Cannibali
Trovandomi
ormai al di fuori del mondo virtuale di Facebook, sto riuscendo ad avere un
contatto più intimo con diverse persone, anche con quelle che conosco solo
virtualmente. Ci si confidano più cose, o forse accade solo in modo diverso. La
forte sensazione è che le storie individuali siano travolte dalla situazione
geopolitica, o meglio, dalla sua atmosfera. Non si dorme bene, si fanno
incubi, si coltivano molti timori, veri e propri terrori, si torna bambini, in
preda alle più feroci paure, senza più una mamma lì a dirci: “andrà tutto bene”.
I
simboli, gli spettacoli, le istituzioni, tutto ci ripete il contrario: “andrà a
finire male, abbi paura!”. Si tratta di una realtà non solo oscena, ma sadica,
che sembra trarre dalla nostra sofferenza e preoccupazione perpetua la ragione
della sua sopravvivenza. È così: da diversi anni una cappa sempre più corposa
incombe su di noi. La mia sensazione è che ci stia soggiogando, facendoci vivere
– o sopravvivere - nel terrore per il futuro.
Ogni
tanto, mentre svolgo le solite incombenze, mi domando: “Ma c’è una soluzione a
tutto questo?”. Ho sempre avuto un certo gusto per le domande impossibili: è
forse questo il destino di noi scrittori. Avverto nella parola una precisa
possibilità di riscatto, e allora nonostante non sia più una ragazzina e nonostante
ci sia ben poco da sperare, la interrogo ancora.
So
che il giorno in cui non avrò più risposte sarò stata sconfitta. Per fortuna
una risposta da darmi la trovo ancora. Per me l’antidoto è questo: mantenere la
centratura, preservare la curiosità per la vita, praticare la gioia, carezzare
la solitudine e unirsi con anime affini.
Viviamo
ad ogni livello un tale grado di violenza, degrado, perversione e
mistificazione, che diventa impossibile tenersene fuori. Del resto, che queste
persone che ci governano siano dei demoni incarnati o solo un volto sfatto di
noi stessi, le cose non cambiano molto. Loro resteranno sempre e comunque parti
decomposte dell’intero organismo umano: corpi con le sembianze della vita, che
malcelano la necrosi che li attraversa, cadaveri la cui unica oscenità risiede
nell’assenza di un funerale. Sono vivi. E, che ci piaccia o no, sono parte di
noi.
Da
loro a noi, da noi a loro, energie pesanti, negatività e lacci
sadomasochistici, si rinforzano ogni giorno di più, con tutto il loro portato
di illusioni e disillusioni: siamo parte del loro gioco, lo rinforziamo.
Allora
non ci resta che costruire emozioni ed energie altre e farle diffondere.
Siamo energia, energia che si moltiplica quando amiamo e quando uccidiamo,
quando ridiamo a crepapelle e quando odiamo, quando accogliamo il dolore degli
altri, o lo deridiamo.
Tutto
questo per dire che per me la questione è intima, interiore, e solo in seguito diventa
politica e sociale.
Siamo
una delle "culture" più violente che siano mai esistite, con le
nostre democrazie tesserate, con la civilizzazione imposta a suon di cani da
guardia e di cannoni, con il giudizio insindacabile per ogni forma di diversità,
con la falsità delle celebrazioni e dei rituali laici e la persecuzione delle
minoranze. «Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra
infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la
ragione che l'esempio e l'idea delle opinioni e degli usi del paese in cui
siamo» [Michel de Montaigne, Dei cannibali].
Per
questo stiamo finendo, non siamo vitali. La vita nasce e prolifera
nell'incontro con la diversità. Ma dove c'è vita arriviamo noi e portiamo la
morte. Questo capita sempre. Vedi il rapporto che abbiamo con le altre culture,
vedi ciò che succede tra di noi ormai da anni, spaccati in ogni modo possibile,
vedi come vengono scritti i titoli di giornale, vedi il lessico dei nostri
politici, vedi le rispostacce degli impiegati pubblici, vedi gli ospedali trasformati
in lager, vedi la famiglia di Palmoli, a cui ad ogni costo abbiamo dovuto trasfigurare
il sorriso, vedi tutti gli altri bambini rinchiusi senza ragione, vedi tutte
quelle ingiustizie che proliferano per decenni, nell’indifferenza generale.
Distruggiamo
quel poco che c’è di bello, solo perché noi non sappiamo più ridere, non abbiamo
più mezzi per comprendere e decifrare la bellezza, ma anche se la comprendiamo
non la tolleriamo più, perché - immersi come siamo in questo buio - ci
infastidisce, ci provoca, ci acceca. «Talvolta
si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il
talaltro, quanto per quello di vomitarlo», scriveva Emile Michel Cioran.
Ecco,
questa di cui sto parlando è più di una guerra, è una cannibilizzazione feroce
del bene, una vampirizzazione del bello, una mistificazione continua del vero.
Eppure
io credo che chi muove le fila non cambierà mai finché non cambieremo noi. Ci
legano a loro illusioni speculari. Le nostre e le loro, necessarie le une alle
altre. Loro non sono che l'espressione più grottesca di una specie morente.
Ecco
perché mi ostino, contro ogni evidenza, a parlare di linguaggio, di arte, di
eros, di energia, perché per quanto mi riguarda questa non è una guerra che si
possa vincere rimanendo al loro piano. Sono cose che viviamo tutti noi, nel
piccolo. Avete mai incontrato persone che vampirizzano la vostra energia? Io
sì, tante volte. Ogni volta che sono stata accerchiata e vampirizzata ho
iniziato a giocare secondo le mie regole, abbandonando quelle del nemico.
Non
è una resa né un atto di debolezza; si tratta piuttosto della consapevolezza
del potere che abbiamo, nonostante tutto, di agire nel nostro spazio, di poter
affiancare, alla denuncia del brutto, la fiducia in un piccolo soffio vitale,
che nessuno al mondo avrà il potere di toglierci, se non lo vorremo noi. Perché
anche quando finiremo nell'abisso sbranati dalle bestie noi potremo pur sempre
dire: “eppure io ci sono e rinasco continuamente”.
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