venerdì 13 febbraio 2026

VILLA DEL SEMINARIO

 





Villa del seminario - Sacha Naspini 

rensione a cura di Miriam Donati

 

La camminata proseguiva fino alla villa del vescovo. Il grande giardino era ormai mangiato dai roveti e dall’erba alta. […] Ma prima di tutto c’era da girare un muro. Non sapeva quando lo avevano costruito, a questa domanda c’erano due soluzioni: […]  nel ’43 per non far vedere dalla strada cosa stava accadendo nella casa del monsignore; o dopo, quanto tutto era finito, per dimenticarlo.” 

 

Non sempre serve essere eroi coraggiosi, impavidi, sprezzanti del pericolo e della morte, a volte il vero coraggio è quello di non voltare la testa dall’altra parte, non restare indifferenti anche se lo fa la maggioranza delle persone; gli atti di coraggio sono quelli minimi, piccole azioni o gesti che danno l’esempio e trascinano in un mondo alternativo.

Questo racconta Sacha Naspini nel suo romanzo storico Villa del seminario.

Rievoca fatti vergognosi realmente accaduti e taciuti per tanto tempo: la Diocesi di Grosseto stipulò nel 1943 un regolare contratto d’affitto con un gerarca fascista per la trasformazione della Villa del seminario di Roccateferighi nella Maremma toscana in un luogo d’internamento per gli ebrei, in attesa della partenza per Fossoli e infine per il lager di Auschwitz. A oggi non è stato chiarito il ruolo del vescovo, monsignor Paolo Galeazzi, se fosse un tentativo estremo di rallentare la morte degli ebrei o uno spregevole commercio illecito per trarne beneficio. Fatto sta che dopo la guerra la Diocesi fece richiesta allo Stato italiano del pagamento del canone di locazione convenuto e mai corrisposto per i mesi precedenti la Liberazione. Nalla nota finale dell’Autore, Naspini spiega i motivi che l’hanno mosso a raccontare questa vicenda dolorosa abitata da personaggi inventati e persone veramente esistite.

Partendo dal centinaio di ebrei rinchiusi nel seminario e con il punto di vista di un umile ciabattino, Naspini narra una vicenda dolorosa per evitare che sia dimenticata, o, peggio ancora, giustificata.

Il nostro calzolaio, René, soprannominato Settebello dai compaesani per la mancanza di tre dita, perse al tornio da piccolo, abita a Le Case, piccola frazione grossetana. È un uomo schivo, solitario, taciturno, senza famiglia, con tanti conoscenti a causa del suo lavoro, ma senza amici ad eccezione della sarta Anna che vive nella sua palazzina al piano terra, è l’amica di una vita, di cui è innamorato, ma alla quale non si è mai dichiarato. Si trovano tutti i giorni nella cucina di Anna in quanto lei esce ormai raramente, segnata prima dalla morte del marito nella Grande guerra e poi dall’uccisione da parte dei tedeschi del figlio Edoardo partigiano. Logorata dalla perdita, alla notizia dell’organizzazione da parte dei fascisti e dei nazisti di un campo di internamento per un centinaio di ebrei della zona che vengono rinchiusi nel seminario trasformato in carcere, decide di vendicare il figlio prendendone il posto e lasciando a Renè il compito di coprire la sua assenza.

Nonostante l’iniziale sconcerto gli abitanti del paese, per paura e per i problemi assillanti portati dalla guerra, stenti, fame, freddo e con un inverno in arrivo che si annuncia micidiale, preferiscono lo spirito di conservazione all’umana solidarietà e voltano la faccia dall’altra parte quando i soldati portano in paese gli internati a prendere aria.

Il riscatto passa dal prendersi cura uno dell’altro e René che per anni è stato spettatore diventa pian piano protagonista. Comincia una sua personale guerra delle scarpe quando gli portano scarpe e scarponi da riparare dalla Villa, inserendo chiodi arrugginiti e posizionandoli in modo da rovinare tacchi e suole e causare difficoltà durante le azioni militari.

Proprio quando René viene a sapere che alla Villa sono tenuti prigionieri tre partigiani catturati, tra cui una donna, l’assenza prolungata di Anna viene scoperta e lui arrestato perché si pensa che scriva missive per i partigiani (non lettere quotidiane ad Anna che poi brucia nel camino) e rinchiuso in una cella al seminario.

Privazioni,  botte, umiliazioni e assistere all’uccisione di un partigiano prigioniero, temendo la stessa sorte per Anna lo cambiano profondamente, la sua resistenza da passiva diventa attiva: una resistenza sui generis, fatta di sopportazione alle botte per non rivelare i nomi dei partigiani che ha conosciuto in casa di Anna, di lavoro artigianale di rattoppo stivali e scarponi in cella e stringendo amicizia con un giovane soldato, Simone, che vuole abbandonare l’esercito e unirsi ai partigiani.. Crea con lui una piccola rete all’interno del seminario che si oppone ai fascisti e ai nazisti, mentre una strana isteria si diffonde di notte tra gli internati che urlano e strepitano disorientando anche le menti dei carcerieri. 

Quando è ormai chiaro che gli Alleati si stanno avvicinando, gli ebrei sono traferiti al nord per avviarli ai campi di concentramento e si cancellano le prove della loro presenza al seminario.

Cosa sarà di René e di Anna e dei partigiani? Sacha Naspini ce lo racconta fino a vent’anni dopo la Liberazione, anche se nel finale non nasconde l’amarezza per la memoria confusa ad altre memorie, diluita se non rimossa.

Una storia di fantasia con un carattere universale, dura, ma che fonde commozione, rabbia, solidarietà e anche speranza.

Lo stile è essenziale, i personaggi descritti in modo scarno, lucido.  C’è un grande lavoro sulla scrittura: schietta, intensa, incisiva, con espressioni gergali a segnare in profondità la vicenda.

L’autore ci dice che oggi si passa di fianco alla Villa solo per raccogliere i papaveri, ma il romanzo, pur non assolvendo nessuno, invita a continuare a credere nell’essere umano che, nonostante il male, riesce ad attingere alla propria dignità, alla solidarietà e alla resistenza.

 

Genere: Narrativa storica

 Anno di pubblicazione: 2023

pagine: 202

editore: edizioni e/o


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