venerdì 13 febbraio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - CANNIBALI

 



Cannibali

Trovandomi ormai al di fuori del mondo virtuale di Facebook, sto riuscendo ad avere un contatto più intimo con diverse persone, anche con quelle che conosco solo virtualmente. Ci si confidano più cose, o forse accade solo in modo diverso. La forte sensazione è che le storie individuali siano travolte dalla situazione geopolitica, o meglio, dalla sua atmosfera. Non si dorme bene, si fanno incubi, si coltivano molti timori, veri e propri terrori, si torna bambini, in preda alle più feroci paure, senza più una mamma lì a dirci: “andrà tutto bene”.

I simboli, gli spettacoli, le istituzioni, tutto ci ripete il contrario: “andrà a finire male, abbi paura!”. Si tratta di una realtà non solo oscena, ma sadica, che sembra trarre dalla nostra sofferenza e preoccupazione perpetua la ragione della sua sopravvivenza. È così: da diversi anni una cappa sempre più corposa incombe su di noi. La mia sensazione è che ci stia soggiogando, facendoci vivere – o sopravvivere - nel terrore per il futuro.

Ogni tanto, mentre svolgo le solite incombenze, mi domando: “Ma c’è una soluzione a tutto questo?”. Ho sempre avuto un certo gusto per le domande impossibili: è forse questo il destino di noi scrittori. Avverto nella parola una precisa possibilità di riscatto, e allora nonostante non sia più una ragazzina e nonostante ci sia ben poco da sperare, la interrogo ancora.

So che il giorno in cui non avrò più risposte sarò stata sconfitta. Per fortuna una risposta da darmi la trovo ancora. Per me l’antidoto è questo: mantenere la centratura, preservare la curiosità per la vita, praticare la gioia, carezzare la solitudine e unirsi con anime affini.

Viviamo ad ogni livello un tale grado di violenza, degrado, perversione e mistificazione, che diventa impossibile tenersene fuori. Del resto, che queste persone che ci governano siano dei demoni incarnati o solo un volto sfatto di noi stessi, le cose non cambiano molto. Loro resteranno sempre e comunque parti decomposte dell’intero organismo umano: corpi con le sembianze della vita, che malcelano la necrosi che li attraversa, cadaveri la cui unica oscenità risiede nell’assenza di un funerale. Sono vivi. E, che ci piaccia o no, sono parte di noi.

Da loro a noi, da noi a loro, energie pesanti, negatività e lacci sadomasochistici, si rinforzano ogni giorno di più, con tutto il loro portato di illusioni e disillusioni: siamo parte del loro gioco, lo rinforziamo.

Allora non ci resta che costruire emozioni ed energie altre e farle diffondere. Siamo energia, energia che si moltiplica quando amiamo e quando uccidiamo, quando ridiamo a crepapelle e quando odiamo, quando accogliamo il dolore degli altri, o lo deridiamo.

Tutto questo per dire che per me la questione è intima, interiore, e solo in seguito diventa politica e sociale.

Siamo una delle "culture" più violente che siano mai esistite, con le nostre democrazie tesserate, con la civilizzazione imposta a suon di cani da guardia e di cannoni, con il giudizio insindacabile per ogni forma di diversità, con la falsità delle celebrazioni e dei rituali laici e la persecuzione delle minoranze. «Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo» [Michel de Montaigne, Dei cannibali].

Per questo stiamo finendo, non siamo vitali. La vita nasce e prolifera nell'incontro con la diversità. Ma dove c'è vita arriviamo noi e portiamo la morte. Questo capita sempre. Vedi il rapporto che abbiamo con le altre culture, vedi ciò che succede tra di noi ormai da anni, spaccati in ogni modo possibile, vedi come vengono scritti i titoli di giornale, vedi il lessico dei nostri politici, vedi le rispostacce degli impiegati pubblici, vedi gli ospedali trasformati in lager, vedi la famiglia di Palmoli, a cui ad ogni costo abbiamo dovuto trasfigurare il sorriso, vedi tutti gli altri bambini rinchiusi senza ragione, vedi tutte quelle ingiustizie che proliferano per decenni, nell’indifferenza generale.

Distruggiamo quel poco che c’è di bello, solo perché noi non sappiamo più ridere, non abbiamo più mezzi per comprendere e decifrare la bellezza, ma anche se la comprendiamo non la tolleriamo più, perché - immersi come siamo in questo buio - ci infastidisce, ci provoca, ci acceca. «Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo», scriveva Emile Michel Cioran.

Ecco, questa di cui sto parlando è più di una guerra, è una cannibilizzazione feroce del bene, una vampirizzazione del bello, una mistificazione continua del vero.

Eppure io credo che chi muove le fila non cambierà mai finché non cambieremo noi. Ci legano a loro illusioni speculari. Le nostre e le loro, necessarie le une alle altre. Loro non sono che l'espressione più grottesca di una specie morente.

Ecco perché mi ostino, contro ogni evidenza, a parlare di linguaggio, di arte, di eros, di energia, perché per quanto mi riguarda questa non è una guerra che si possa vincere rimanendo al loro piano. Sono cose che viviamo tutti noi, nel piccolo. Avete mai incontrato persone che vampirizzano la vostra energia? Io sì, tante volte. Ogni volta che sono stata accerchiata e vampirizzata ho iniziato a giocare secondo le mie regole, abbandonando quelle del nemico.

Non è una resa né un atto di debolezza; si tratta piuttosto della consapevolezza del potere che abbiamo, nonostante tutto, di agire nel nostro spazio, di poter affiancare, alla denuncia del brutto, la fiducia in un piccolo soffio vitale, che nessuno al mondo avrà il potere di toglierci, se non lo vorremo noi. Perché anche quando finiremo nell'abisso sbranati dalle bestie noi potremo pur sempre dire: “eppure io ci sono e rinasco continuamente”.

 


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