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venerdì 27 febbraio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - SENZA VOLTO -

 


SENZA VOLTO

Quando ero piccola mi dissero che se volevo imparare a scrivere dovevo soprattutto leggere, ed era vero. Ma ho capito solo oggi che non dovevo leggere solo i libri, ma essere vorace di storie, di mondi, linguaggi, non detti, sguardi, pertugi, misteri.

Con questa curiosità mi assento spesso dalla realtà più superficiale – dimentico cappotti, portafogli, dettagli – per restare incantata a guardare dove poggerà una foglia, come si guardano mamma e figlio in un giorno normale, la piega che prende l’acqua delle pozzanghere investita da una macchina, il modo diverso che ciascuno ha di stare davanti al proprio dolore.

Con la stessa curiosità guardo le persone litigare sui social e non solo, e cerco di segnare nella mia mente una rotta, di chiedermi dove siamo, cosa significhi tutto questo per ciascuno di noi. Da anni il clima tra noi cittadini ha raggiunto soglie difficili da tollerare per chiunque, concedetemi di chiamarla una vera e propria “guerra civile psichica”.

Grazie ad un potere sempre più aggressivo che ci propone ogni giorno l’apologia del falso e la celebrazione del brutto, non abbiamo più parole per discernere né intelligenza emotiva per accogliere parti di un fenomeno senza sentirci obbligati ad abbracciare il tutto. Così ci sono persone che riconducono ogni morte al vaccino contro il Covid19 e altre che non ne riconoscono nemmeno una. Persone che non possono ammettere che gli uomini subiscano una pressione culturale, mediatica e ideologica violenta, altre che non vogliono sentir parlare di maschile predatorio. E potremmo continuare all’infinito, passando da destra a sinistra, da una categoria all’altra, da un tema all’altro.

Questa difficoltà di integrare le parti, di mettere insieme i pezzi, sta raggiungendo livelli preoccupanti. Ma, allora, siamo ancora capaci di leggere la nostra realtà, oppure leggendo ogni cosa — notizie, fatti, leggi —attraverso le nostre lenti politiche, emotive o ideologiche, in realtà non la leggiamo affatto? La risposta sta nell’enfasi esasperata dei discorsi, nella rapidità con cui produciamo contenuti senza riflettere, nel grado di aggressività e sarcasmo dei nostri commenti.

Scegliamo una “verità” e la proteggiamo contro ogni evidenza, come tifosi ostinati che negano qualsiasi errore della propria squadra. In questo modo, ogni reale possibilità di scambio viene menomata: diventiamo Eco e Narciso, immersi nelle nostre conferme virtuali, convinti di avere ragione o pronti a respingere chiunque non ci dia conferme. «Così, diventato famosissimo nelle città dell'Aonia, quello (Tiresia) dava responsi inconfutabili a chi lo consultava. La prima a saggiare l'autenticità delle sue parole fu l'azzurra Lirìope, che Cefiso un giorno aveva spinto in un'ansa della sua corrente, imprigionato fra le onde e violentato. Rimasta incinta, la bellissima ninfa partorì un bambino che sin dalla nascita suscitava amore, e lo chiamò Narciso» (Metamorfosi di Ovidio).

Eco e Narciso, etichette che lanciamo addosso a chiunque, ma che calzano perfettamente su ognuno di noi. Proprio come loro, siamo destinati a non trovarci mai, schiavi di un amore solipsista che annega nel momento in cui va alla ricerca dell’altro.

Ma… se questa nostra fosse una storia, una storia da raccontare, che storia sarebbe? Me lo chiedo perché da scrittrice non riesco ad abbandonare un certo sguardo poetico sul mondo e continuo a credere che la parola abbia ancora tanto da darci.

Mentre osservo le persone, immagino mondi sotterranei, parole inespresse dietro le smorfie, pugni chiusi dietro uno sbuffo; immagino dialoghi mai avvenuti, ricomposizioni insperate, carezze curative: finalmente immagino le parole sgorgare limpide e chiare dalla nostra bocca: in fondo vorremmo solo essere ascoltati nelle nostre verità, in fondo siamo bambini soli che chiedono di fare un pezzo di strada insieme.

Ecco nella mia mente ricomporsi quei dialoghi insperati: “vorrei che venissero riconosciute le vittime reali del vaccino”, “vorrei che si prendesse sul serio la sofferenza dei padri dopo la separazione”, “vorrei che fosse riconosciuta la difficoltà di alcune donne intrappolate in relazioni pericolose”.  Un maestoso discorso catartico, che non ha bisogno di odiare qualcuno, qualcuno che custodisce una verità a noi nemica. Finalmente nel mio immaginario tutte le realtà coesistono a formare un ingranaggio meraviglioso, un puzzle piramidale e maestoso fatto di tante piccole, colorate, realtà. Realtà che una lente distorta frammenta, ma che invece sono solo parti del nostro mondo, parti di noi.

Ma poi mi sveglio dal mio sogno e torno ad osservare la realtà: sono l’unica a trovarci stanchi, disgregati, incattiviti? Così ridotti, non facciamo che eliminare chi ci fa da specchio, perché riflette una verità che non vogliamo vedere. Ti blocco, un’operazione virtuale con effetti reali. Ogni volta che rimuoviamo il volto dell’altro, ci ritroviamo senza volto. «Piansero le Naiadi sue sorelle, offrendo al fratello le chiome recise; piansero le Driadi, ed Eco unì la sua voce alla loro. Già approntavano il rogo, le fiaccole da agitare e il feretro: il corpo era scomparso. Al posto suo trovarono un fiore, giallo nel mezzo e tutto circondato di petali bianchi», sempre Ovidio.

Intendiamoci, chi sono io per insegnare qualcosa a qualcuno? Io a mala pena riesco a tenere in piedi me stessa, in tutte le mie contraddizioni. È solo che tempo fa ho imparato una magia: cerco di trasformare tutti i miei limiti in poteri speciali. Così, ho trasformato esperienze di vita particolari a mio favore e ho imparato ad osservare ogni cosa da tante angolazioni, pena il collasso psichico. Quante volte mi sono sentita strattonare dalle tante verità, la mia interiore e quella del mondo! Quanta confusione, quanto caos! E allora, sapete cosa faccio? Quando dubito, cerco ancora, e quando non ho dubbi cerco di più. E così ho scoperto che le mie convinzioni, lungi dal perdere forza, ne guadagnano, e che la confusione non è altro che un segnale, un segnale che dice che il mio viaggio non è ancora finito.

 


ELEVATION

 




Elevation – Stephen King -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Ogni volta che viaggio con King è come se aprissi un'altra porta nel suo multiverso letterario.

È incredibile la capacità di raccontare la meraviglia.

Rispetto ad altri romanzi già letti, il carattere dei personaggi è poco approfondito.

Lo stile è più asciutto, essenziale e c'è tanto spazio per le riflessioni umane.

Sono volata fino a CASTLE ROCK per conoscere Scott Carey.

Un omone che perde peso ma che inspiegabilmente conserva il suo aspetto fisico inalterato.

Un viaggio surreale, SENZA ALCUNA PAURA, di 195 pagine. Il cui ritmo serrato, scorrevole, mi ha tenuta incollata fino alla fine.

Per tutto il tempo mi sono chiesta cosa sarebbe successo il giorno in cui il suo peso fosse diventato zero, quali sarebbero state le ripercussioni di questa trasformazione sugli abitanti di Castle Rock e soprattutto quale fosse il sottotesto di questo romanzo.

Ho visto consumarsi il conflitto tra pesantezza e leggerezza spirituale. Tra pregiudizio e accettazione. Odio e gentilezza.

Mi hanno colpito di Scott il suo cuore grande, la serenità nell'accettare il suo destino, la capacità di aiutare le sue vicine di casa (vittime di pregiudizio sociale), le connessioni che ha creato e l'impronta che ha lasciato.

Ho avuto modo di approfondire alcuni temi filosofici e formulare nuove ipotesi su chi siamo e qual è il nostro scopo in questa terra.

Ma soprattutto su quello stato di ESTASI e FELICITÀ che prova solo chi si eleva spiritualmente al di sopra di tutto e tutti; chi decide di vivere consapevolmente l'ETERNO PRESENTE.

Ha ragione King. Il TEMPO e il PESO sono costrutti umani, gabbie mentali, misure irrilevanti che non possiamo controllare e che ci ancorano alla morte.
Dobbiamo imparare a GUARDARE OLTRE LA SUPERFICIE delle cose, a MERAVIGLIARCI del mistero che avvolge quell'enigma profondo di cui noi stessi siamo parte.
E che le uniche cose su cui dovremmo concentrarci sono il presente, la qualità dell'esistenza e i rapporti umani.

"Il peso, la massa, la realtà: un unico mistero, che ci circonda".

genere: horror

anno di pubblicazione: 2019

pagine: 116

Editore: sperling & Kupfer

 


giovedì 26 febbraio 2026

LA RADICE DEL MALE

 




La radice del male - Adam Rapp -

recensione a cura di Rossella Lombardi


In questo corposo libro, che copre sessant’ anni della storia della provincia americana, dal 1951 al 2010, viene narrata la storia di una famiglia un po’ bigotta, molto chiusa e rigorosa, con cinque figli: due maschi e tre femmine, la minore delle quali presenta un evidente deficit cognitivo. Il  più piccolo muore a pochi mesi di vita, lasciando una grande ferita nel cuore di tutti. I numerosi capitoli che si susseguono sono intitolati con il nome del personaggio del quale l’autore vuole raccontare le vicende nel suo percorso di vita, anche in città e in tempi  diversi . In realtà i veri protagonisti sono due: Mayra, la sorella maggiore, personaggio positivo, nella quale è facile identificarsi   e Alec “l’unico figlio maschio rimasto”, personaggio tormentato, cupo e ribelle. Chiarissimi sono i cenni autobiografici dell’autore : sua madre , come Mayra ,era infermiera in un carcere, dove ha avuto modo di curare un famoso serial killer. Il figlio di Mayra, Roman, è sicuramente riconducibile allo scrittore, anch’egli affetto da una patologia mentale.

Questo è sicuramente un libro allusivo; i personaggi sono ben distinti ma i loro tratti psicologici non vengono mai esplicitati. La scrittura  è precisa, scorrevole, forse un po’ prolissa.

Io apprezzo molto i libri che mi propongono una bella storia, anche intricata, avvincente e allo stesso moto mi piacciono i libri che mi suscitano domande, riflessioni. Questo libro fa sicuramente entrambe le cose. Tutti i personaggi infatti, nel corso della propria vita in famiglia e poi individualmente, sfiorano il MALE come spettatori, vittime o artefici. Vengono infatti citati episodi reali della storia americana: l’attentato al Presidente, le vicende di un famoso serial Killer di quegli anni, condannato poi alla pena di morte, alcuni attentati terroristici…L’autore all’ inizio sembra quindi associare  il male alla VIOLENZA.  Nell’evoluzione della storia sembra poi indicarci altre possibili manifestazioni del Male : i tradimenti, le malattie, gli abusi, la dissolutezza, l’abbandono, la malattia mentale, la morte, la religione come prigione, la menzogna …Poi sembra domandarci “  Come reagiamo, individualmente e collettivamente, di fronte al Male ? Dove ha origine il male ? Perché e come si diventa  fautori del male ?   E’ una predisposizione ereditaria o influisce un contesto familiare anaffettivo, giudicante, abusante?  E’ sufficiente, per evitare il male, educare al discernimento e alla responsabilità individuale?

Un personaggio condannato alla pena capitale dice “ Per come la vedo io, siamo tutti sdraiati fianco a fianco nel silenzio della notte . I buoni e i cattivi.  Ci sono i lupi e c’è la prateria “

Simbolicamente, quando un personaggio viene a contatto con il male, l’autore inserisce la presenza del sangue ( un’epistassi, una ferita, un parto …) o di un lupo ( reale o riferito a un proverbio o ad una citazione ) o cicatrici  di appendicectomie, di un parto cesareo, di ferite … come segni sul corpo  di traumi che non dimenticheremo mai.

Mayra investe un cerbiatto su una strada solitaria; prova una tristezza inesorabile …come se qualcuno le avesse infilato la mano nel petto per strizzarle tutto il sangue dal cuore. Almeno il cerbiatto non ha sofferto! Che sia una punizione per lei? Il suo Dio ha sempre agito con rancore, è sempre stato spietato con lei; perché dovrebbe cambiare proprio adesso?

In questo libro l’autore ci regala davvero immagini che colpiscono e situazioni che emozionano.

Nel finale sembra dirci con convinzione che  le nostre colpe, responsabilmente, si pagheranno tutte e proporci  una flebile speranza: è possibile sciogliere il nodo che aggroviglia tutto ciò che non ci piace di noi.

 
genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 496

editore: NN


mercoledì 25 febbraio 2026

DICIASSETTE DIVERSE POSSIBILITA' DI FALLIRE

 




Diciassette diverse possibilità di fallire - Julian Barnes

recensione a cura di Miriam Donati

 

Julian Barnes nell’introduzione avverte il lettore della possibilità di fallire ed è questo il fil rouge che – oltre a dare il titolo al libro – accompagna questa raccolta di racconti scritti nell’arco di quindici anni.

Nell’annosa polemica che vede contrapposti racconto versus romanzo, Barnes, scrittore soprattutto di romanzi, si schiera a favore del racconto e in questa raccolta ne dimostra la grandezza.

Come sempre, la scrittura di Barnes è stimolante, nitida e tagliente, a volte così tagliente da risultare crudele. Che sia domestica o straordinaria, ogni storia pulsa della risonanza, della scintilla e dell'umorismo pungente e toccante per cui Barnes è giustamente acclamato.

Si ha l'impressione che Barnes non perda una sola parola pronunciata vicino a lui, né un singolo momento di potenziale disagio emotivo che potrebbe finire in una storia come quelle di questo libro su relazioni, perdita, curiosità, amore, amicizia, vecchiaia e morte, ma il suo principale interesse è l'esperienza di essere vivi puntando sulla sproporzione della tradizionale divisione tra mente e corpo.

Come un buon birdwatcher, Barnes percepisce movimenti dove gli altri vedono immobilità, e cattura lampi di vita nascosti che esplora nelle sue storie. Illustra con la sua acuta comprensione le sfumature quasi invisibili dell'interazione umana. In questa raccolta di racconti cattura le sottigliezze di ciò che unisce e ciò che tiene isolati. I suoi personaggi sono persone multidimensionali, eccentriche, adorabili, egoiste, aggressive e innocenti allo stesso tempo, il che le rende ancora più piacevoli. 

Nella prima parte che si intitola Cross Channel Barnes si interroga sulla verità, la sua verificabilità e il rapporto con il passato.

Riprende da dove si era fermato in “Il pappagallo di Flaubert”. Drammatizza le riflessioni inglesi e auto-parodiche sui francesi e le espande in finzioni che suggeriscono un completamento reciproco attraverso un fraintendimento reciproco.

Da passeggero immaginario sul treno che attraversa la Manica, ricorda che gli anni dell’infanzia furono segnati non tanto dai compleanni quanto dai viaggi in treno verso Dover, Folkestone e Southampton, poi in traghetto per Calais, Dieppe e Cherbourg, e poi in treno fino a Parigi. Con l'avvento del Tunnel della Manica che ha avvicinato il paese che lo affascina così tanto, si elimina il "senso di transizione" che il vecchio canale con il traghetto forniva, i nomi, pieni di tanta storia, sono spariti: c'è solo il nuovo e elegante treno senza scomparti. Riflette con sgomento sulla "sorprendente banalità che nel corso della sua vita Parigi è diventata più vicina di Glasgow". Il progresso è una cancellazione del passato, e il narratore riflette sulla proposta di "razionalizzare" (cioè dissotterrare) i cimiteri di guerra francesi. "Un secolo di memoria è sicuramente sufficiente".

Il riferimento qui è a uno dei racconti, il più commovente della raccolta; "Evermore" che parla di una correttrice di bozze del Dizionario Oxford che ha perso il fratello nella Prima Guerra Mondiale e che compie un pellegrinaggio annuale alla sua tomba a Cabaret Rouge. È questa Francia, campo di battaglia e cimitero, che rimane l’immagine più potente di questa prima parte.

 

Nella seconda raccolta “The Lemon table” Barnes parla dell’invecchiare e del morire.

Il titolo stesso della raccolta, come spiega l'ultima storia "Il Silenzio", allude a una tradizione finlandese in cui i commensali a un tavolo specifico erano obbligati "a parlare di morte".
I racconti descrivono la vita e gli eventi della vita principalmente dal punto di vista di maschi anziani. Le circostanze e il modo in cui reagiscono possono differire, ma spesso si fa il conto dei rimpianti passati e la consapevolezza che la vita è stata vissuta più di quanta ne resti da vivere. Il tutto raccontato con umorismo ironico.
Ci sono temi di occasioni mancate come in "La storia di Mats Israelson", Invece in "La gabbia della frutta" un coniuge maltrattato sopporta la moglie arpia per anni, finché non la lascia, ma un po' troppo tardi. È un racconto triste, toccante, inquietante e straziante. Due storie coinvolgono la musica: "Il Silenzio" racconta i flashback di un compositore famoso, i suoi successi, le sue carenze e l'incapacità di produrre un altro capolavoro. Nell’altro racconto molto divertente "Vigilanza", l’appassionato spettatore di concerti si autoproclama vigilante quando gli altri nel pubblico interrompono il suo ascolto concentrato di Mozart e Shostakovich. Un militare in pensione fa la sua scherzosa visita annuale a un'amante morta nove mesi prima (“Una pratica di salute”) mentre Turgenev è coinvolto in una storia d'amore tardiva ("La rinascita").

C’è calore e compassione anche verso i personaggi più sgradevoli. Barnes mostra come ci si aggrappa disperatamente agli ultimi bricioli di rispetto per sé stessi, alla convinzione che non si è cambiati molto da quando si era febbrili e resistenti, anche se ora si ha diritto a una tessera ferroviaria per anziani. Il tema che attraversa queste storie di maturità è la perforazione delle illusioni e come si conserva la residua dolcezza, la si custodisca, la si nutra come scorta per gli anni successivi.

Le altre tematiche sono: la persistenza del desiderio, la necessità della rinuncia, la fallibilità della memoria, l'esperienza viscerale del declino fisico e cognitivo e l'isolamento sociale. Funzionano come una potente contronarrazione letteraria al discorso dominante sull'invecchiamento di successo.
 

Nella terza parte, dal titolo “Pulse”, i racconti, ambientati in circostanze molto diverse e attraverso i cinque sensi, si concentrano su momenti cruciali dell'amore: cosa fa scegliere una persona rispetto a un'altra e i gesti banali che possono spezzare o dare vita a una nuova storia d'amore. Un senso di perdita e malinconia pervade quasi tutte le storie.

La maggior parte dei racconti tratta di fallimenti nelle relazioni tra uomini e donne, ma non solo.

Le storie più belle di questa raccolta esplorano i minuscoli impulsi misteriosi e delicati che causano cambiamenti potenzialmente significativi, ma anche forse illusori, nelle relazioni.

C'è un senso esaltante di libertà anche nelle storie tristi, perché per Barnes la curiosità per la natura umana sembra prevalere su tutto, Gli piace creare una zona senza guinzaglio per i suoi personaggi, dove possono fare ciò che vogliono.

Si passa da un uomo che rinuncia a farsi amare, a causa della sua ossessione per le escursioni, a un agente immobiliare che perde un’innamorata per la sua curiosità invasiva, da un vedovo che torna sull'isola scozzese che aveva custodito il ricordo del suo amore di coppia e impara quanto sia difficile liberarsi dal dolore a un  pittore itinerante sordomuto che conduce una vita miserabile. 

Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, storia toccante di un matrimonio felice in contrasto con uno travagliato, crea un ritratto affettuoso di una coppia inglese sposata da tempo la cui salute inizia a peggiorare in modi insoliti. L'uomo perde l'olfatto e perde lentamente il profumo del mondo e la moglie, a sua volta è affetta da una malattia neurodegenerativa che le fa perdere progressivamente il controllo del proprio corpo. Bellissimo il passaggio dove il marito, al capezzale della moglie paralizzata, cerca di creare un momento condiviso impossibile facendole annusare erbe aromatiche di cui lui non può sentire il profumo.

 

Genere: Narrativa

 Anno di pubblicazione: 2025

pagine: 328

editore: Einaudi

 


lunedì 23 febbraio 2026

GIORNO DI RISACCA

 





Giorno di risacca – Maylis de Kerangal – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Terzo libro che leggo di quest’autrice francese che si è imposta qualche anno fa nel panorama letterario con il bellissimo “Riparare i viventi”.

Di cosa parla

La voce narrante, in prima persona, è una donna che vive a Parigi, di professione doppiatrice e lettrice, sposata e madre di una ventenne che pratica la scherma. Un giorno, al telefono, si sente convocare dalla polizia di Le Havre: è stato trovato il cadavere di uno sconosciuto. La donna – di cui non sapremo mai il nome – deve recarsi là per essere ascoltata perché la cosa la riguarda. Sorpresa e inquieta, parte per Le Havre, città dove ha vissuto fino alla giovinezza. 

L’inizio sembra quello di un giallo, o di un noir, ma ben presto il romanzo vira in tutt’altra direzione. Appena scesa dal treno, infatti, la protagonista viene sopraffatta dai ricordi, da quelle mille cose e persone di cui sono fatti gli anni. Di più, la città diventa protagonista, ed è una città dove la Storia è entrata con la violenza di un tornado. Il romanzo si svolge in una sola giornata, in 173 pagine densissime di vita, morte, amore, delusione.

I pregi

L’autrice si caratterizza per una scrittura ricchissima, precisa, a volte quasi tecnica. In questo romanzo, ha scelto di esprimersi con frasi lunghissime, magari due o tre pagine senza un punto, che incorporano discorsi diretti cambi di tempo e soggetti. Ma non perde mai il filo e non si lascia mai trasportare da flussi di coscienza classici: i suoi flussi sono sempre finalizzati al racconto, al recupero di ricordi, di parole sentite da altri (memorabile il racconto dell’anziana Jacqueline sul bombardamento del 1944, struggente quello delle due giovani ucraine fuggite dalla guerra). In tutta questa ondata di ricordi, il presente viene tenuto ben stretto attraverso le comunicazioni con marito e figlia rimasti a Parigi e con le telefonate di Lavoro, che ci svelano un mondo sconosciuto, quello del doppiaggio.

E poi c’è Le Havre, dove ti sembra di camminare, tremare per il freddo, deprimerti per il grigiore, prenderti un’ondata traditrice che ti lascia fradicia.

I difetti

Più che difetti, credo siano scelte precise dell’autrice che ha voluto mantenere il romanzo nell’indeterminatezza. Sul fortissimo legame della protagonista con Le Havre sembra esserci l’ombra di un qualcosa che l’ha spinta ad andarsene, un dolore che non viene mai chiarito.

E poi c’è il finale. Vero che non si tratta di un giallo, ma insomma due parole in più sul cadavere si potevano spendere. Tanto più che è stato quello a determinare il ritorno a Le Havre e quanto ne è seguito. Così ho avuto l’impressione che questo viaggio nel passato sia stato inutile, che non abbia spostato nulla per la protagonista. Ma questa è solo un’impressione personale: sono sicura che moltissimi lettori apprezzeranno proprio questa indeterminatezza perché così, il più delle volte, è la vita.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 192

editore: Feltrinelli

 

 


domenica 22 febbraio 2026

ORA DIMMI DI TE

 




Ora dimmi di te - Andrea Camilleri -

recensione a cura di Stefania Calà


Alla soglia dei suoi 92 anni, ormai colpito da cecità, Camilleri utilizza l'espediente di una lunga lettera scritta alla pronipote di appena 4 anni, Matilda, per narrare non solo la sua vita ma, soprattutto,  un secolo di storia del nostro Paese. Inizia così un lungo e dettagliato racconto degli anni del Fascismo, del Comunismo, del terrorismo politico, gli anni del teatro (la sua grande passione) e alla RAI, fino ad arrivare alla scrittura e all'affettuoso sodalizio con la casa editrice Sellerio.
Ciò che traspare è un grande amore per la vita e per la verità, oltre che per la sua Sicilia, orgoglioso di portarne avanti la tradizione linguistica. Prendendo in prestito le parole di Pirandello, Camilleri osserva che "di una data cosa la  lingua ne esprime il concetto mentre della medesima cosa il dialetto ne esprime il sentimento". E racconta le sue delusioni, di quando iniziò a spedire il suo primo romanzo alle case editrici, ricevendo sempre la stessa risposta: "Il suo romanzo è impubblicabile a causa del linguaggio".
Definendosi un "contastorie" (ovvero uno che esaurisce nel piacere della narrazione ogni sua possibilità di espressione), Camilleri non si arrende e, invece, realizza - con sacrificio, tenacia e senza mai perdere la speranza - tutto ciò che il suo cuore desiderava, e anche di più.
Questo racconto è un inno alla vita, alla fiducia in se stessi, all'amore, alle cose semplici, è un piccolo manifesto. È il testamento,  lucido e consapevole, di un grande uomo, ai più noto come il papà del celebre commissario.
Ora che ho letto questo libro, mi rendo conto del fatto che il mio amatissimo Montalbano è solo la punta dell'iceberg.
Voto 7/10 (ma solo perché non amo le storie narrate in forma epistolare)

CIT. "La verità è come un punto fermo. Oltre non si può andare."
CIT. "Non ho paura di morire, mi dispiace solo enormemente di dover lasciare le persone che più amo."
CIT. "Ricordati che, sconfitta o vittoriosa, non c'è bandiera che non stinga al sole."


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 112

editore: Bompiani

 


venerdì 20 febbraio 2026

TU, MIO

 




Tu, mio – Erri de Luca -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Un viaggio letterario fino ad Ischia per vivere un'ESTATE degli anni 50, in 114 pagine.

La mia prima immagine è stata quella dell'antica ARTE DELLA PESCA che il protagonista, un adolescente, impara dal suo mentore.

Un pescatore sopravvissuto alla guerra di nome Nicola che vive di mare.

Avidamente ho letto del difficile passaggio dall'innocenza all'età adulta di un ragazzo il cui nome non viene mai menzionato.

Del suo incontro con Caia, un'altra sopravvissuta. Una ragazza più grande che custodisce un segreto che solo lui conosce.

Ho visto nascere l'AMORE.

Quello assoluto che si prova a quell'età, che ti plasma, ma è anche precipizio della memoria di un passato che spesso non ci appartiene, ma inevitabilmente ci segna.

Quello di chi non conoscendo l'alfabeto dei sentimenti ne è travolto completamente e a volte tragicamente.

Tanto da annaspare in un precipizio di emozioni, tra inadeguatezza, vuoto, senso feroce di protezione per le persone che amiamo, rabbia verso i nemici e urgenza di giustizia riparativa contro i torti subiti.

Poi mi sono lasciata cullare da un'altra immagine dell'AMORE.

Quella SPIRITUALE che sana la memoria, che diventa anello di congiunzione di un'infanzia negata e postino di parole, gesti, sguardi delle persone care che non ci sono più.

Quella che ti fa sussurrare "Tu, mio" come promessa che va oltre ogni tempo.

Ogni parola è stata poesia, misura, di un pensiero artistico sconfinato.

Un momento per sognare ad occhi aperti, riflettere, perdermi nella fragilità dei personaggi, ma anche schiantarmi dinnanzi alla memoria di una guErra consumata, il cui fuoco ancora arde prepotentemente nei cuori dei sopravvissuti e alimenta curiosità, sentimenti contrastanti nelle nuove generazioni.

Tra quelle pagine ho visto consumarsi il conflitto tra la memoria e l'urgenza del presente. Tra il senso di veNdetta e la PACE.

Poi, ho trovato conforto nella VERITÀ disarmante rivelata da Nicola.

L'odio lascia solo voragini dentro di noi e nessun trionfo!

Non esiste alcun nemico.

Davanti alla morte siamo tutti uguali.

Il sangue non ripara la memoria, non restituisce giustizia.

Dobbiamo solo imparare a convivere con il vuoto e a comprendere il suo peso nella nostra VITA.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2012

pagine: 128

Editore: Feltrinelli

 


LA FINESTRA SBAGLIATA - SPARIRE PER LASCIARE SPAZIO ALLA PROPRIA OPERA?

 


Sparire per lasciare spazio alla propria opera?

Ha senso scrivere? Ha senso farlo comunque, ben consci del fatto che qualsiasi esito avrà la pubblicazione [successo commerciale vs flop] sarà verosimilmente legato a logiche che nulla c’entrano con la scrittura e con il messaggio che custodisce?

Ha senso scrivere in un mondo che sbeffeggia l’arte, la parola, il passato, attorciglia chilometri di carta in volgari pallottole e li butta al primo cassonetto su strada? Un mondo in cui i primi scaffali di ogni libreria sono pieni della sgraziata voce del potente di turno, ingoiata dalle più incredibili gole, siano esse quelle di notori personaggi, influencer dell’ultima ora o di un valido qualcuno che ha la fortuna di trattare temi in voga, e di farlo dalla prospettiva esatta in cui vanno trattati?

Ha senso scrivere in un mondo in cui vedere il proprio nome su una copertina è il fine ultimo e non l’inevitabile ostacolo da superare per chi, sopraffatto dall’atto primario dell’ispirazione, vorrebbe solo sparire, dimenticare tutto ciò che vede, persino morire, per lasciare spazio solo alla sua opera?

È questo lo sciabordio che Elettra, il personaggio chiave del mio romanzo Lo specchio degli occhi tuoi, sentiva dentro la sua testa di sognatrice annichilita, prostituta integra, mentitrice autentica. Forse è questo che sentiva anche quella me venticinquenne che ha ricevuto questa storia in dono e che non è riuscita a sottrarsi all’urgenza di raccontarla.

Queste domande non abitano solo quel romanzo ma anche il mio romanzo d’esordio, che ho ripubblicato proprio in questi giorni La verità non muore, amore. Anche qui mi interrogo sul senso della scrittura, sul suo ruolo rispetto al dolore che c'è nel mondo, rispetto alla testimonianza, rispetto alla ricerca ostinata della verità.

In questo testo mi faccio le stesse domande, stavolta attraverso Poeta, uno dei protagonisti, che fa un incontro bislacco e affascinante con un'entità che viene da un'altra dimensione: si chiama Vera e viene da Volta Celeste.

Per anni sono stata convinta si trattasse di storie molto diverse tra loro, una di taglio filosofico esistenziale, una dissacrante e carnale… Solo ora mi accorgo invece che, sottotraccia, in entrambe le storie, naviga la stessa domanda: è giusto che l'autore di un romanzo sia più importante del romanzo stesso e dei suoi personaggi? È giusto che per dare un’opportunità a una storia si debba mettere il suo autore al centro della scena? È giusto che se l’autore si sottrae a questo compito, per temperamento, per impossibilità, per scelta, l’opera non abbia più alcuna possibilità di farcela?

Elettra, il mio personaggio più estremo, a sua volta una scrittrice, ha risposto a questa domanda, con un gesto radicale di sottrazione: non una resa, ma una scelta. C'è una scena in particolare che si dipana dentro la camera da letto che prima Elettra divideva con una sua intima amica, Viola - una scena che una mia lettrice ha definito "un'opera d'arte teatrale messa su da Elettra stessa" — in cui questo gesto di sottrazione radicale si compie in modo simbolico: quando Viola apre la porta della loro vecchia camera, trova davanti a sé una scena sconcertante: è un libro a troneggiare nella stanza ed Elettra si camuffa in un feticcio fino alla rivelazione finale: La camera era in penombra. La prima cosa che scorsi, entrando, fu un libro aperto alla sua esatta metà, sembrava galleggiare nell’aria, al centro della stanza. Avvicinandomi vidi una penna turchese, nell’insenatura al centro, e un filo dorato come segnalibro.

Ed Elettra, invece, Elettra si trova nel punto più lontano della stanza, in un angolo. Elettra, scrittrice, si sottrae alla scena e il suo testo rimane. Viola diventa involontaria custode di questa ultima scena e, molti anni dopo, la racconta in una lettera: Accesi la luce nella stanza: finalmente la vidi, era di spalle a me, nell’angolo più interno della nostra camera, accovacciata a terra, in posizione fetale, con il viso rivolto alla parete, reclinato sulla spalla destra. Volevo guardarle gli occhi. […] Solo allora vidi un piccolissimo specchio nell’angolo della parete che la fissava, mentre lei lo fissava. Si specchiavano da ore, prima del mio arrivo.

Così Elettra si è sottratta a questo destino obbligato. Io, in fondo, ho compiuto la mia stessa scelta lasciando quel romanzo nel cassetto per quindici anni.

Forse è solo questo che mi ha impedito di pubblicarlo prima: quel nucleo di me indistruttibile, idealista al punto da non riuscire a fare un compromesso “adulto” con il mondo reale.

Forse è tutto qui quel senso di disagio che avverto oggi nell’aver esposto la mia persona per dare un’opportunità alla mia storia, ben consapevole che, se tutto andasse come dovrebbe, sarebbe l’esatto contrario. Semmai.

Sparire per lasciare spazio alla propria opera? Questa domanda torna a risuonare in me proprio ora che ho subito la soppressione improvvisa di tutti i miei spazi su Facebook, spazi dove abitava proprio questo mio avatar che, una volta entrata nell’età adulta, infine, avevo deciso di costruire, e a cui avevo dedicato tanto del mio tempo. Avatar grazie al quale qualche anima qua e là si era affezionata alle mie storie e alla mia scrittura.

Oggi questo accadimento mi suona come una beffa, ma alcuni giorni mi appare persino come un’opportunità.

Riusciranno i miei libri a fare il loro viaggio, ad essere apprezzati o bocciati, amati o criticati, indipendentemente da me?

 


giovedì 19 febbraio 2026

LA COPPIA DELLA PORTA ACCANTO

 




La coppia della porta accanto - Shari Lapena -

recensione a cura di Mirella Pieroni


Dopo aver assaporato la coralità e l’intreccio fitto di “Qui tutti mentono”, ho voluto leggere anche il primo romanzo dell’autrice “La coppia della porta accanto”, ma purtroppo l’ho trovato meno incisivo.

A differenza della struttura corale a cui l'autrice mi aveva abituata, qui l'attenzione è quasi interamente catalizzata da Anne e Marco. Si avverte quasi una claustrofobia narrativa. Concentrarsi quasi ossessivamente su Anne e Marco rende il libro un po' statico, come una recita teatrale con troppi pochi attori e un unico scenario.

Questo porta anche a una mancanza di dinamismo. Mentre nell’altro romanzo ogni vicino aggiunge un tassello di mistero, qui la sensazione è quella di girare un po' troppo intorno agli stessi segreti domestici, perdendo quel ritmo incalzante che rende un thriller davvero memorabile.

In sintesi la struttura di “La coppia della casa accanto” è molto più acerba, rispetto al romanzo successivo. È il tipico thriller d'esordio che punta tutto sul colpo di scena finale, mentre “Qui tutti mentono” mostra un'autrice molto più sicura nel gestire più sottotrame contemporaneamente.

In definitiva, 'La coppia della porta accanto' non raggiunge le vette del romanzo successivo, ma offre comunque un'esperienza di lettura avvincente, perfetta per chi cerca un thriller leggero da gustare in un pomeriggio piovoso.


genere: thiller

anno di pubblicazione: 2017

pagine:280

editore: Mondadori

mercoledì 18 febbraio 2026

LA SIGNORA DEL NEROLI

 




La signora del neroli - Chiara Ferraris -

recensione a cura di Stefania Calà


Emma è una raccoglitrice di fiori d'arancio, ha le mani piccole e la passione necessarie per farlo. Non solo. Emma ama la terra, ama gli aranceti del ponente ligure, si sente viva solo nel periodo della raccolta, che lei e la sua famiglia attendono ogni anno con grande trepidazione. 

Emma è anche una giovane donna che conosce l'amore ma che, suo malgrado, si imbatte nella violenza e nella prevaricazione. 

Nonostante le difficoltà e le ingiustizie, Emma diventa "la signora del neroli", quell'olio preziosissimo ricavato dai fiori d'arancio e tanto richiesto dai profumieri. 

Crea un impero, trova il suo riscatto, assapora la vendetta, ma a quale prezzo?

Il personaggio creato da Chiara Ferraris è potentissimo, moderno, appassionato. Leggendo il romanzo ho più volte ripensato a Rossella O 'Hara, una donna quasi cinica, spregiudicata, pronta a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, emancipata e apparentemente egoista.

E non si tratta solo di modernità o caparbietà o autodeterminazione: Emma, come Rossella, è una eroina ma anche una antieroina, la ami ma la odi anche, a volte non la capisci, difficilmente empatizzi. Di certo, ti entra dentro, ti lacera il cuore e, quando finisci di leggere la sua storia, ne senti la mancanza. 

Io credo che Chiara Ferraris abbia un dono: bravissima nel tratteggiare un personaggio così complesso e suscitare emozioni tanto contrastanti; impeccabile sia nei contenuti che nella forma; raramente mi piacciono le parti descrittive, invece scritte da lei sembrano poesie. Un vero talento, elegante, raffinata, profonda. Non per niente, il romanzo è stato insignito del premio per la narrativa "Nadia Toffa" nello scorso mese di dicembre, proprio a Palermo.
Purtroppo, però, non ha superato il mio libro preferito, ovvero "L'impromissa". E lei lo sa 

Voto 9/10

CIT. "Mi viene da chiedermi se la vita in fondo non sia fatta di questo, di continui strappi e rotture e cuciture raffazzonate per tentare un'integrità che tutto sommato non ci appartiene per natura."

CIT. "A volte, per poter camminare in avanti è necessario fare salti molto arditi. Lasciarsi alle spalle luoghi, cose, persone. E poi ritrovarli, quando si è pronti per farlo."

CIT. "E tu sei me, quando sei qui. Altrove, io non sono io e tu non puoi essere me."

CIT. "Lui è il mio neroli, l'essenza racchiusa nel cuore delle zagare."


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 448

editore: Piemme

 


martedì 17 febbraio 2026

CACCIA ALLE STORIE - IL MISTERO DI PLASTOS

 




CACCIA ALLE STORIE- AVVENTURE TRA LE PAGINE PER RAGAZZI CURIOSI

romanzi segnalati e recensiti da Elisa Caccavale


Il mistero di Plastos - Simona de Laurentiis -

Il mistero di Plastos è un breve romanzo per ragazzi che intreccia avventura fantastica, mitologia classica ed educazione ambientale, con l’intento dichiarato di sensibilizzare i giovani lettori al tema dell’inquinamento marino e della plastica.

I protagonisti, i gemelli Chris e Gabriel, durante una nuotata vengono catapultati in un mondo sommerso popolato da granchi guerrieri, sirene e creature marine antropomorfizzate. Il viaggio li conduce fino a Plastos, una città costruita interamente con rifiuti di plastica, governata dalla misteriosa sirena Partenope, incarnazione simbolica dell’abuso umano sull’ambiente. Attraverso una struttura lineare e una narrazione fortemente guidata, il racconto accompagna il lettore verso una conclusione risolutiva e moralmente esplicita, in cui la cooperazione e il rispetto per il mare diventano strumenti di salvezza collettiva.

Il testo si rivolge chiaramente a un pubblico di lettori giovani, privilegiando una scrittura semplice, dialoghi frequenti e un immaginario fortemente visuale. L’autrice sceglie una modalità narrativa che ricorda la fiaba ecologica, dove i personaggi assumono ruoli simbolici ben definiti e il confine tra bene e male resta sempre riconoscibile. Interessante l’inserimento di riferimenti alla mitologia greca e a elementi scientifici reali (come i batteri “mangia-plastica”), che contribuiscono a costruire un ponte tra fantasia e realtà.

Il romanzo non punta sulla complessità psicologica né su strategie di lettura articolate, ma sulla chiarezza del messaggio e sull’efficacia dell’allegoria. In questo senso, Il mistero di Plastos può trovare una sua collocazione all’interno di percorsi didattici o laboratori di educazione ambientale, dove la storia diventa uno spunto per la riflessione più che un esercizio letterario in senso stretto.

Nel complesso, si tratta di un’opera che dichiara apertamente le proprie finalità educative e le persegue con coerenza, rivolgendosi a lettori alle prime esperienze di narrativa lunga e privilegiando l’urgenza del tema trattato rispetto alla ricerca stilistica.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2024

editore: Abrabooks


lunedì 16 febbraio 2026

CON LE TUE LACRIME FURIOSE

 





Con le tue lacrime furiose - C. Nolasco -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: Adelfio Gualtieri ha un problema: l'insonnia. Si rivolge ad uno psicoterapeuta (Ivan Porzia) nella speranza di riuscire a risolverlo. Inizia un confronto singolare nel quale il protagonista parla della sua infanzia, del fratello in fuga, della sua ragazza e della misteriosa morte del padre. Intanto accadono cose. Strani incidenti cominciano a decimare uomini che un tempo, quando erano adolescenti, frequentavano casa della famiglia di Adelfio.


🔥Punto di forza: i personaggi, le loro mille sfaccettature. Il ritmo, più lento all'inizio ma via via sempre più incalzante. Un precipitare vorticoso, dove la velocità aumenta, incontrollabile. Le sedute del protagonista dallo psicologo. Ogni dialogo è una chicca. Fino a metà romanzo stentavo a ritenerlo un thriller alla fine mi sono ricreduto. La scrittura, l'arte dello scrivere, quella che ti fa mettere la parola più appropriata nel momento giusto, che rende la lettura appassionante e coinvolgente. Tanti colpi di scena e sorprese lungo il "percorso".

🙁Punto debole: nessuno. Anzi ogni pagina letta ti gratifica, ti arricchisce e ti insegna.


🏁Finale: è l'unico infinitesimale appunto che mi viene da fare. Leggermente troppo frettoloso. O forse era solo la mia voglia di continuare a leggere. La speranza vana che il libro, di li a poco, non finisse. Magari la storia di Adelfio non finisce qui....


🎓Giudizio complessivo: ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ 💫
Non raggiunge il massimo dei voti per un piccolo particolare dunque. Questa è una valutazione assolutamente personale, che risente giustamente dei miei gusti, perche oggettivamente a questo romanzo è praticamente impossibile trovare difetti. Carmen Nolasco è una perfezionista, non lascia nulla al caso. Tutto viene controllato e ricontrollato e dal lato squisitamente tecnico non c'è nulla da eccepire. Di scrittrici così attente ai particolari e così preparate ne ho lette poche. Un'autrice che a parer mio ha avuto un successo minore di quello che il suo enorme talento avrebbe meritato. Ribadisco l'eccellenza di questo romanzo, non so dire se sia il suo migliore. Ne ho letti tanti della Nolasco, uno piu bello dell'altro. Complimenti dunque e...alla prossima


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2026

 


domenica 15 febbraio 2026

LA STRATEGIA DEL BARRACUDA

 




La strategia del barracuda – Antonello Marchitelli -

Recensione a cura di Dario Brunetti 


La strategia del barracuda è il nuovo romanzo di Antonello Marchitelli edito Book Tribù nella collana Black Out di Gianluca Morozzi.

In un ispettorato di liquidazione sinistri di una Compagnia di Assicurazione milanese la routine quotidiana è segnata dalla ricezione delle denunce con la conseguente procedura delle pratiche dopo l’istruttoria dei relativi periti e la valutazione del risarcimento del danno a seconda delle norme.

Si consumano vite di colleghi che impiegano il loro lavoro tra invidie, gelosie, avanzamenti di carriera a discapito di qualche altro più meritevole, tra chi flirta con la collega più attraente, chi conta i giorni che gli mancano per andare in pensione e tanto altro ancora. Il tutto appartiene alla classica catena di montaggio che come sostenevano sia lo scrittore Franz Kafka che il filosofo Gilles Deleuse ogni individuo è relegato.

Il concetto di ripetitività del lavoro diventa qualcosa di automatico incide nella vita di ogni essere umano anche in maniera ossessiva entrando attraverso il suo meccanismo di azione nella vita privata e persino nell’amore.

Per destabilizzare questo processo giornaliero ci vuole qualcosa che punti a rompere definitivamente la monotonia quotidiana.

Ecco che entrano in scena un gruppo di terroristi armati. Ma cosa ci sarà mai da rubare in un ispettorato sinistri?

Direi nulla, anche perché un ispettorato non maneggia liquidità come se fosse una banca!

Questi killer sono disposti a tutto pur di dare la caccia e di scovare un agente speciale che ha sottratto denaro alla malavita organizzata e che si nasconde tra i colleghi dell’ispettorato.

L’agente speciale viene denominato il Barracuda per l’abile capacità di sapersi mimetizzare, ed è anche lui un predatore che sceglie il momento giusto per colpire e sferrare il suo attacco decisivo.

Sarà solo l’inizio di una discesa agli inferi per i colleghi dell’ispettorato colti di sorpresa da una visita del tutto inaspettata, invece assisteremo a una vera e propria partita a scacchi tra il Barracuda e i terroristi, con a capo il temibile uomo vestito di nero.

Marchitelli attraverso uno stile asciutto e immediato serve al lettore un action-thriller coinvolgente e adrenalinico ricco di suspense e colpi di scena.

Il Barracuda può apparire come un eroe alla Chuck Norris, l’attore è alto 175 cm circa, per un peso di 75 kg ed è esperto di arti marziali. Per struttura corporea non verrebbe facilmente individuato proprio come il protagonista del romanzo che riesce ben a mimetizzarsi non dando alcun punto di riferimento sia ai suoi colleghi che ai suoi temibili avversari.

In questo romanzo ci sarà davvero spazio per i sentimenti? Forse un giorno! Per il momento si dovrà mettere in salvo la pelle seppur a caro prezzo.

Se il lavoro d’ufficio non sembra dare via di scampo, una lettura di evasione è proprio quel che ci vuole. Non ci resta che approfittarne! 


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2025 

pagine: 136

editore: Book tribù


sabato 14 febbraio 2026

L'ULTIMA COSA BELLA SULLA FACCIA DELLA TERRA

 




L’ultima cosa bella sulla faccia della terra - Michael Bible -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

In poco più di cento pagine l’autore costruisce una storia intensa e stratificata che affonda le radici nella provincia americana, esplorando i moti più oscuri dell’animo umano e la complessità di vite rimaste senza riscatto.  

La vicenda si apre con un atto insieme tragico e misterioso: Iggy, un giovane di Harmony, una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti, entra in una chiesa battista durante una funzione domenicale con l’intento di autoimmolarsi. Ma nel gesto qualcosa va storto: la benzina si rovescia e un incendio provoca la morte di venticinque fedeli, mentre lui sopravvive. Condannato alla pena di morte, Iggy trascorre gli ultimi giorni di vita rivivendo ricordi e fantasie, interrogandosi su cosa lo abbia spinto a quel gesto estremo (l’alcol, la droga, la perdita, l’amore per Cleo o l’amicizia per Paul?). 

Il romanzo procede per voci e punti di vista differenti: accanto alla narrazione interiore di Iggy, si alternano le prospettive di altri personaggi che in vario modo sono stati toccati dall’evento o ne portano il peso. Archi temporali diversi si intrecciano come in una partitura polifonica: dal 2005 al 2019, passando per epoche e memorie che alimentano la riflessione sul senso di appartenenza, solitudine e destino.  

Non è un semplice romanzo sull’azione drammatica: è un’esplorazione dell’esistenza come un continuo oscillare tra dolore, desiderio e fallimento. Bible scava nella psicologia dei personaggi, nella loro incapacità di comunicare la sofferenza, e nella spinta a cercare qualcosa di bello in un universo che sembra sempre disfarsi.  

L’opera si muove in un terreno narrativo dove l’evento catastrofico è solo il punto di partenza: ciò che rimane è la scia di vite spezzate, di speranze tradite e di silenzi mai colmati. L’ambientazione nel Sud rurale americano regala al romanzo un’atmosfera secca, viscerale, spesso amara, dove la comunità reagisce alla tragedia in un modo che è insieme collettivo e dolorosamente personale.  

La prosa di Bible è spesso controllata: non è un linguaggio spettacolare, né pirotecnico, ma capace di creare immagini e sensazioni che si fossilizzano nella mente del lettore. Ci sono momenti di grande lirismo, alternati a passaggi asciutti e crudi che riflettono lo stato mentale dei protagonisti.  


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2023

pagine: 135

editore: Adelphi


venerdì 13 febbraio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - CANNIBALI

 



Cannibali

Trovandomi ormai al di fuori del mondo virtuale di Facebook, sto riuscendo ad avere un contatto più intimo con diverse persone, anche con quelle che conosco solo virtualmente. Ci si confidano più cose, o forse accade solo in modo diverso. La forte sensazione è che le storie individuali siano travolte dalla situazione geopolitica, o meglio, dalla sua atmosfera. Non si dorme bene, si fanno incubi, si coltivano molti timori, veri e propri terrori, si torna bambini, in preda alle più feroci paure, senza più una mamma lì a dirci: “andrà tutto bene”.

I simboli, gli spettacoli, le istituzioni, tutto ci ripete il contrario: “andrà a finire male, abbi paura!”. Si tratta di una realtà non solo oscena, ma sadica, che sembra trarre dalla nostra sofferenza e preoccupazione perpetua la ragione della sua sopravvivenza. È così: da diversi anni una cappa sempre più corposa incombe su di noi. La mia sensazione è che ci stia soggiogando, facendoci vivere – o sopravvivere - nel terrore per il futuro.

Ogni tanto, mentre svolgo le solite incombenze, mi domando: “Ma c’è una soluzione a tutto questo?”. Ho sempre avuto un certo gusto per le domande impossibili: è forse questo il destino di noi scrittori. Avverto nella parola una precisa possibilità di riscatto, e allora nonostante non sia più una ragazzina e nonostante ci sia ben poco da sperare, la interrogo ancora.

So che il giorno in cui non avrò più risposte sarò stata sconfitta. Per fortuna una risposta da darmi la trovo ancora. Per me l’antidoto è questo: mantenere la centratura, preservare la curiosità per la vita, praticare la gioia, carezzare la solitudine e unirsi con anime affini.

Viviamo ad ogni livello un tale grado di violenza, degrado, perversione e mistificazione, che diventa impossibile tenersene fuori. Del resto, che queste persone che ci governano siano dei demoni incarnati o solo un volto sfatto di noi stessi, le cose non cambiano molto. Loro resteranno sempre e comunque parti decomposte dell’intero organismo umano: corpi con le sembianze della vita, che malcelano la necrosi che li attraversa, cadaveri la cui unica oscenità risiede nell’assenza di un funerale. Sono vivi. E, che ci piaccia o no, sono parte di noi.

Da loro a noi, da noi a loro, energie pesanti, negatività e lacci sadomasochistici, si rinforzano ogni giorno di più, con tutto il loro portato di illusioni e disillusioni: siamo parte del loro gioco, lo rinforziamo.

Allora non ci resta che costruire emozioni ed energie altre e farle diffondere. Siamo energia, energia che si moltiplica quando amiamo e quando uccidiamo, quando ridiamo a crepapelle e quando odiamo, quando accogliamo il dolore degli altri, o lo deridiamo.

Tutto questo per dire che per me la questione è intima, interiore, e solo in seguito diventa politica e sociale.

Siamo una delle "culture" più violente che siano mai esistite, con le nostre democrazie tesserate, con la civilizzazione imposta a suon di cani da guardia e di cannoni, con il giudizio insindacabile per ogni forma di diversità, con la falsità delle celebrazioni e dei rituali laici e la persecuzione delle minoranze. «Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo» [Michel de Montaigne, Dei cannibali].

Per questo stiamo finendo, non siamo vitali. La vita nasce e prolifera nell'incontro con la diversità. Ma dove c'è vita arriviamo noi e portiamo la morte. Questo capita sempre. Vedi il rapporto che abbiamo con le altre culture, vedi ciò che succede tra di noi ormai da anni, spaccati in ogni modo possibile, vedi come vengono scritti i titoli di giornale, vedi il lessico dei nostri politici, vedi le rispostacce degli impiegati pubblici, vedi gli ospedali trasformati in lager, vedi la famiglia di Palmoli, a cui ad ogni costo abbiamo dovuto trasfigurare il sorriso, vedi tutti gli altri bambini rinchiusi senza ragione, vedi tutte quelle ingiustizie che proliferano per decenni, nell’indifferenza generale.

Distruggiamo quel poco che c’è di bello, solo perché noi non sappiamo più ridere, non abbiamo più mezzi per comprendere e decifrare la bellezza, ma anche se la comprendiamo non la tolleriamo più, perché - immersi come siamo in questo buio - ci infastidisce, ci provoca, ci acceca. «Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo», scriveva Emile Michel Cioran.

Ecco, questa di cui sto parlando è più di una guerra, è una cannibilizzazione feroce del bene, una vampirizzazione del bello, una mistificazione continua del vero.

Eppure io credo che chi muove le fila non cambierà mai finché non cambieremo noi. Ci legano a loro illusioni speculari. Le nostre e le loro, necessarie le une alle altre. Loro non sono che l'espressione più grottesca di una specie morente.

Ecco perché mi ostino, contro ogni evidenza, a parlare di linguaggio, di arte, di eros, di energia, perché per quanto mi riguarda questa non è una guerra che si possa vincere rimanendo al loro piano. Sono cose che viviamo tutti noi, nel piccolo. Avete mai incontrato persone che vampirizzano la vostra energia? Io sì, tante volte. Ogni volta che sono stata accerchiata e vampirizzata ho iniziato a giocare secondo le mie regole, abbandonando quelle del nemico.

Non è una resa né un atto di debolezza; si tratta piuttosto della consapevolezza del potere che abbiamo, nonostante tutto, di agire nel nostro spazio, di poter affiancare, alla denuncia del brutto, la fiducia in un piccolo soffio vitale, che nessuno al mondo avrà il potere di toglierci, se non lo vorremo noi. Perché anche quando finiremo nell'abisso sbranati dalle bestie noi potremo pur sempre dire: “eppure io ci sono e rinasco continuamente”.

 


VILLA DEL SEMINARIO

 





Villa del seminario - Sacha Naspini 

rensione a cura di Miriam Donati

 

La camminata proseguiva fino alla villa del vescovo. Il grande giardino era ormai mangiato dai roveti e dall’erba alta. […] Ma prima di tutto c’era da girare un muro. Non sapeva quando lo avevano costruito, a questa domanda c’erano due soluzioni: […]  nel ’43 per non far vedere dalla strada cosa stava accadendo nella casa del monsignore; o dopo, quanto tutto era finito, per dimenticarlo.” 

 

Non sempre serve essere eroi coraggiosi, impavidi, sprezzanti del pericolo e della morte, a volte il vero coraggio è quello di non voltare la testa dall’altra parte, non restare indifferenti anche se lo fa la maggioranza delle persone; gli atti di coraggio sono quelli minimi, piccole azioni o gesti che danno l’esempio e trascinano in un mondo alternativo.

Questo racconta Sacha Naspini nel suo romanzo storico Villa del seminario.

Rievoca fatti vergognosi realmente accaduti e taciuti per tanto tempo: la Diocesi di Grosseto stipulò nel 1943 un regolare contratto d’affitto con un gerarca fascista per la trasformazione della Villa del seminario di Roccateferighi nella Maremma toscana in un luogo d’internamento per gli ebrei, in attesa della partenza per Fossoli e infine per il lager di Auschwitz. A oggi non è stato chiarito il ruolo del vescovo, monsignor Paolo Galeazzi, se fosse un tentativo estremo di rallentare la morte degli ebrei o uno spregevole commercio illecito per trarne beneficio. Fatto sta che dopo la guerra la Diocesi fece richiesta allo Stato italiano del pagamento del canone di locazione convenuto e mai corrisposto per i mesi precedenti la Liberazione. Nalla nota finale dell’Autore, Naspini spiega i motivi che l’hanno mosso a raccontare questa vicenda dolorosa abitata da personaggi inventati e persone veramente esistite.

Partendo dal centinaio di ebrei rinchiusi nel seminario e con il punto di vista di un umile ciabattino, Naspini narra una vicenda dolorosa per evitare che sia dimenticata, o, peggio ancora, giustificata.

Il nostro calzolaio, René, soprannominato Settebello dai compaesani per la mancanza di tre dita, perse al tornio da piccolo, abita a Le Case, piccola frazione grossetana. È un uomo schivo, solitario, taciturno, senza famiglia, con tanti conoscenti a causa del suo lavoro, ma senza amici ad eccezione della sarta Anna che vive nella sua palazzina al piano terra, è l’amica di una vita, di cui è innamorato, ma alla quale non si è mai dichiarato. Si trovano tutti i giorni nella cucina di Anna in quanto lei esce ormai raramente, segnata prima dalla morte del marito nella Grande guerra e poi dall’uccisione da parte dei tedeschi del figlio Edoardo partigiano. Logorata dalla perdita, alla notizia dell’organizzazione da parte dei fascisti e dei nazisti di un campo di internamento per un centinaio di ebrei della zona che vengono rinchiusi nel seminario trasformato in carcere, decide di vendicare il figlio prendendone il posto e lasciando a Renè il compito di coprire la sua assenza.

Nonostante l’iniziale sconcerto gli abitanti del paese, per paura e per i problemi assillanti portati dalla guerra, stenti, fame, freddo e con un inverno in arrivo che si annuncia micidiale, preferiscono lo spirito di conservazione all’umana solidarietà e voltano la faccia dall’altra parte quando i soldati portano in paese gli internati a prendere aria.

Il riscatto passa dal prendersi cura uno dell’altro e René che per anni è stato spettatore diventa pian piano protagonista. Comincia una sua personale guerra delle scarpe quando gli portano scarpe e scarponi da riparare dalla Villa, inserendo chiodi arrugginiti e posizionandoli in modo da rovinare tacchi e suole e causare difficoltà durante le azioni militari.

Proprio quando René viene a sapere che alla Villa sono tenuti prigionieri tre partigiani catturati, tra cui una donna, l’assenza prolungata di Anna viene scoperta e lui arrestato perché si pensa che scriva missive per i partigiani (non lettere quotidiane ad Anna che poi brucia nel camino) e rinchiuso in una cella al seminario.

Privazioni,  botte, umiliazioni e assistere all’uccisione di un partigiano prigioniero, temendo la stessa sorte per Anna lo cambiano profondamente, la sua resistenza da passiva diventa attiva: una resistenza sui generis, fatta di sopportazione alle botte per non rivelare i nomi dei partigiani che ha conosciuto in casa di Anna, di lavoro artigianale di rattoppo stivali e scarponi in cella e stringendo amicizia con un giovane soldato, Simone, che vuole abbandonare l’esercito e unirsi ai partigiani.. Crea con lui una piccola rete all’interno del seminario che si oppone ai fascisti e ai nazisti, mentre una strana isteria si diffonde di notte tra gli internati che urlano e strepitano disorientando anche le menti dei carcerieri. 

Quando è ormai chiaro che gli Alleati si stanno avvicinando, gli ebrei sono traferiti al nord per avviarli ai campi di concentramento e si cancellano le prove della loro presenza al seminario.

Cosa sarà di René e di Anna e dei partigiani? Sacha Naspini ce lo racconta fino a vent’anni dopo la Liberazione, anche se nel finale non nasconde l’amarezza per la memoria confusa ad altre memorie, diluita se non rimossa.

Una storia di fantasia con un carattere universale, dura, ma che fonde commozione, rabbia, solidarietà e anche speranza.

Lo stile è essenziale, i personaggi descritti in modo scarno, lucido.  C’è un grande lavoro sulla scrittura: schietta, intensa, incisiva, con espressioni gergali a segnare in profondità la vicenda.

L’autore ci dice che oggi si passa di fianco alla Villa solo per raccogliere i papaveri, ma il romanzo, pur non assolvendo nessuno, invita a continuare a credere nell’essere umano che, nonostante il male, riesce ad attingere alla propria dignità, alla solidarietà e alla resistenza.

 

Genere: Narrativa storica

 Anno di pubblicazione: 2023

pagine: 202

editore: edizioni e/o


giovedì 12 febbraio 2026

L'AVVELENATRICE DI UOMINI

 




L’avvelenatrice di uomini – Cathryn Kemp – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Giulia Tofana è una figura tra storia e realtà, che ha sempre infiammato la fantasia popolare. Vissuta nel XXVII secolo, nei tempi bui dell’Inquisizione e della peste, secondo quanto si narra era figlia di Teofania, cortigiana alla corte spagnola, poi trasferitasi a Palermo al seguito di un marito ricco mercante. È qui che Teofania, nel laboratorio del monastero, inventa l’Acqua Tofana, potentissimo veleno che on lascia tracce.

Non voglio raccontare la trama di questo romanzo storico, che prende e trascina via nel passato di città come Palermo, Napoli e Roma. Un romanzo ricco di immagini, suoni e sapori così come di eventi che stravolgono le vite dei protagonisti.

Basterà dire che Giulia, trasferitasi a Napoli e poi a Roma dopo la morte della madre, ne segue le orme. Si circonda di donne che, da una piccola bottega che crea e commercializza medicamenti,  aiutano le altre donne a guarire dal malanni, a partorire o ad abortire e, da ultimo, a liberarsi di mariti violenti.

L’ambientazione ti butta dentro i vicoli maleodoranti dove la peste la fa da padrone, ma anche nelle piazze e nei palazzi del potere, dove l’Inquisizione combatte principalmente le donne, accusate di far uso di arti magiche laddove in realtà è solo conoscenza delle proprietà delle erbe.

I personaggi maschili sono tre e secondo me rappresentano il difetto del romanzo: Papa Alessandro VII, che mette in evidenza i privilegi della nobiltà dell’epoca ma che alla fine risulta il meno riuscito del romanzo, un po’ troppo stucchevole. Poi abbiamo l’inquisitore Bracchi, che più che dalla fede è mosso dall’ambizione personale, il che risulta abbastanza solito e banale: il terzo è Don Antonio, che sta dalla parte delle nostre donne, un prete non convenzionale che officia anche messe nere. Ecco, a parte il fatto che è molto marginale, non è approfondito perché agisca così.

Detto questo, il libro è comunque godibilissimo, l’incalzare degli eventi è serrato, di quelli che ti tengono incollata alla pagina. Giulia è un personaggio da mito, la vedi bellissima e fiera attraversare le vie di Roma, combattere contro pregiudizi, alla fin fine fregarsene di ogni convenzione. Se sia un’eroina o un’assassina non te lo chiedi perché l’autrice è molto brava a farti empatizzare e poi, in fondo, lei si limita a fornire l’Acqua Tofana alle donne che gliela chiede e il più delle volte non si fa nemmeno pagare.

Mi verrebbe da concludere che sembra un libro di altri tempi, in cui si percepisce la gioia dell’autrice nel raccontare che non viene mai contaminata dalla ricerca ossessiva del realismo a ogni costo. Del resto, che questa sia la vera storia di Giulia non ha molta importanza: come diceva Pennac, se la vita è quello che è, il romanzo ha il diritto a essere quello che vuole.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 400

Editore: Nord

 


mercoledì 11 febbraio 2026

IL PORTIERE E LO STRANIERO

 





Il portiere e lo straniero - Emanuele Santi -

recensione a cura di Stefania Calà


A metà tra un racconto e un saggio, "Il portiere e lo straniero" può definirsi un viaggio che l'autore, con grande passione, compie nella città di Algeri e, in maniera più figurata, nella giovinezza di Albert Camus, che ad Algeri è nato e cresciuto. 

La storia è quella di un ragazzo povero, con la passione per il calcio, cresciuto per le strade impolverate della città ancora colonia francese. Scegliendo il ruolo di portiere, il giovane Camus si erge a estremo difensore e ultimo baluardo di un campo da gioco che è metafora della vita. 

"La solitudine del portiere è quella condizione necessaria di chi vuole osservare il mondo da un altro punto di vista: da dietro, dal basso, dall'interno della mischia, dall'alto."

La domanda a cui l'autore cerca di dare una risposta è: Albert Camus avrebbe scritto "Lo straniero" e sarebbe riuscito a vincere il Nobel per la Letteratura se non avesse giocato nel ruolo di portiere e se non avesse dovuto rinunciarvi a causa della tubercolosi? La risposta è no, non avrebbe avuto la stessa visione della vita. 

"Sul campo di calcio si è tutti uguali senza differenze. L'unica differenza la fa il modo di giocare."

Emanuele Santi, con questo interessante e molto ben scritto romanzo, non solo consente al lettore di conoscere un autore universalmente apprezzato, ma tratteggia anche brillantemente la storia di un Paese e il suo amore per il calcio.

"Il calcio come veicolo per il mondo, il calcio come gruppo e come comunità. Il calcio come selezione meritocratica e come rispetto delle regole. Il calcio come coerenza assoluta e come limpida onestà intellettuale... un'arte capace di trasformare il mondo."

Un lavoro encomiabile, questo, che ci restituisce la figura di un uomo che, alla violenza, risponde con "l'arma della parola, la raffica spietata dei tasti di una macchina da scrivere", un uomo alla ricerca della giustizia e della felicità, un uomo a cui il calcio (ma, soprattutto, il ruolo di portiere) ha insegnato a osservare le cose, migliorandone l'angolazione dello sguardo e la profondità di analisi.

Lo sconsiglio, però, a chi non è appassionato di questo sport 

Voto 8/10

 

CIT. "Il calcio è gioco da uomini e tra uomini c'è lealtà e rispetto."

CIT. "Imparavo finalmente, nel cuore dell'inverno, che c'era in me un'invincibile estate."


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2013

pag: 138