L'assassino sta scrivendo - Elena Campani -
recensione a cura di Connie Bandini
Elena Campani porta in scena la prima vera indagine di Tuva Colmar,
personaggio già apparso ne L’ombra fissa del cane (Astarte, 2024), ma
qui rielaborato e ampliato in una veste più compiuta e centrale. Il risultato è
un giallo atipico, che si muove con passo misurato tra cozy crime e narrativa
introspettiva, capace di intrecciare mistero, fragilità umane e una riflessione
sottile sul linguaggio e sull’ascolto.
Fin dalla copertina – dove la silhouette di un cane si riflette nelle lenti
di un paio di occhiali – è chiaro come l’universo canino rappresenti un filo
conduttore simbolico dell’opera. I riferimenti ai cani attraversano i capitoli,
dalle citazioni in apertura ai ricordi di Goya, l’amato pastore di Tuva. Il
fiuto evocato anche nel sottotitolo – “una
prof di poche parole ma dal fiuto eccezionale” – non è solo una metafora
investigativa, ma una chiave di lettura dell’intero romanzo: osservazione,
olfatto, sensibilità e intuito diventano strumenti alternativi alla parola,
soprattutto per una protagonista che con la parola ha un rapporto doloroso.
Tuva Colmar è un’ex docente di lettere del liceo linguistico Vittorio Solmi
di Pisa. In seguito a un trauma che le ha causato gravi problemi all’apparato
fonatorio, è stata trasferita alla gestione della biblioteca scolastica.
Parlare per lei è faticoso: le frasi si spezzano, richiedono preparazione, si
inceppano. Per comunicare, spesso utilizza un tablet su cui scrive ciò che non
riesce a dire con fluidità. Questa condizione è una ferita aperta ma anche il
tratto distintivo di un personaggio intensamente umano. Ironica, vulnerabile, a
volte frustrata dalla sensazione di non essere presa sul serio, Tuva trasforma
la propria fragilità in uno strumento di comprensione profonda degli altri.
Il microcosmo scolastico in cui si muove è delineato con grande attenzione:
colleghi, vicepresidi, docenti di materie diverse, ognuno con tic, ambizioni,
ipocrisie e piccole rivalità. Le chat di gruppo – amate e detestate – diventano
uno spazio narrativo fondamentale. È proprio attraverso i messaggi, gli scambi
scritti, gli entusiasmi e le irritazioni digitali che emergono le personalità e
le crepe nei rapporti. Non è un caso che il titolo, L’assassino sta
scrivendo, rimandi a questa dimensione: la parola scritta, veicolata nelle
chat, è parte integrante del mistero.
La morte violenta di Erika, una studentessa riservata e frequentatrice
abituale della biblioteca, scuote il liceo e si trasforma rapidamente in un
caso mediatico nazionale. I media, infatti, si avventano sulla tragedia con
un’attenzione famelica, mentre all’interno della scuola emergono segreti,
ambiguità e comportamenti ambivalenti. Più che concentrarsi sulle procedure
investigative tradizionali, il romanzo sceglie di raccontare le reazioni,
specie quelle dei compagni di classe, dei docenti, dei giornalisti. È uno
spaccato antropologico lucido, in cui la tragedia diventa lente d’ingrandimento
sulle dinamiche umane.
L’indagine condotta da Tuva procede in parallelo a quella ufficiale. A metà
narrazione, un’intuizione apparentemente lontana dal delitto apre una pista
decisiva. A guidarla non è solo il ragionamento logico, ma quel fiuto fatto di
osservazione minuziosa, attenzione agli odori, ai dettagli, alle incoerenze.
La scrittura di Elena Campani è elegante e capace di alternare registri
diversi: dal linguaggio scolastico ai tecnicismi della storia dell’arte, dalle
conversazioni con un amico straniero ai brevi messaggi delle chat.
Oltre al mistero, il romanzo affronta temi profondi come il lutto, la
perdita, il senso di inadeguatezza, la superficialità collettiva di fronte al
dolore altrui. Ma accanto al buio si intravede sempre una possibilità di
riscatto. Il finale, pur attraversato dal peso della tragedia, si apre alla
consapevolezza che fragilità e coraggio possono convivere.
genere: giallo
anno di pubblicazione: 2026
pagine: 293
editore: Bompiani

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