita aperta ma anche il tratto distintivo di un personaggio intensamente umano. Ironica, vulnerabile, a volte frustrata dalla sensazione di non essere presa sul serio, Tuva trasforma la propria fragilità in uno strumento di comprensione profonda degli altri.

Il microcosmo scolastico in cui si muove è delineato con grande attenzione: colleghi, vicepresidi, docenti di materie diverse, ognuno con tic, ambizioni, ipocrisie e piccole rivalità. Le chat di gruppo – amate e detestate – diventano uno spazio narrativo fondamentale. È proprio attraverso i messaggi, gli scambi scritti, gli entusiasmi e le irritazioni digitali che emergono le personalità e le crepe nei rapporti. Non è un caso che il titolo, L’assassino sta scrivendo, rimandi a questa dimensione: la parola scritta, veicolata nelle chat, è parte integrante del mistero.

La morte violenta di Erika, una studentessa riservata e frequentatrice abituale della biblioteca, scuote il liceo e si trasforma rapidamente in un caso mediatico nazionale. I media, infatti, si avventano sulla tragedia con un’attenzione famelica, mentre all’interno della scuola emergono segreti, ambiguità e comportamenti ambivalenti. Più che concentrarsi sulle procedure investigative tradizionali, il romanzo sceglie di raccontare le reazioni, specie quelle dei compagni di classe, dei docenti, dei giornalisti. È uno spaccato antropologico lucido, in cui la tragedia diventa lente d’ingrandimento sulle dinamiche umane.

L’indagine condotta da Tuva procede in parallelo a quella ufficiale. A metà narrazione, un’intuizione apparentemente lontana dal delitto apre una pista decisiva. A guidarla non è solo il ragionamento logico, ma quel fiuto fatto di osservazione minuziosa, attenzione agli odori, ai dettagli, alle incoerenze.

La scrittura di Elena Campani è elegante e capace di alternare registri diversi: dal linguaggio scolastico ai tecnicismi della storia dell’arte, dalle conversazioni con un amico straniero ai brevi messaggi delle chat.

Oltre al mistero, il romanzo affronta temi profondi come il lutto, la perdita, il senso di inadeguatezza, la superficialità collettiva di fronte al dolore altrui. Ma accanto al buio si intravede sempre una possibilità di riscatto. Il finale, pur attraversato dal peso della tragedia, si apre alla consapevolezza che fragilità e coraggio possono convivere.


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 293

editore: Bompiani





LA FINESTRA SBAGLIATA - L'OLOCAUSTO E' COSA VIVA



 L’Olocausto è cosa viva

 Perché parlo di questo proprio ora che la situazione geopolitica è così calda e complessa da rischiare di essere fraintesi?

Beh, il rischio a parlare di Olocausto c’è sempre, se lo si fa in modo diverso dai canoni imposti dall’alto.

Si viene fraintesi quando si parla dell’accaduto nei campi di concentramento in modo dinamico, non solo tributando alle vittime il rispetto e il ricordo che meritano, ma anche tenendo a monito quanto accaduto per comprendere la realtà presente, anche quando non si arriva ancora all’atto finale più brutale dello sterminio dei corpi, ma ci si avvia per lande pericolose, iniziando quel lungo processo di disumanizzazione di un gruppo di persone (per etnia, per religione, per modi di essere) che porta a creare l’algoritmo delle “non – persone” e a svuotarle di dignità, rispetto, diritti.

Non si è giunti alla deportazione in un giorno, ma dopo diversi anni. Anni in cui tutto l’apparato politico e mediatico, e l’élite culturale e intellettuale – in testa la categoria medica – ha lavorato assiduamente affinché si ottenesse questa disumanizzazione.

Al punto che poi è stato possibile entrare nelle case, deportare interi nuclei familiari, anziani e bambini, mentre i vicini di casa, i parenti e i colleghi con cui fino a poco tempo prima si girava insieme in biciletta e si facevano feste di compleanno, non solo non si sono opposti ma spesso hanno gridato a gran voce “Sì portateli via questi sporchi ebrei!”.

Ecco, io credo che l’Olocausto sia ovunque ci lasciamo convincere del fatto che altri – in ragione di una loro caratteristica – per quanto a noi odiosa – possano perdere dei diritti, fino ad essere snaturati, fino a poter essere derisi. Ecco, mi fa paura la derisione. Anche quella di scherno, quella che usiamo ormai ogni giorno gli uni contro gli altri, perché troppo vigliacchi per mostrare i nostri cuspidi e sfinirci fino all’ultimo lembo di pelle.

Ebbene, io non credo al male di un dittatore, né al male degli Stati. Io credo al male che abita dentro di noi. Ed è dura da accettare, ma è davvero tanto. Quel male non è altro che la nostra seduzione per il potere e la nostra rabbiosa paura di essere al mondo, e di morire. Quel male trova occasione di proliferare in un terreno propizio, per cui ad esempio una persona apparentemente normale dimostra di essere mostruosa se al servizio di un regime sanguinario – ma questa pulsione origina altrove. Nell’assenza di pace interiore. Chiamatelo spirito, fede, Dio, senso della sacralità della vita, come volete.

Tra uccidere e uccidersi intercorre poca distanza: i due impulsi hanno in comune il nostro timore di stare al mondo, come neonati di colpo privati del seno materno, che sfogano il loro pianto rabbioso verso l’esterno.

Oggi Israele si sta macchiando di un crimine altrettanto oscuro e sta, di fatto, annientando un popolo: ne uccide il futuro, massacrando i bambini; ne impedisce le testimonianze, annullando la rete internet e uccidendo i giornalisti e i fotografi; ne mortifica la dignità umana, deridendolo, sfiancandolo, intrappolandolo.

Io penso invece che dell’Olocausto si debba parlare, non tenerlo come simulacro intoccabile, cosa che finora ha dimostrato di servire solo al potere. No! Per me l’olocausto è cosa viva!

Io ho pianto sulle pagine del diario di Anna Frank. Una frase in particolare posso dire che mi abbia cambiata per sempre, trainandomi fuori da diverse situazioni future, in modo dolce e definitivo: «‎È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace e la serenità.»

Avevo solo 10 anni e fui sconvolta all’idea che Anna non avesse potuto concludere questo scritto, che fosse stata deportata e lasciata morire di stenti e di malattia. Piansi quando seppi che solo quindici fottuti quindici giorni dopo la sua morte il campo di concentramento di Bergen Belsen sarebbe stato liberato.

Ma ebbi un moto di orgoglio quando pensai alla magia del destino, al ritrovamento di questo documento prezioso. Quando capii che Anna sarebbe stata dimenticata, come tanti altri, se questo diario non fosse passato inosservato allo sguardo indemoniato dei membri della polizia tedesca che entrarono in quel nascondiglio segreto facendo razzia di tutto e portando via molte cose. Non questo piccolo prezioso libro. Che buffo, pensai allora, non hanno preso l’unica cosa di valore che era rimasta lì dentro.

Ma poi crescendo ho capito che la motivazione di questa distrazione è da cercarsi altrove: quando perdiamo l’anima, come era capitato a quei soldati, non riusciamo più nemmeno a immaginare che possa esistere tanta luce.

«La pigrizia può sembrare attraente, ma il lavoro ti da soddisfazione», scriveva Anna, rinchiusa in una prigione costruita dall’infelicità, dalla ferocia dell’uomo. Allora non ci resta che impegnarci tanto e provare a rendere questo mondo un poco migliore.