Visualizzazione post con etichetta intervista. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta intervista. Mostra tutti i post

mercoledì 31 maggio 2023

INTERVISTA A STEFANO CIRRI

 





Ciao Stefano, benvenuto nello spazio interviste del blog Giallo e cucina. Grazie per aver accettato il nostro invito. E’ la prima volta che ho il piacere di dialogare con te. Sono contento di questa opportunità perché credo tu abbia le potenzialità per diventare un ottimo scrittore. I tuoi romanzi ti hanno già dato grandi soddisfazioni ma la tua “carriera” è solo agli inizi e ci sono tutti i presupposti per continuare a migliorare. Approfitterò di questa occasione per torturarti un po’ con varie domande sulle tue abitudini in campo letterario, oltre, ovviamente, a parlare dei tuoi libri.

Inizierei con la domanda più ovvia, quella della presentazione. Quando sei nato e dove vivi, cosa fai nella vita oltre a scrivere? Dicci un po’ di te.

Ciao Gino, ringrazio te e il blog per l’opportunità, è un grande piacere anche per me. Che dire? Sono nato nel lontano 1976 a Firenze e da Firenze non mi sono mai mosso! Ho assistito impotente all’ormai famoso scudetto ‘rubato’ della stagione 81-82 e come se non bastasse anche alla finale di coppa UEFA del 1990 ad Avellino. E non mi sono mai ripreso, da allora! Tuttavia, provando a farmene una ragione, sono andato avanti nella vita e dopo un modesto quinquennio al liceo scientifico mi sono iscritto a scienze naturali senza però mai laurearmi. Nel frattempo ho lavorato in una cooperativa di solidarietà sociale – esperienza che mi ha formato tantissimo e di cui parlo nel mio terzo libro ‘Le otto sagome’ – poi ho fatto il praticantato in uno studio di consulenza del lavoro fino all’esame di stato che mi ha portato ad essere Consulente del Lavoro. Una professione che peraltro porto avanti ancora oggi. Sono stato un buon pallavolista, seppure dal basso dei miei 179 centimetri. Sono stato un discreto chitarrista, sia classico sia metal. Mi sono appassionato all’arte della lavorazione del legno a tal punto che in tanti mi credono un falegname, anziché un Consulente del Lavoro. Ho una splendida moglie, tre cani e due cavalli.

 

Come mai e quando hai deciso di iniziare a scrivere?

Ritengo fondamentale la ‘parentesi’ artistica che mi si è aperta all’improvviso intorno ai vent’anni, quando avevo una fantasia molto accesa e la voglia reale di diventare uno scrittore a ogni costo. Ho buttato giù storie in uno stile improponibile, ma con contenuti interessanti. E ciò che ho prodotto ormai 26 anni fa è rimasto nel disco rigido del mio vecchio PC, per poi passare di computer in computer fino a una sera del gennaio 2018, quando – rileggendo quelle vecchie annotazioni – non mi è venuta l’ispirazione decisiva. Sono partito a scrivere e non mi sono più fermato. Il periodo che va dall’inizio 2018 all’estate del 2020 è stato strategico, perché in quel lasso di tempo ho scritto praticamente tutti i libri che ad oggi sono stati pubblicati. Per lo meno nella loro prima stesura.

 

Oltre a scrivere sei anche un lettore? Hai un genere preferito? 

Pur restando sempre convinto che scrittura e lettura debbano andare di pari passo (ossia, in poche parole, che uno scrittore debba essere anche lettore), mi ritengo uno spirito libero. Sono nato come lettore di gialli classici, da Agatha Christie fino a Montalbano, poi – da quando sono diventato un autore – mi sono facilmente aperto verso altri generi. Diciamo che ho imparato a non fermarmi ad un’apparenza troppo spesso ingannevole: ho letto romance splendidi, ho letto romanzi di formazione meravigliosi, storie distopiche, horror… insomma, seppure prediliga il giallo/noir e il thriller, mi sento molto eterogeneo.

              

Da dove nascono le tue storie? Elabori notizie che leggi o sono esclusivamente di fantasia? I personaggi dei tuoi libri sono stati ispirati da persone reali?

Rispondo per gradi. Quasi mai mi capita di elaborare notizie, i miei spunti arrivano dal quotidiano, da fatti apparentemente senza particolare ‘enfasi’. Te ne racconto uno: un’ambulanza a sirene spiegate che non riesce a passare perché una macchina – a sua volta – non riesce ad allargarsi per lasciare libera la carreggiata. Questo particolare – osservato in un giorno qualsiasi vicino a casa - mi ha fatto venire in mente il personaggio del ‘disturbatore di ambulanze’, ossia un soggetto che si diverte (per qualche motivo misterioso) a intralciare il percorso delle ambulanze e a ritardare i soccorsi. Sono un po’ folle, vero? E per i personaggi è lo stesso: il disturbatore di cui sopra ne è la prova, ma anche ‘l’ostentatore’, il protagonista del mio primo romanzo, nasce da una scena vissuta sul tram. E concludo dicendoti che le mie storie non nascono in maniera idilliaca o poetica; non sono uno che si ritira in campagna, lontano da tutto e da tutti, per cercare ispirazione nei boschi tipo eremita. Io creo storie tutti i giorni, mentre vado al lavoro o anche – te lo dico senza censure – mentre sono al bagno!

 

Hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?

La mia unica scaletta da rispettare è la quotidianità: se ho una storia in testa, se decido di iniziare a scrivere, mi impongo di scrivere tutti i giorni. Anche mezz’ora al giorno. Senza lasciare interruzioni. Per il resto ho un file word con tutti i miei spunti e tutte le mie idee, ma non uso scalette particolari.

 

Ti è capitato sicuramente di presentare un tuo libro in pubblico. In quel frangente preferisci un moderatore che ti pone le domande “giuste” o preferisci lasciare far fare le domande direttamente al pubblico?

Guarda, ho avuto moderatori di ogni genere! E un paio di volte mi sono pure auto-moderato. Mi piace avere accanto una persona che riesca a coinvolgere il pubblico, mi piace a mia volta creare un coinvolgimento col pubblico, mi piace auto-presentarmi e interagire. Diciamo che sono bravo a improvvisare e che me la cavo in entrambe le situazioni, con o senza moderatore. Mi piace molto anche condividere il palco con altri colleghi, l’ho fatto e l’esperienza è stata fantastica.

 

Non può mancare nelle mie interviste una domanda sulle case editrici. Domanda forse un po’ scomoda per voi scrittori ma che ha me incuriosisce sempre molto. Vedo che per la pubblicazione delle tue opere ti sei sempre appoggiato a case editrici. Sovente piccole, indipendenti, anche se immagino molto ambiziose ed agguerrite. Perché questa scelta? Ritieni indispensabile per uno scrittore la presenza e l’appoggio qualificato di una casa editrice? Io sono un grande estimatore del self publishing, tu lo hai mai preso in considerazione? Come sei riuscito a farti pubblicare il tuo primo romanzo? Te lo chiedo perché molti scrittori che conosco non riescono proprio ad entrare nel giro delle case editrici benché siano autori di buonissimi romanzi. Loro li propongono ma spesso neppure ottengono una risposta.

Be’, la domanda è scomoda forse perché ogni autore ‘emergente’ avrebbe da dire la sua, e penso che non sarebbero sempre paroline dolci, rose e fiori. Anzi! Voglio risponderti subito così: Stefano Cirri è - ed è sempre stato – un grandissimo estimatore del self publishing. Stefano Cirri non ha MAI ritenuto il self una narrativa di serie B. O di serie C. Circa il 60% delle opere che legge Stefano Cirri provengono da lavori in self. E ti dirò di più: il self sarà proprio la mia prossima scelta, sia per l’immediato futuro sia per il 2024. Ma facciamo un passo indietro. Ho iniziato ignorando quasi l’esistenza del mondo dell’autopubblicazione, dunque mi sono lanciato alla ricerca di case editrici. E penso di aver avuto anche la mia dose di fortuna. Quando sono entrato un attimo nel grande ‘meccanismo editoriale’ ho capito la difficoltà di emergere, ho capito che un autore neo-pubblicato non può restarsene a braccia incrociate ad aspettare che la fama cada dal cielo. O meglio, può anche farlo, ma il libro resta lì. Resta a prendere acari e ragnatele. Io sono sempre stato un grande sostenitore dell’auto-promozione, ho sempre pensato che occorra muoversi, camminare, fare fatica, spendere energie, a volte spendere anche soldi… e sono soddisfatto di ciò che ho fatto finora. Mi ha fatto piacere cominciare questo percorso con una casa editrice, avrei forse potuto intraprendere la strada del self anticipatamente, forse addirittura con il mio terzo romanzo, ‘Le otto sagome’, ma per una serie di motivazioni ho scelto la casa editrice. E poi confesso che sì, ho pubblicato quattro libri con tre case editrici diverse. Mi piace cambiare aria, ogni tanto!

 

Iniziamo a parlare finalmente dei tuoi libri. Il primo fu L’ostentatore poi fu la volta de Il profanatore entrambi pubblicati da Mauro Pagliai editore. In seguito scrivesti Le otto sagome che era stato pubblicato da Porto Seguro. L’ultima tua opera pubblicata, peraltro appena uscita, è 95 decimi edito da CTL editore Livorno. La prima cosa che mi viene da dire dopo aver letto 95 decimi, l’ostentatore e Le otto sagome (non ancora concluso) è che c’è stata via via una trasformazione, sia nello stile sia nel genere. Mi sbaglio? Ci puoi spiegare questa “evoluzione”? Nel genere giallo, mistero, noir di 95 decimi ti senti più a tuo agio o è stato solo un “diversivo”?

Non solo non ti sbagli, ma anzi, sono felice che si sia vista un’evoluzione perché è esattamente questo che spero di far notare ai miei lettori. Sono nato come un giallista non convenzionale e libero dalle etichette (per quanto anche l’essere anticonvenzionale si possa ritenere un’etichetta!). Ho volutamente ‘creato’ delle storie svincolate da Commissari, poliziotti, indagini ufficiali, cadaveri ritrovati e quanto altro. Mi sono concentrato su vicende che potrebbero vivere le persone qualsiasi, come me. O come te. O come chiunque nella propria quotidianità. Poi ho voluto cambiare. Dopo tre libri sullo stesso filone ho deciso di tingere la mia scrittura di nero. Ho voluto oscurare la mia narrativa, cercando anche di ‘pungere’ il lettore con delle frasi che colpiscono. E che fanno ‘rumore’, tanto per restare in tema. Sono entrato in una dimensione più cupa in cui – devo confessarlo – mi sento pienamente a mio agio!

 

Io a questo punto mi concentrerei di più sul tuo ultimo lavoro. Raccontaci un po’ la trama. Incuriosiscici, facci venir voglia di leggerlo. Se posso esprimermi a me è piaciuto molto. Mi è piaciuta molto la figura del protagonista ed anche la storia narrata. Mi è piaciuto più di tutto come hai condotto per mano il lettore a conoscere piano piano la vicenda utilizzando sapientemente mistero suspence e sorprese.

Io ti ringrazio tanto dei complimenti! ’95 decimi’ è la storia della ricerca di un input, di una motivazione. La ricerca di un perché. Questa ricerca la intraprende un ex giocatore compulsivo – Marco – che è talmente orgoglioso di essere uscito dal tunnel del gioco da potersi permettere di strascicare i piedi a terra tutto il giorno, senza fare nulla, beandosi nella sua condizione di ospite a casa di Paolone, suo amico d’infanzia. Paolone il salvatore, Paolone la mamma chioccia che si prende cura di lui. Un giorno, il treno su cui Marco sta viaggiando ha un ritardo. Un ritardo lungo e quasi inspiegabile per una tratta come quella. Addirittura il treno fa retromarcia e ritorna alla stazione precedente. Tutto questo succede perché c’è un morto. Un suicida ha scelto la testa del treno per salutare questo mondo e per dare l’addio a tutto e a tutti. E questo suicidio scatena qualcosa nella testa di Marco: lui, che è stato un disperato, che ha chiesto soldi in prestito per rimetterli subito nella fessura della macchinetta, che aveva debiti, che HA debiti, che ogni tanto ha pensato anche di farla finita. Marco avverte una specie di empatia tra il suo dolore e quello del suicida. Ma il suicida era un dirigente d’azienda, fintanto che era in vita. Un pezzo – se non grosso – diciamo importante. E allora? La sinergia resta ugualmente, anzi, per certi versi aumenta. Cosa nascondeva di così pesante, il dirigente? Ha portato con se un segreto inconfessabile? Marco va a caccia della motivazione. In fondo si sente ‘ispirato’ da una figura del genere, da un disperato che ha scelto la testa del treno per abbandonare il palcoscenico in una maniera teatrale. E più va avanti nella sua personale indagine, più i SUOI fantasmi emergono. E sono fantasmi che fanno a botte con i fantasmi del suicida, ma fanno anche a botte con la SUA realtà. La realtà di Marco. Ogni giorno. La verità sul suicida verrà a galla solo nel finale, e farà emergere un Marco cresciuto. Che forse è cambiato per davvero.

 

Esiste un Marco anche nella tua vita che ti ha ispirato a scrivere questo romanzo o è un romanzo di pura fantasia?

Purtroppo o per fortuna esiste una parte di me che si identifica in Marco. Sono stato un giocatore compulsivo, nella vita, ne sono uscito tanti anni fa e questo mi ha portato a voler rielaborare e reinterpretare questa mia condizione. Marco è un ex giocatore compulsivo. Come me. Ho reso il personaggio di Marco molto più ‘drammatico’ rispetto alla mia realtà ma – allo stesso tempo – l’ho reso un po’ più libero. Libero di agire, libero dai legami, libero di scegliere. Libero di continuare a crogiolarsi in una sensazione di perenne vittoria senza sostanzialmente fare niente nella vita. Salvo poi sentirsi attratto da chi - come lui – ha vissuto la disperazione e l’angoscia.

 

Comune denominatore dei tuoi libri sono la toscana e la “toscanità” dei tuoi personaggi (che forse si comincia a perdere un po’ in 95 decimi). Rappresentano la tua coperta di Linus o potremo un giorno leggere un Cirri in trasferta?

La toscanità quella verace si perde in ’95 decimi’, è vero. Anche questo è un elemento di stacco tra i miei tre libri precedenti e quest’ultimo. Diciamo che ho sempre amato far emergere nei personaggi una certa frizzantezza, o simpatia – chiamala pure così! E confesso che la fiorentinità/toscanità è stata la mia coperta di Linus. Anzi, verosimilmente lo sarà ancora. Mi piace molto l’uso della terminologia ‘parlata’ nei dialoghi, per esempio; vedo che ha una buona resa e piace al lettore. Non posso negare di esplorare altri lidi, in futuro, ma nei miei prossimi libri direi che ci sarà ancora Firenze.

 

Progetti futuri? Stai già lavorando a qualcosa o ti stai godendo il momento? Ci sarà ancora Marco protagonista in una delle tue prossime opere?

Parto dalla fine. Ho scritto tutti romanzi autoconclusivi perché non ho mai pensato di dare continuità ai miei personaggi. Certe volte qualche lettore mi ha detto che sarebbe felice di rivedere Tizio o Caio in un altro libro, e sebbene l’idea mi abbia attraversato il cervello – di tanto in tanto – resto convinto che in futuro non ci sarà più un Marco. Forse ci sarà un nuovo ‘ostentatore’, al limite, ma abbastanza in là nel tempo. Per il resto ti dico che no, non mi sto soltanto godendo il momento! Ho in cantiere un racconto lungo per settembre, un giallo classico per il 2024 e un altro testo in editing di tipo ‘introspettivo-thriller-soprannaturale’, diciamo così. E sono tutti progetti che vedranno la luce in self.

 

Ultime due domande. Obbligatorie nelle interviste di Giallo e cucina. La prima: consiglia un libro, due o tre di un tuo collega/ghi che noi lettori non possiamo assolutamente perdere. La seconda: pensando ai protagonisti di 95 decimi quali sarebbero i loro piatti preferiti quelli che non mancherebbero mai in un loro pranzo ideale?

I miei consigli ‘libreschi’ sono obbligatoriamente nel ramo emergente, perché la mia filosofia è da sempre la condivisione. Non faccio fatica a consigliare la trilogia di Ferdinando Salamino, Lacryma + Cicatrici di Domenica Lupia, Viscera di Simone Volponi, Il bambino senza occhi di Massimiliano Agarico e La prigione delle favole sole di Carmen Trigiante. Sono ad oggi i miei cavalli di battaglia. Sulla seconda domanda ti dico che i protagonisti di ’95 decimi’ sono forse i meno indicati per parlare di cucina e di ricette! Però non faccio fatica a confessarti che invece ci sono dei piatti tipici che compaiono negli altri miei libri. Uno su tutti il lampredotto, nella ricetta fiorentina ‘semplice’ ossia bollito nel brodo vegetale, tagliato a pezzetti e condito con sale, pepe e nulla più.

Ti ringrazio della bella chiacchierata. Se vuoi puoi aggiungere qualcosa che magari ritieni importante far sapere ai lettori….

In primis sono io che ringrazio te e tutti voi di Giallo e cucina! Per me è stato un piacere e un onore. Voglio aggiungere solo una cosa. Da un po’ di tempo sono solito dare voce agli autori emergenti come me attraverso delle dirette Facebook. Sono iniziate in silenzio, piano piano, e adesso hanno un certo seguito. Non ho un blog, non ho un canale, non ho una rubrica fissa e periodica. Mi sono però messo nei panni di chi ha scritto un libro, e ho capito che abbiamo tutti piacere di raccontare cosa c’è nel libro, di cosa parla, come è nato, come funziona la scrittura… e nel mio spirito di condivisione cerco di dare spazio a tutti coloro che me lo richiedono. Senza distinzione alcuna di genere narrativo.

 

 

Di nuovo grazie. Complimenti ed a presto.

Consenso trattamento dati personali

Nota bene: Rispondendo alle domande di questa intervista viene dato il consenso alla sua pubblicazione sul blog Un libro di emozioni e sui social ad esso legati.

 

sabato 24 dicembre 2022

INTERVISTA A LILLI LUINI (speciale Andremo a mietere il grano)

 





Ciao Lilli, bentrovata e bentornata nello spazio interviste del blog Giallo e cucina. Grazie per aver accettato il nostro invito. Qualche tempo fa abbiamo già avuto modo chiacchierare approfonditamente dei tuoi libri e della tua scrittura. Per chi volesse leggerla trova l’intervista a questo link: https://gialloecucina.wordpress.com/2022/02/11/oggi-parliamo-con-lilli-luini/

Oggi invece parleremo (quasi) esclusivamente del tuo ultimo romanzo: Andremo a mietere il grano, uscito lo scorso mese di ottobre e pubblicato dalla casa editrice Il vento Antico. Partiamo senza altri indugi con la prima domanda.

La prima curiosità che ogni lettore che conosce i tuoi libri precedenti vuole soddisfare è sicuramente sapere perché questo tipo di romanzo. Mi spiego, Lilli Luini sia in coppia che singolarmente ha sempre scritto gialli, peraltro pregevolissimi. Adesso un libro di narrativa che parla di famiglia e di rapporti parentali. Come mai?

Questa è una storia che ho in mente da almeno dieci anni. Il raccontarla pian piano è diventata una necessità e sono contentissima di averlo fatto. Ma non significa che lascerò il poliziesco, tutt’altro, e non significa neppure che scriverò altri romanzi che parlano di rapporti familiari. Dipende da quel che si presenta nella mia testa. Del resto ho scritto anche due romance.

 

Raccontaci un po’ la trama del romanzo facci venir voglia di leggerlo.

Siamo in un piccolissimo paese del Varesotto (che ho inventato di sana pianta per evitare che qualcuno pensi di riconoscere questo o quello). Qui, dopo quarant’anni d’assenza, torna Mary – un tempo Maria Gabriella, detta Ella. Qui è cresciuta insieme alle sue sorelle Maria Pia e Maria Beatrice (la madre era monarchica e prendeva i nomi dai Savoia), in una famiglia di quella borghesia arricchita con un po’ di puzza sotto il naso. Qui sono arrivate molte famiglie dal Sud, alla ricerca di una vita migliore, trovando ostracismo e disprezzo. Quando Maria Pia si innamora di Michele, un bel ragazzo moro e lavoratore ma con l’imperdonabile colpa di essere calabrese, la vita prende una svolta da cui nessuno potrà tornare indietro. 
Non dico di più per non svelare…

 

Hai affrontato temi importanti e molto attuali anche se i fatti salienti che racconti appartengono alla metà degli anni sessanta. Purtroppo molti mal costumi dell’epoca non sembrano essere molto migliorati ai giorni nostri. Sono solo cambiati i destinatari di odiosi pregiudizi. Mi azzardo anche a dire che Andremo a mietere il grano è un romanzo in parte autobiografico non fosse per altro perché la protagonista è una fotografa come te. Raccontami la genesi di questa storia. Quando e come è nata?

Volevo parlare dell’immigrazione interna, di cui sembra che nessuno si ricordi più. Io ho una passione per la Storia, credo che sia la maestra meno ascoltata che esista eppure sarebbe la migliore. Quello che è accaduto in quegli anni ha molto da dirci riguardo a quel che sta accadendo ora, sia dal punto di vista sociale che da quello umano. Io non ho la pretesa di spiegare nulla a nessuno, tantomeno di insegnare la Storia. Mi limito a mettere sulla scena una storia con la esse minuscola, una storia che è frutto della mia fantasia ma che è ambientata in quel clima, in quel periodo e quindi sarebbe potuta accadere.
Mary è mia coetanea per un semplice fatto: dovevo guardare gli anni Sessanta con i suoi occhi attraverso i miei ricordi. Che fosse una fotografa l’ho deciso poco prima di iniziare la stesura vera e propria ma in comune con me ha solo quella passione, nata fin da bambina. Lei è una professionista, io una dilettante appassionata. La cosa più importante che condivide con me è la sua convinzione assoluta che le persone hanno tutte lo stesso valore, non importa dove sono nate o di che colore hanno la pelle. È fondamentale per l’intreccio, perché determina sia lo svolgimento dei fatti che lo sguardo.

 

È un romanzo che ha nelle donne le principali protagoniste: Ella, Titti, Lia, ma anche Laura, Elena, Mariolina, nonna Caterina e nonna Angelina ecc. Gli uomini rimangono un po’ sullo sfondo, subiscono la risolutezza delle mogli e delle madri un po’ per amore un po’ per codardia. Hai voluto fin dall’inizio dare questa impostazione al romanzo o via via che lo scrivevi i personaggi stessi ti hanno indicato la strada che avrebbero voluto percorrere?

I personaggi dei miei romanzi fanno sempre quello che vogliono loro. Diciamo che il mio sguardo sul mondo è molto influenzato dai miei studi di sociologia e dalla mia esperienza in psicologia. Per cui, se un personaggio come Elena fa, pensa e dice determinate cose, è necessario che chi ci sta attorno abbia un carattere, un comportamento che consente a lei di essere così e viceversa. I rapporti e le dinamiche interpersonali sono un mondo affascinante da studiare ma che ha delle regole. E queste regole sono uguali in tutti i tempi.
Comunque, se scrivi un romanzo ambientato in una famiglia, in un piccolo paese e negli anni Sessanta, gli uomini rimangono sullo sfondo perché erano sullo sfondo. Io ho un’amica che, quando era piccola, il sabato chiedeva chi fosse quel signore che faceva colazione con loro. Molti padri andavano al lavoro prima che i bambini si svegliassero e tornavano quando già dormivano. E le madri di fatto comandavano come dei generali.

 

Parliamo un attimo di Ella (Maria Gabriella) e Titti (Maria Beatrice). Due sorelle con caratteri opposti. Ribelle e ostinata la prima, empatica e accondiscendente la seconda. Le vere protagoniste sono loro. Parlacene un po’.

Ognuno nasce con una sua valigetta, in cui ci sono i rudimenti di quello che sarà. Questi semi, chiamiamoli così, vengono poi cresciuti dall’ambiente familiare e sociale, insomma dai caratteri di chi ci sta intorno e dalle dinamiche che si creano. La vecchia saggezza popolare lo dice in molti modi, se uno nasce tondo non morirà quadrato, per esempio. Titti era l’ultima di tre figlie. La madre non voleva nemmeno la seconda, figuriamoci la terza: queste cose i bambini le sanno d’istinto e Titti – i cui semi erano i geni del padre, un uomo arrendevole, incapace di opporsi - è cresciuta senza dare mai fastidio. Lo dice subito la nonna: dove la metti sta e non piange mai. Si sentiva tollerata se non dava problemi e così ha fatto per tutta la vita.
I semi di Ella erano diversi, erano i geni di nonno Carlo Bianchi e della zia Laura. In lei l’atteggiamento della madre agisce in senso opposto, le fa montare rabbia e ribellione, la rende determinata ad agire e a conoscere.

 

Questo non è un giallo, è chiaro. Ma le peculiarità che caratterizzano la tua scrittura ci sono tutte. Cinismo, realismo, coraggio, cura del prodotto. Le hai mantenute anche in questo libro di narrativa. Sono caratteristiche che hanno contribuito a farmi apprezzare tanto la tua scrittura. Ho definito questo romanzo un pugno nello stomaco perché racconta una storia dura a tratti drammatica dove tutti escono in qualche modo sconfitti. Anche se la vicenda non è reale è assolutamente verosimile, con un finale non banale ma coerente ed in linea con l’asprezza del racconto che ci dice che le azioni cattive si pagano anche solo col rimorso, perché la coscienza non ha pietà e non fa sconti.  Spesso la giustizia degli uomini non si compie ma il peso che grava sull’anima a volte è ancora più difficile da sopportare. È corretta la mia lettura? Tu attraverso questo romanzo cosa volevi trasmettere?

Correttissima. Come ho detto, io volevo solo raccontare una storia che poteva accadere, poi le somiglianze con il mondo attuale sono lì da vedere perché nulla cambia dell’animo umano e nemmeno gli errori cambiano. In uno dei primi capitoli, Titti dice alla sorella che le rondini hanno abbandonato i nidi e non sono più tornate. Ecco, è lo stesso per quel che è accaduto a loro, a Mary in particolare: il tempo non tornerà più, è andato, quel che volevi risolvere non l’hai risolto e con quel peso devi convivere. Una delle mie “prime lettrici”, che l’ha letto in bozza, avrebbe preferito un finale diverso. Ma, come giustamente hai rilevato tu, sarebbe stato banale e non solo, sarebbe stato inverosimile. Nella mia visione della narrativa, i finali sono come i caratteri dei protagonisti: devono avere una coerenza interna, devono far parte della storia e non ribaltarla.

 

Se vuoi puoi aggiungere qualcosa che ancora non abbiamo detto sul romanzo ma che ritieni importante.

Sì, tengo a sottolineare che di autobiografico in questo romanzo c’è solo quello che ho detto prima riguardo al clima sociale e a Mary e qualche personaggio minore – tipo la maestra Mariolina – costruito pensando a qualcuno che ho incontrato davvero. I Bianchi non assomigliano nemmeno lontanamente alla mia famiglia, se non per l’ostracismo ai meridionali che però era comune a gran parte delle famiglie settentrionali. Né ci sono episodi da me vissuti personalmente, sono stata molto attenta a evitare ogni commistione.

 

Ti ringrazio per la pazienza e la disponibilità. A presto e ancora complimenti.

Io ti ringrazio moltissimo e ringrazio tutti coloro che hanno letto questa intervista.

 


INTERVISTA A DANIELA E.

 





Ciao Daniela, benvenuta nello spazio interviste del blog Giallo e cucina. Grazie per aver accettato il nostro invito. Sono contento di poter fare un po’ di chiacchiere insieme a te. Di poterti conoscere meglio. Hai scritto già diversi romanzi, hai spaziato in molti generi. Durante questa chiacchierata parleremo più o meno di tutti ma mi soffermerò maggiormente su gli ultimi due. Ma andiamo con ordine.

Prima di tutto ti chiedo di farci sapere un po’ di te: di dove sei? Cosa fai nella vita oltre a scrivere e se si può scoprire cose c’è dietro quella E. Lo so sono un po’ impertinente…

Ciao Gino e grazie per avermi proposto questa intervista. Fortunatamente non mi ha chiesto l’età (tiro un sospiro di sollievo) sono nata a Napoli dove vivo attualmente con il mio cane Argon, dopo aver girovagato un po' per il mondo e aver vissuto dieci anni a Pavia. Oltre a scrivere ho fatto diversi lavori nella vita, dall’animatrice turistica all’istruttrice di Zumba, e ora lavoro in un Caf. Per quanto riguarda la “E.” del mio cognome, come potrà essere facilmente intuibile ora che conosci le mie origini partenopee, sta semplicemente ad abbreviare Esposito; ho preferito mantenere solo la lettera iniziale perché è un cognome piuttosto diffuso a Napoli, ma allo stesso tempo non volevo abbandonare totalmente le mie origini. Forse è anche in onore di ciò che mi sono astenuta dal lasciarmi trasportare dalla reincarnazione di Malefica (Maleficent) che è in me e dal risponderti ironicamente con un aforisma di Oscar Wilde: “La gente ha un’insaziabile curiosità di conoscere tutto, tranne ciò che vale la pena sapere”.

 

Come mai e quando hai deciso di iniziare a scrivere?

Ho iniziato a leggere e scrivere piuttosto presto, a cinque anni, perché volevo leggere le fiabe e le favole per conto mio e da sola e la passione per la vera e propria scrittura è nata di pari passo a quella per i libri, come se fosse qualcosa di naturale e indispensabile, poi quando mi sono appassionata alla saga di Harry Potter ho iniziato a scrivere dei veri e propri racconti e ho capito che la scrittura sarebbe stata la mia passione principale e che sarebbe potuta diventare un vero e proprio mestiere.

 

Oltre a scrivere sei anche una lettrice? Hai un genere preferito? 

Chiaramente da scrittrice sono principalmente una lettrice, il mio genere preferito è certamente il thriller, seguito di pari passo dall’horror (in pratica i genere che amo scrivere) amo anche i libri di fantascienza e fantasy ma solo particolarmente severa nella scelta in questi due casi, mentre il più delle volte evito lo storico e il romantico (quello esclusivo)

              

Da dove nascono le tue storie? Elabori notizie che leggi o sono esclusivamente di fantasia? I personaggi dei tuoi libri sono stati ispirati da persone reali?

Ad ispirarmi le storie può essere qualsiasi cosa, anche una foglia che cade da un albero per intenderci, ma non mi è mai accaduto di avere particolare ispirazione grazie ad un preciso evento o notizia in particolare, idem per i personaggi: capita che mi lasci “affascinare” da qualche personaggio più che da una persona reale, ma solo per qualche piccolo aspetto estetico o caratteriale. La mia mente e la mia fantasia viaggiano sempre ad una velocità umanamente incomprensibile e improvvisamente vengono fuori delle piccole ombre che a poco a poco assumono la forma di esseri umani sempre più dettagliati che ad un certo punto si siedono alla mia scrivania e iniziano a raccontarmi le loro storie. In pratica vivo costantemente in una sala d’attesa gremita di gente che se ignorata inizia a parlare sempre più forte, fino a quando inizio a distribuire i numeretti e a dare voce alla loro anima.

 

Hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?

All’inizio la mia scrittura non seguiva un vero e proprio schema, aveva una base iniziale e si lasciava poi condurre dalla narrazione. A distanza di anni e dopo aver accumulato una certa esperienza la mia scrittura è mutata in diversi aspetti, è maturata, si è evoluta e di conseguenza anche il modo di impostare la storia: ora seguo un preciso schema, anche se qualche volta un personaggio si evolve insieme alla vicenda e inizia a fare i capricci, tende a voler andare verso un’altra strada e io li accontento sempre, dopotutto sono le loro storie, le loro vicende e io da semplice narratrice non posso fare altro che seguire il loro nuovo percorso, anche perché… hanno sempre ragione, se li assecondo le storie funzionano meglio.

 

Giunge a questo punto la mia classica domanda, quella che non manca mai quando intervisto un autore. Mi riferisco alla domanda sulle case editrici. Domanda forse un po’ scomoda per voi scrittori ma che ha me incuriosisce sempre molto. Devi sapere che nelle mie letture hanno una corsia preferenziale gli autori emergenti, o quelli che vorrebbero esserlo, e gli autori self. Tu per l’appunto hai pubblicato i tuoi romanzi in proprio. Mi spieghi un po’ se è stata una decisione voluta o l’hai dovuta prendere in considerazione dopo esserti scontrata col “complicato” mondo degli editori? E’ una scelta che pensi di rifare anche coi prossimi libri o in futuro cercherai in ogni modo di affidarti ad una casa editrice? Tra l’altro i tuoi libri se non sbaglio sono stati tradotti anche in inglese. Anche questa una scelta ponderata?

Essere un autore emergente o comunque non conosciuto rende la vita “da scrittore” molto difficile, essere autori in self non è assolutamente facile, significa fare tutto da soli (come la correzione del testo, la copertina, la pubblicità ecc…) o dover cercare aiuto in altre persone e dover pagare (altro disagio visto che spesso non si gode di grandi possibilità economiche) di conseguenza la “scelta” di pubblicarsi in autonomia è sempre dettata dalla disperazione: spesso le case editrici più importanti non rispondono neanche all’invio di un manoscritto da parte di un autore emergente e quindi senza un gruppo di lettori accaniti, le medio-piccole chiedono un contributo economico da parte dell’autore (DIFFIDARE SEMPRE! Una casa editrice degna di questo nome non chiede soldi all’autore) e altre non hanno abbastanza visibilità e servizi da aiutare a far conoscere degnamente uno scrittore. In pratica il selfpublishing spesso rimane l’alternativa più valida ad una buona casa editrice ed è questo che mi ha portato ad auto pubblicare il mio primo romanzo, successivamente è diventata una mia scelta ponderata (sempre per i motivi sopra elencati) anche se non disprezzerei avere una casa editrice, ovviamente a questo punto posso permettermi di ambire alle migliori in circolazione (risata malefica).

Tradurre due dei miei libri anche in lingua inglese è stata una mia precisa scelta, a lungo ponderata, un investimento che alla fine ho deciso di fare anche se pubblicizzarsi in un paese diverso dal proprio è ancora più complicato, ma rende più professionale la propria figura e sicuramente è un modo ulteriore per farsi conoscere.

 

Iniziamo a parlare finalmente dei tuoi libri, ne hai scritti quattro se ho fatto bene i conti. Il primo romanzo che hai pubblicato è stato Loren nel “lontano” 2017. A che genere lo ascriveresti? A questo è seguito Kohu. Ancora un cambio di genere. Poi col terzo ed il quarto ti sei spostata nel thriller/horror il terzo per inciso si intitola La giostra dei clown e il quarto La giostra delle bambole di pezza. Gli ultimi due li ho letti e li ho trovati molto divertenti, coinvolgenti ed a loro modo originali. Raccontami se vuoi i vari passaggi che hanno maturato il tuo approdo al genere thriller.

Non hai sbagliato i conti, sono effettivamente quattro i miei libri. Il primo, Loren, è di genere romantico/drammatico, con qualche sfumatura di giallo e molto noir; questi ultimi due generi e il fatto di aver involontariamente portato un libro romantico verso quel mondo mi hanno fatto riflettere sul quale fosse esattamente la mia strada e quando è apparsa Terry Brooke non ho potuto fare altro che abbandonarmi al thriller, perché il secondo libro che ho scritto è stato proprio La Giostra dei Clown; lo splatter che ha preso il sopravvento nel libro mi ha poi portata definitivamente verso l’horror e, lasciandomi ispirare dal mito de La Borda e di altre storie simili in giro per il mondo (ricerca molto dettagliata che ho fatto da amante dell’occulto e del paranormale) ho scritto Kohu (che in lingua maori significa nebbia) e con l’ultimo romanzo ho definitivamente dedicato la mia scrittura al thriller e all’horror, cosa forse piuttosto predestinata e scontata per una che gli amici chiamavano “La Strega di Blair”

 

Il terzo ed il quarto romanzo sono i primi due di una serie ed hanno entrambi per protagonista l'Ispettrice di Polizia Terry Brooke. Una poliziotta che porta con sé un passato difficile e un grande dolore. Raccontaci un po’ la trama dei romanzi facci venir voglia di leggerli. Terry Brooke la avevi già in mente cosi o la sua storia è nata poco a poco?

Terry Brooke è stata una vera e propria folgorazione, è apparsa improvvisamente con la sua giacca di pelle, la sua lunga treccia e la cicatrice sul viso; è entrata nel mio ufficio spalancando la porta senza bussare o chiedere il permesso, si è seduta sulla sedia difronte alla mia scrivania con la sua solita aria imbronciata e ha fatto scorrere sul piano di legno un foglio di carta bianco e una penna e… ovviamente nessuno può contraddire Terry Brooke, quindi ho iniziato a scrivere la storia che lei infastidita aveva iniziato a raccontarmi tra una sigaretta e l’altra. Entrambe le vicende narrate nei due libri sono abbastanza cruente, ne “La Giostra dei Clown” Terry affronta un serial killer particolarmente sanguinoso e ossessionato dai Clown (piccola curiosità: sono coulrofobica) mentre deve affrontare anche alcune difficili vicende personali, come quella di ripristinare una parte della sua memoria persa a causa dell’incidente che le ha sfigurato il volto nel quale ha perso la vita sua sorella gemella. In realtà il libro doveva essere fine a se stesso, ma un giorno Terry è rientrata nel mio studio e alla “Brooke maniera” mi ha fatto capire che aveva ancora qualcosa da raccontare, è nata così The Terry Brooke series e il secondo libro della serie: “La Giostra delle bambole di pezza” dove l’ispettrice di Polizia si ritrova a scontrarsi con la mente contorta e psicopatica di un giovane ossessionato dai riti voodoo che trasforma le sue vittime in vere e proprie bambole tramite dei macabri riti.

 

In questi due romanzi la squadra di Terry Brooke ha a che fare con spietati serial killer. Ecco io non conosco perfettamente le scrittrici dei thriller puri e semplici e magari mi sbaglio ma credo tu sia una delle poche che abbia intrapreso questa strada. Mi riferisco anche al fatto che le gesta del maniaco in questione sono descritte con dovizia di particolari. Rendendo la vicenda piuttosto “disturbante”. Come mai questa scelta e poi ti viene “naturale” descrivere queste situazioni estreme?

Innanzitutto grazie per il grandissimo complimento. Sicuramente, per quanto macabro possa sembrare, determinate scene sono ciò che scrivo in maniera totalmente diretta e naturale, in tutti noi alberga un killer e il mio si sfoga attraverso i miei libri, alla fine sono io il serial killer più terribile dei miei romanzi. In molti mi scrivono complimentandosi per le scene più crude, vissute dal lettore quasi come una vicenda reale, questo è sicuramente amplificato dalla semplicità della scrittura che utilizzo in queste scene, credo che utilizzare un lessico complesso durante scene già particolarmente pesanti e crude possa essere controproducente e stancare il lettore che inevitabilmente si distrare, facendo sfumare la fantasia e l’immaginazione; al contrario utilizzando una scrittura semplice il lettore si concentra maggiormente sulla scena catapultandosi totalmente al suo interno.

 

Un’altra domanda che faccio spesso per appagare la mia curiosità e che spero sia anche di chi ci sta leggendo. Preferisci di più i finali accomodanti (col lieto fine), o preferisci lasciare qualcosa di non concluso o poco definito? Ti piacciono i finali spiazzanti ed un po’ cinici o preferisci il vissero tutti felici e contenti? La mia domanda è tendenziosa perché io sono un maledetto cinico e nei romanzi che leggo cerco sempre questo aspetto, soprattutto nei finali.

Il “vissero felici e contenti” non lo ignoro totalmente ma neanche lo ricerco spasmodicamente, a volte lo utilizzo come illusione prima della sentenza definitiva, altre volte lo lascio come sottofondo… oh! Insomma… i miei lettori ti direbbero che NO! Non amo utilizzare i lieto fine, che il “vissero per sempre felici e contenti” non so neanche come si scrive e che sono una s*****a cinica e bastarda (dopotutto sono un Villain non una principessa Disney)

 

Progetti futuri? Stai già lavorando a qualcosa o ti stai godendo il momento? Ci sarà ancora Terry Brooke protagonista in una delle tue prossime opere?

Se non ammetto pubblicamente di star scrivendo il terzo libro di Terry Brooke potrei essere invasa da messaggi di minacce di torture imminenti (perché ovviamente i miei lettori sono fatti a mia immagine e somiglianza) quindi… SI, sto scrivendo un nuovo romanzo con protagonista la burbera ispettrice del mio cuore di carta e inchiostro; sto anche scrivendo una raccolta di racconti horror che molto probabilmente pubblicherò in un particolare formato cartaceo illustrato.

 

Ultime due domande. Quelle che nelle interviste qui a giallo e cucina non possono mai mancare. La prima: per fare onore alla seconda parte del nome del blog ti chiedo quale potrebbe essere il piatto preferito di Terry Brooke? Mi rendo conto che in questi romanzi dove la suspense è massima gli argomenti che all’alleggeriscono la tensione sono pochi ma se non ricordo male in La giostra dei clown qualcosa di culinario viene accennato. Tu cosa pensi possa preferire?

Sicuramente un piatto di pasta alla carbonara o una spaghettata aglio e olio, cose semplici e forti allo stesso tempo, ovviamente accompagnati da una buona birra indispensabile per Terry Brooke

 

La seconda: consiglia un libro (anche due) di un tuo collega, magari self come te, che vuoi che i lettori conoscano ed eventualmente apprezzino. Consideralo un modo per promuovere la lettura e per aiutare un tuo collega che ritieni magari sottovalutato.

Visto che la maggior parte dei mie scrittori preferiti, tranne King, vivono in eterno solo attraverso le pagine dei loro scritti, suggerisco un mio collega e amico, appassionato di horror tanto da dedicare al genere anche una pagina Instagram e Facebook, Saverio Maro che con le sue appassionanti storie spesso fa tornare alla mente i grandi classici di questo genere, suggerisco di sbirciare su Amazon “Tall men” (dove l’horror si fonde con la fantascienza) e i racconti “Scheletri fuori dall’armadio”

 

Ti ringrazio della bella chiacchierata. Se vuoi puoi aggiungere qualcosa che magari ritieni importante far sapere ai lettori….

Ci vorrebbe un’intervista infinita per scrivere tutto quello che mi riguarda, la complessità della mia storia e quello che mi ha portata ad essere la persona e la scrittrice che sono oggi, ma lascerò che il tempo e i miei stessi libri possano involontariamente raccontare qualcosa di me, perché anche se sono una “mamma” accondiscendente e faccio fare ai miei personaggi ciò che vogliono, alla fine loro sono comunque parte di me e posseggono una piccola scheggia della mia anima e della mia storia, che diventa anche un po' la loro. Alla fine un libro è un grande universo ricco di mondi, quello dei personaggi di storie inventate, di chi li scrive e anche di chi li legge, come dico sempre io: “Scrivere è come essere dio, datemi una pagina bianca e vi costruirò un mondo”

 

 

Di nuovo grazie. Complimenti ed a presto.

Consenso trattamento dati personali

Nota bene: Rispondendo alle domande di questa intervista viene dato il consenso alla sua pubblicazione sul blog Un libro di emozioni e sui social ad esso legati.

domenica 11 settembre 2022

INTERVISTA A ANDREA CORCIONE

 





Ciao Andrea, benvenuto nello spazio interviste del blog Giallo e cucina. Grazie per aver accettato il nostro invito. Sono contento di poter fare un po’ di chiacchiere insieme a te. Hai scritto un romanzo originale divertente e che offre tanti spunti di riflessione. A me è piaciuto molto. Parleremo quindi del tuo libro ma anche un po’ di te per conoscerti meglio.

Inizierei con la domanda più ovvia, quella della presentazione. Quando sei nato e dove vivi, cosa fai nella vita oltre a scrivere? Dicci un po’ di te.

Sono nato a Napoli nel 1981 e dopo gli studi tecnici mi sono occupato di informatica e grafica digitale, ho tenuto corsi di formazione professionale sempre in ambito informatico. Attualmente lavoro in una azienda commerciale specializzata in elettronica di largo consumo. Questa esperienza, che dura ormai da oltre quindici anni, mi ha dato la possibilità di stare a contatto con il pubblico e di conoscere tante persone. Sono di origini napoletane ma la carriera professionale mi ha portato a sportarmi in un'altra regione. Sposato, una figlia di nove anni.

Oltre a scrivere sei anche un lettore? Hai un genere preferito? 

Non ho un genere preferito, spazio dai libri gialli ai romanzi di fantascienza a quelli umoristici. Amo le biografie, amo le vite degli altri, mi interessano da sempre le storie di vita vissuta, i racconti di chi ha vissuto una lunga esistenza piena di esperienze.

              

Da dove nascono le tue storie? Elabori notizie che leggi o sono esclusivamente di fantasia? I personaggi del tuo libro sono stati ispirati da persone reali?

I personaggi sono di pura fantasia ma non troppo. Le vicende del protagonista del mio libro sono spesso ispirate a fatti reali, ad aneddoti divertenti che riguardano la mia famiglia. Sono quelle storie più o meno vere che si tramandano di generazione in generazione, uno scrigno magico da cui amo attingere per scrivere i miei testi.

 

Hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?

Lavoro in questo modo : Comincio a scrivere dei raccontini, senza una precisa collocazione spazio temporale, scrivo prima le parti divertenti, quelle che mi fanno ridere a crepapelle, poi comincio mi dedico ai punti più profondi, quelli dove il protagonista parla con se stesso e descrive, attraverso il suo personale punto di vista, il mondo che lo circonda, lo stato d’animo del momento. Alla fine, come per un ricamo, ripasso il testo da cima a fondo e unisco i pezzi attraverso collegamenti logici che hanno lo scopo di mettere ordine e collocare tutti gli elementi al posto giusto.

 

Giunge a questo punto la mia classica domanda, quella che non manca mai quando intervisto un autore. Mi riferisco alla domanda sulle case editrici. Domanda forse un po’ scomoda per voi scrittori ma che ha me incuriosisce sempre molto. Devi sapere che nelle mie letture hanno una corsia preferenziale gli autori emergenti, o quelli che vorrebbero esserlo, e gli autori self. Tu per l’appunto hai pubblicato il tuo romanzo in proprio. Mi spieghi un po’ se è stata una decisione voluta o la hai dovuta prendere in considerazione dopo esserti scontrato col “complicato” mondo degli editori? E’ una scelta che pensi di rifare anche coi prossimi libri o in futuro cercherai in ogni modo di affidarti ad una casa editrice?

Devo ammettere che l’idea originale era quella di rivolgermi esclusivamente ad una casa editrice. Ricordo di aver inviato a decine di CE il mio testo, ricordo anche il mio stupore nel leggere sempre le stesse risposte, spesso superficialmente negative oppure fintamente positive. Mi riferisco all’attività preferita delle attuali CE, quella di spillare soldi al povero autore. Ormai è un mercato drogato, ci sono migliaia e migliaia di aspiranti scrittori con un libro nel cassetto e sempre meno lettori. Ormai il business è esclusivamente quello di vendere servizi (editing correzione di bozze etc.) Se ci pensiamo bene il rischio imprenditoriale di una moderna CE è pari a zero! Se va bene ed il libro vende ( spese di promozione tutte a carico dell’autore) ha guadagnato due volte, se va male ha comunque venduto i propri servizi. Il mercato del self è ancora agli inizi, tuttavia credo fortemente possa essere una valida alternativa, emergere dal nulla è faticoso, autopromuoversi è un grosso dispendio di energie ma la sensazione di essere riusciti a imporre le proprie idee, aver fatto conoscere il proprio libro, senza l'aiuto di nessuno e senza aver speso nemmeno un euro, è impagabile.

 

Iniziamo a parlare finalmente del tuo libro, La teoria degli equilibri. Come mai hai deciso di scrivere un romanzo di questo tipo? Scusa se te lo chiedo ma tu sei un po’ come Pietro o hai dovuto lavorarci parecchio per farlo cosi…scontroso? Leggendo il libro mi sembra che le battute di Pietro siano molto spontanee e coerenti, senza forzature. Sarcasmo, ironia, cinismo fanno parte del tuo carattere? Della tua filosofia di vita?

Io non sono Pietro Santini ma Pietro ha qualcosa di me, è come se fosse un mio riflesso, uno dei frammenti della mia personalità. È venuto da fuori da solo, forse era dentro di me da molti anni. Pietro è il lato oscuro che ho sempre represso. In ognuno di noi alberga un vecchietto rompicoglioni e dispotico. Pietro ha la risposta spicciola quando serve, possiede il vaffanculo facile, quello che vorresti dedicare al prepotente di turno, al collega, alla moglie pedante. Pietro Santini è uno spirito libero che, ormai vecchissimo, si guarda indietro ed è fiero della vita che ha condotto. Senza responsabilità, senza impegni. Nella sua vita ha detto molti no, questo gli ha giovato. È invecchiato fuori ma si sente giovane dentro. Guarda gli altri con disprezzo e conduce una vita in estrema solitudine. Sul lato ironico invece mi somiglia tantissimo, io amo ridere e far ridere, posseggo una sottile ironia che mi ha anche aiutato a superare momenti difficili.

 

Raccontaci un po’ la trama del romanzo facci venir voglia di leggerlo. Poi raccontaci anche cosa sono questi equilibri in cui si trova a vivere Pietro. In quale genere potrebbe essere inquadrato La teoria degli equilibri?

Osservando il mondo di oggi viene da chiedersi : Ma vale la pena correre tanto? È proprio così necessario sbattersi per arrivare primi? Se ci accomuna un destino finale a cosa è servito correre?

Pietro ha costruito la sua  personale teoria, la sua filosofia di vita, su questo concetto. Non ha mai corso in vita sua, ha sempre rallentato il passo mandando gli altri avanti. Ora è arrivato al capolinea e comincia tirare le somme della sua strana esistenza. Attraverso continui flashback ripercorre la sua vita. È un uomo finemente ironico, che usa l’arma del cinismo contro ogni cosa. Essere Pietro Santini vuol dire non avere preconcetti, non essere ipocriti e vivere la vita che si vuole senza pressioni senza condizionamenti.

Immaginate di vivere tutti in un equilibrio precario, immaginate di camminare su di un lago ghiacciato e scricchiolante. Tutte le sicurezze che ci siamo costruiti non contano, siamo tutti a rischio, il fato, il destino è sopra di noi. Non siamo gli artefici del nostro domani ma siamo solo tanti treni che percorrono binari diversi ma che raggiungono la stessa meta. Ogni volta che un equilibrio si rompe si rischia di cadere e tocca ricominciare daccapo, nessuno può sapere se il nuovo assetto, il nuovo equilibrio appunto, sarà bello o brutto, se sarà lungo o corto o se magari non c’è ne saranno altri. Per questo motivo Pietro vive un’esistenza ai margini della società. È un misantropo convinto, aspetta solo di morire ma intanto si gode il presente sempre in punta di piedi, sempre in attesa del prossimo equilibrio.

 

Pietro Santini, parole sue (cioè tue), è un vecchio bastardo impertinente cinico e opportunista. Io mi sono divertito un sacco a leggere le sue imprese. Sono anche sicuro che gente cosi esista veramente, certo a pensarci avere a che fare con un tipo simile deve essere alquanto problematico. Nel finale però questa sua vena sarcastica e cinica si perde un po’ per lasciare spazio ad una linea più morbida (sto nel vago per non spoilerare). Perché questo cambio di rotta? Io personalmente preferivo il Pietro misantropo e irriverente.

Perché in ognuno di noi, perfino in un bastardo impertinente come Pietro, si nasconde il bene. Ogni uomo è un abisso, l’animo umano è molto più profondo di quello che pensiamo. Anche un personaggio odioso, come il protagonista del libro, scopre un lato del proprio essere a lui sconosciuto. Un turbinio di eventi metterá scompiglio nella sua vita. In una sola settimana sará costretto a rivedere tutto, un vecchio equilibrio si sgretola e il vecchio Pietro si ritrova al punto di partenza.

 

Progetti futuri? Stai già lavorando a qualcosa o ti stai godendo il momento? Ci sarà ancora Pietro Santini protagonista in una delle tue prossime opere?

Ho pensato alla Teoria degli equilibri come ad una saga. Sarà composta da tre volumi. Il secondo è già in lavorazione. Avevo troppe cose da dire e un solo libro non mi sarebbe bastato. Spero di bissare il successo del primo, spero anzi di migliorare e di perfezionare sempre di più la tecnica narrativa.

 

Ultime due domande. Quelle che nelle interviste qui a giallo e cucina non possono mai mancare. La prima: per fare onore alla seconda parte del nome del blog ti chiedo quale potrebbe essere il piatto preferito di Pietro Santini? Lui mangia, da quando è rimasto solo, unicamente cibo preconfezionato che ha bisogno solo di un rapido passaggio al microonde. Ma conosce bene il buon cibo, prima la nonna poi Ramona lo hanno viziato non poco. Tu cosa pensi possa preferire?

Penso ad uno spaghetto aglio olio e peperoncino. Si tratta di un piatto semplice, facile da preparare, a prova di Pietro, ma buonissimo.

 

La seconda: consiglia un libro, due, tre, che noi lettori secondo te non possiamo proprio lasciarci sfuggire.

Ho amato moltissimo un libro di Erri De Luca. Si chiama Montedidio , si tratta di un libro fantastico, ironico, ambientato in una Napoli ricca di folklore e di tradizioni. Saper scrivere come Erri De Luca sarebbe il mio sogno, spero un giorno di arrivare ad avere un decimo delle sue capacità.

 

Ti ringrazio della bella chiacchierata. Se vuoi puoi aggiungere qualcosa che magari ritieni importante far sapere ai lettori….

Senza sembrare troppo autoreferenziale vi dico di acquistare il mio libro. C’è tanto bisogno di ridere, specie in questi giorni tristi che l’umanitá sta vivendo. Io non ho la soluzione ma posso farvi trascorrere qualche ora in allegria, non mi sembra poco vi pare?


domenica 28 agosto 2022

INTERVISTA A SIMONE CENSI

 





Ciao Simone, benvenuto nello spazio interviste del blog Giallo e cucina. Grazie per aver accettato il nostro invito. È la prima volta che ho il piacere di chiacchierare con te. Sono contento di questa opportunità perché credo tu abbia le potenzialità per diventare un ottimo scrittore. La tua “carriera” è solo agli inizi ma promette bene. Approfitterò di questo momento per torturarti un po’ con varie domande sulle tue abitudini in campo letterario, oltre, ovviamente, a parlare dei tuoi libri.

 

Inizierei con la domanda più ovvia, quella della presentazione. Quando sei nato e dove vivi, cosa fai nella vita oltre a scrivere? Dicci un po’ di te.

Nato alla fine dei temibili anni settanta, sono marito e padre della bella Martina, un paio di lauree e lavoro nel campo agricolo industriale. Sono molto casa e bottega, scrivo nei ritagli di tempo e di questi ce ne sono sempre meno, ma bastano per andare a infastidire i blogger come te con le follie che metto su carta.

 

Oltre a scrivere sei anche un lettore? Hai un genere preferito?

Anche questo piacere viene gestito nel poco tempo libero che rimane. Di base ho una approfondita conoscenza del romanzo gotico, da Walpole, Shelley, Stoker, Polidori e Poe per approdare poi a Lovecraft anche se lui definiva le proprie opere weird. Crescendo mi sono appassionato ai grandi classici come Cent’anni di solitudine, Il Maestro e Margherita, Q e tutte le opere di Eco tra le quali preferisco Baudolino. Da quando sono padre mi interessano i libri rivolti all’infanzia e leggo volentieri testi di autori sconosciuti come me in cerca di pubblicazione. È come cercare perle nelle cozze, dicono, in realtà posso assicurare che si trovano.

 

Da dove nascono le tue storie? Elabori notizie che leggi o sono esclusivamente di fantasia? I personaggi del tuo libro sono stati ispirati da persone reali?

Le storie partono da una scintilla. GIALLO SOLIDAGO– Il rimorso del ciocco parte da un post di un mio amico del liceo indirizzato a un altro compagno di classe di quei tempi. Il post diceva (testuale in quanto l’ho salvato in occasione che qualcuno tipo TU me lo venissi a chiedere): “Il rimorso del Ciocco, ovvero, trovarsi a bruciare ciocchi che ti guardano e chiedono nuova vita. È una bruttissima malattia che non va d’accordo con l’inverno.” Da qui l’ambientazione invernale di Borgo Alba. Poi ho messo insieme alcuni lavori che avevo studiato ma mai realizzato in precedenza. La storia familiare di Morelli è tratta da altri lavori che avevo lasciato in sospeso e mai terminati, per la serie che il materiale di uno scrittore è come il maiale, non si butta via nulla. Allo stesso modo, anche nel primo libro GIALLO SOLIDAGO tutti i cadaveri ritrovati lungo la rete ferroviaria e descritti minuziosamente nel romanzo, sono elencati nel file delle persone morte e non riconosciute dal 1970 in poi, reperibile liberamente sul sito del Ministero dell’Interno.

 

Hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?

Nessuna scaletta, è una questione di principio e ci tengo molto. L’intento principale di questi romanzi è quello di non fornire mai al lettore il punto di vista dell’assassino. In qualsiasi punto del romanzo il lettore ha a disposizione le stesse identiche informazioni che ha il Commissario Morelli. Non solo. In qualsiasi punto del romanzo, il lettore, Morelli e soprattutto chi scrive, si trovano di pari passo. Finché il romanzo non termina non ho idea di chi possa essere l’assassino e di come verranno svolte le indagini, proprio per questo il romanzo assume una forma strana. È un po’ come immaginare un albero che dal tronco ramifica. Alcuni rami fioriscono e poi portano il frutto, altri no. Quelli che non germogliano subito rimangono buoni come gancio per le future indagini.

 

Non può mancare nelle mie interviste una domanda sulle case editrici. Domanda forse un po’ scomoda per voi scrittori ma che a me incuriosisce sempre molto. Vedo che per la pubblicazione delle tue opere ti sei sempre appoggiato a case editrici. Sovente piccole, anche se immagino molto ambiziose ed agguerrite. Perché questa scelta? Come sei riuscito a farti pubblicare il tuo primo romanzo praticamente da sconosciuto? Te lo chiedo perché molti scrittori che conosco non riescono proprio ad entrare nel giro delle case editrici benché siano autori di buonissimi romanzi. Loro li propongono ma spesso neppure ottengono una risposta.

Niente di scomodo, solo la verità. Amico, Nemico è stato pubblicato dalla Montag Edizioni in quanto finalista in un loro concorso. Mi hanno fatto la proposta e non potevo mancare l’occasione. Buona la prima, anche se ho incominciato a “scrivere per pubblicare” nel 2008 e la prima pubblicazione risale al 2015. Oltretutto è una casa editrice della mia zona e mi piaceva molto l’idea. Il Garzone del Boia con la Elison Publishing è stato frutto di un incontro. Erano dieci anni che riscrivevo il romanzo in attesa di trovare la giusta alchimia. Mi hanno fatto la proposta giusta nel momento giusto, ovvero quando non vedevo l’ora di passare ad altro. Il primo libro della serie GIALLO SOLIDAGO con la 0111 Edizioni è stato pubblicato in quanto finalista al concorso indetto da loro. Era qualche anno che ci provavo con altri lavori, alla fine il destino ha voluto che vincesse la resilienza del Commissario Morelli. Per il secondo, GIALLO SOLIDAGO – Il rimorso del ciocco, è stata una cosa diversa. Sono venuto a conoscenza di questa Casa Editrice, Saga Edizioni, ho visto come si muove in campo editoriale, l’impegno e la passione che ci mettono. Sono una bella squadra e faranno di sicuro strada. Una loro editor è della mia zona, gli ho proposto il romanzo, è andata. Fanno un ottimo lavoro, un ottimo prodotto, è una casa editrice giovane all’anagrafe, dinamica ma si muove con l’ottica della grande CE. Spero solo di essere all’altezza.

 

Iniziamo a parlare finalmente dei tuoi libri. Il primo fu Amico, Nemico. A cui poi seguì Il garzone del boia e la partecipazione con dei racconti a varie antologie. Correggimi se sbaglio. Poi hai creato il commissario Morelli…ti sei indirizzato su un genere preciso che chiamerei…humor giallo (sorrido). Con lui hai svoltato decisamente. Raccontami i tuoi inizi poi parleremo diffusamente di Giallo Solidago.


Come dicevo ho incominciato a “scrivere per pubblicare” nel 2008. Prima scrivevo per mettere nel cassetto, ma visto che non butto mai nulla ogni tanto quel cassetto lo riapro volentieri. A volte ci trovo cose fatte e finite, altre volte ci trovo qualcosa da poter inserire in un lavoro in corso. Ho iniziato con poesia e racconti brevi, soprattutto genere gotico. Ho partecipato a una montagna di concorsi, uno ogni tre giorni per anni (media verificabile), è stato divertente e pieno di soddisfazioni. Poi molti di questi racconti sono stati raccolti e pubblicati nel 2012 dalla D’Accolti Editore, libro oramai introvabile. Da quel momento ho incominciato a scrivere racconti più lunghi fino a quando uno in particolare non è diventato un vero e proprio romanzo: Amico, Nemico.

Poi è arrivata la travagliata, per quanto riguarda le tempistiche, storia del Garzone del Boia. Nel frattempo la vita continua, ci si sposa si mette su famiglia. I tempi a disposizione per scrivere si riducono, occorre trovare un espediente per continuare, occorre scrivere un romanzo ma con i tempi e i ritmi del racconto. GIALLO SOLIDAGO è la risposta, un modo agile di narrare, dialoghi veloci, non dilungarsi sulle descrizioni ma far raccontare le cose direttamente ai personaggi, non avere paura di essere troppo concisi.

Humor giallo mi piace. Ogni scrittore, grande o piccolo, pensa di aver scritto un capolavoro. Poi arrivato il momento di rileggere la propria opera prende campo quella vocina bastarda che tutti noi imbrattacarte abbiamo in testa, una vocina stronza e saccente che ti prende per il culo e ti dimostra agitando il ditino che hai scritto una emerita cagata. In occasione del primo libro della serie GIALLO SOLIDAGO, nel dialogo tra lo scrittore e la vocina che ho in testa, vengono fuori tutte le motivazioni del caso. Vogliono scrivere un giallo perché insieme al romance è il genere più venduto ma si rendono conto benissimo di non essere in grado di farlo quindi la buttano in “caciara”. Puntano a differenziarsi dalla massa di testi che affollano le librerie, sovvertono tutti i canoni che vanno a delineare il Giallo Mediterraneo. Un Commissario impreparato e guascone, aiutato in tutto e per tutto dal fedele Segapeli, la cui unica dote sembra essere la resilienza, innamorato della moglie e che a differenza di tutti gli altri Commissari, che si cibano di specialità tipiche della zona nei retro bottega di favolose trattorie, mangia cibo cinese d’asporto e combatte a suon di insulti con Ye il ragazzo delle consegne a domicilio.


 

Perché Giallo Solidago? A cosa si riferisce? E’ forse il nome che hai voluto dare alla serie con Morelli protagonista?


GIALLO SOLIDAGO definisce la serie (per adesso siamo a due…) delle indagini del Commissario Morelli. Solidago per un duplice motivo. È una particolare tonalità del giallo, giusto per distinguersi da tutti quanti gli altri e Solidago è anche l’erba spontanea che dà quella inflorescenza gialla che si trova ai lati delle strade tra la primavera e l’estate. Per molti è soltanto erbaccia e come Morelli: “non muore mai!”


 

Il commissario Morelli è un investigatore completamente fuori dagli schemi. Dissacrante, incapace, scorretto, irriverente. Ama la moglie ma lei lo detesta. Come o da chi ti è venuta l’ispirazione per crearlo? Parlaci un po’ di lui.


Il Commissario Morelli, come la serie GIALLO SOLIDAGO, nasce da un semplice post di un amico all’interno di un gruppo di scrittori. IL CAZZEGGIO DI IO SCRITTORE (giusto per non fare pubblicità). Il post diceva testualmente (anche in questo caso lo avevo salvato in attesa che arrivassi TU a chiedermelo):

“Sto leggendo un giallo ben scritto e ben narrato MA... non darò un voto altissimo e

sapete perché? Ora ve lo spiego: io non ne posso più di tutti questi commissari

che spuntano come funghi e sono, di norma, tutti uguali. Anche il commissario

in questione è, a mio parere, un abile cocktail shakerato con un quinto di

commissario Ingravallo, un quinto di Montalbano e robuste dosi di Schiavone e

Lojacono. Cerco di spiegare meglio il cliché: al giorno d’oggi un commissario

Insomma, quanto basta per farmi urlare BASTA e metter mano alla pistola.”

La ricetta era servita ma erano sbagliate le dosi. Ho preso tutti i commissari, ispettori e tenenti che hanno fatto storia nel genere giallo mediterraneo e per ognuno di loro ho elencato su file Excel le principali caratteristiche. Poi ho messo tutto in ordine alfabetico e ho cancellato i doppioni (numerosi). Per ogni voce ho trovato il contrario e dal risultato, modellando quella massa informe, un po’ come in Frankenstein Junior diretto da Mel Brooks, ho creato il Mostro. Magari urlando “Si… può…fare!

 

Con Il rimorso del ciocco sei alla sua seconda indagine. Questa vicenda, come la precedente, sono

ambientate in un piccolo paese marchigiano, Borgo Alba. Qui in particolare dovrà destreggiarsi tra speculatori, assassini e sette sataniche. No non vorrei impressionare i nostri lettori. Non c’è nulla di orripilante anzi il filo conduttore è l’ironia con dialoghi brillanti e dissacratori. D’altronde con elementi come Morelli, Segapeli e Luzerda non potrebbe essere differente. Anche i nomi dei vari personaggi minori sono tutto un programma. Insomma hai proprio deciso che questa debba essere una serie più che mai divertente e rilassante, che offra svago, buon umore e…un giallo da risolvere. Raccontaci la trama e se vuoi qualche nota sui personaggi principali.


È una Borgo Alba in versione invernale. Abbiamo un morto in circostanze particolari, Luzerda punta a chiudere il caso nel modo più comodo possibile.

Morelli non ci sta, non per amore della verità ma perché l’altro gli sta sulle balle. Poi andando avanti si

trova in mano un caso più grande di quello che poteva immaginare.

Si incomincia a parlare di sette sataniche e messe nere, tutte le evidenze sembrano coincidere

in questo schema tanto che un povero cristo non può nemmeno morire di infarto in santa pace. A questo si aggiunge il furto delle ossa al cimitero di Cerresi (Cerreto d’Esi), l’affare si complica e soprattutto si intreccia con false piste che magari non portano a niente, ma come dicevo prima sono rami che forse daranno i loro frutti con il seguito della serie. In tutto questo si delinea un nucleo di personaggi che ritroviamo anche nella prima indagine, oltre al Commissario Morelli e Segapeli abbiamo gli antagonisti, Il questore Panzanera e il vice Luzerda. Il medico legale Passacantando, che ho sempre sognato di farlo bene come fa Vichi con Diotivede. Poi c’è il bar Daoscare dove si incontrano i personaggi tipici del paese, primo tra tutti il trio Scannadinari, Fattapposta e Seccafieno e poi via via tutti gli altri fino ad arrivare a quelli creati appositamente per questa indagine come le sorelle Paternoster che essendo abitanti veri e propri di Borgo Alba compariranno, anche, in un possibile seguito (sperando che ci sia.)


 

Ultime due domande. Quelle che nelle interviste qui a giallo e cucina non possono mai mancare. La prima: per fare onore alla seconda parte del nome del blog ti chiedo quale potrebbe essere il piatto preferito del commissario Morelli? Lui da quando la moglie l’ha lasciato mangia solo robaccia cinese da asporto ma prima quando erano una coppia felice cosa immagini preparasse Pina al marito investigatore?


Pina non lo ha lasciato. Lo odia perché l’ha costretta a seguirlo in un posto sperduto come Borgo Alba ma non lo ha lasciato. Piuttosto combatte una guerriglia quotidiana per fiaccarlo, oltretutto senza mai

comparire in prima persona, ma non ha la minima intenzione di lasciarlo. Probabilmente lo ama, in uno dei tanti modi possibili, ma non lo possiamo sapere. Questo a lui basta, lui è innamorato di lei e questo è un dato di fatto. Si può lamentare, prendersela a ridere, maledire il cielo ma l’unica cosa che vuole e potertornare da lei quando viene sera. E magari trovarla anche.

Morelli questo amore/odio con Pina lo ha anche con il cibo, è una dualità presente in ognuno di noi. Odia il cibo cinese perché a lungo andare gli è venuto a noia e lo odia anche per il rapporto scoppiettante con il ragazzo dagli occhi a mandorla delle consegne. D’altro canto non la considera robaccia ma dimostra di essere un fine conoscitore ordinando una Marmitta Mongola, piatto che difficilmente si trova all’interno di un normale menù da ristorante. Salto la risposta del piatto preferito per non dare un vantaggio al lettore. Il Commissario Morelli non è di Borgo Alba, lo hanno trasferito a forza, non dico mai da dove viene, piuttosto dò indizi, tracce da seguire…


 

La seconda: consiglia un libro, due, tre, che noi lettori secondo te non possiamo proprio lasciarci sfuggire.


Mi sento di consigliare romanzi sempre appartenenti al genere giallo, ma che riescano in qualche modo ad andare fuori da quello che si è abituati a leggere. Ce ne sono molti, sia nelle grandi sia nelle piccole CE, si sta sviluppando un movimento sottotraccia che tenta di scardinare quello che è lo standard. “Gutta cavat lapidem”, un buon trapano anche.


 

Ti ringrazio della bella chiacchierata. Se vuoi puoi aggiungere qualcosa che magari ritieni importante far sapere ai lettori….


Vorrei soltanto aggiungere che nessun Defender è stato maltrattato nella realizzazione di questo romanzo, non ce ne sarebbe stato bisogno. La Pandarmata comanda! (n.d.r. leggete il libro e capirete)

 


INTERVISTA A ANEMONE LEDGER

 






Oggi a giallo e cucina, nello spazio interviste, abbiamo il piacere di ospitare Anemone Ledger...bentrovata come va? Il breve incontro di oggi servirà principalmente a noi lettori per conoscere meglio il tuo romanzo d'esordio ovvero L'insana improvvisazione di Elia Vettorel. Ma se posso, col tuo permesso, ne approfitterò per conoscere meglio anche te come autrice. Inizierei quindi subito col chiederti una tua breve presentazione: dove sei nata, cosa fai nella vita e quando nasce il sacro fuoco della scrittura?

Buongiorno a te. Sono nata a Napoli, classe 1999. Purtroppo non posso dare informazioni circa il mio lavoro attuale, ma interpreto comunque anche l’ambito letterario come tale. Diciamo dunque che ho un doppio lavoro: prendete per buono il fatto che ne conosciate uno. Ho iniziato a scrivere dagli otto anni in poi, per esorcizzare le mie paure.

 

Come prima cosa bisogna dire che L'insana improvvisazione è si il tuo primo romanzo ma non è la tua prima opera in assoluto. Prima infatti avevi scritto una serie di racconti pubblicati in una raccolta intitolata Il sorpasso dell'irrealtà. Sono racconti horror che tu scrivesti in giovanissima età ed alla quale facesti seguire appunto L'insana improvvisazione di Elia Vettorel, entrambi furono auto pubblicati. Ora la casa editrice Homo scrivens ha deciso di ripubblicarli, riconoscendone la bontà. A me sono piaciuti moltissimo tutte e due. Ti faccio i miei personali complimenti. Oggi parleremo in special modo di Elia Vettorel e della sua vicenda. Ho finito. Introduzione bella corposa ma la meritavi ora direi di iniziare. Tutto giusto? Correggimi pure eventualmente.

Sì, tutto giusto. Ho sempre affermato che Homo Scrivens ha praticamente raccolto la mia scrittura, fidandosi di me. Ti ringrazio per i complimenti.

 

La prima domanda che ti faccio è forse la più ovvia. L'ispirazione per scrivere questo tipo di storia è arrivata elaborando fatti e persone reali o è di pura fantasia? L'ispirazione ti è giunta magari leggendo un libro o vedendo un film? 

Nella parte finale del romanzo c’è la cosiddetta “Stanza dello scrittore”: una parte in cui racconto la nascita della storia e altre cose.
Elia Vettorel è nato per quattro motivi principali: il mio amore per Firenze, la mia curiosità adolescenziale per la figura del serial killer, la mia vicinanza a musicisti – nonché persone – particolari e i continui scontri con mia madre.

 

Raccontaci un po’ la trama, incuriosiscici.

“L’insana improvvisazione di Elia Vettorel” riguarda la vita di quest’ultimo, articolata su tre piani temporali. Sul presente, in cui Elia si trova in un vero e proprio carcere e sta a voi scoprire il perché; sul passato, in cui seguiamo la sua vita prima in orfanotrofio (il cosiddetto “carcere per bambini”), poi con sua madre Aurora; su un ulteriore passato incentrato sulla vita dei genitori, per capire l’importanza di questi ultimi.

 

 

Parliamo dei personaggi. Prima di tutto analizzerei al meglio la figura del protagonista Elia Vettorel, una grande passione per il jazz. Presentacelo.

Elia, in realtà, non ha passione per il jazz. Ha passione per le note veloci e folli di questa tipologia di musica; gli entrano nelle ossa come la voglia che ha di compiere atti malsani. Più che con il resto, preferisco presentarlo con questa semplice frase.

 

Una mia curiosità: come mai hai deciso di dargli quel tipo di aspetto per far sì che si vedesse brutto. Io credo, almeno per come l'ho immaginato, che brutto lo fosse veramente. Ma perché proprio così è non magari col naso storto o le orecchie a sventola o il viso rovinato da macchie o nei? Domanda sciocca forse, perdonami, ma è una curiosità che mi è sorta leggendo il libro.

Per l’aspetto fisico e caratteriale di Elia Vettorel ho preso spunto da una persona che conoscevo per davvero. Non è un caso che abbia le lentiggini, i capelli rossi, la cicatrice; che sia così magro, che il suo carattere sia folle. Sono tratti veri che ho vissuto.

 

Di personaggi ce ne sono tanti altri a partire dallo psicologo che lo analizza. La mamma naturale, il padre, le suore ecc. parlaci un po’ di loro senza svelare troppo del libro, ovviamente.

Facciamo così. Lancio qualche frase per ogni personaggio fondamentale, rispetto al protagonista. Lo psicologo, amico-nemico (chi riesce a capirne il confine?) di Elia nel carcere vero e proprio; Suor Sara, autrice dello sfregio sulla guancia che scoperchia i suoi abissi; la madre Aurora e il padre Raffaele, insieme – anche se con pesi diversi – le reali cause della sua insania; l’amico immaginario Finn, voce capace di farlo ragionare anche se solo entro un certo limite; Marco, il principale aguzzino della sua infanzia.

 

Ancora una curiosità che forse esula un po’ dall'analisi del romanzo. Perché ti dedichi con tanta passione al genere horror thriller e tutte le altre sfumature che caratterizzano questa categoria di libri? Ti provoco un po’. Sei giovanissima dovresti vedere il mondo a colori invece il tuo è a tinte piuttosto scure. Da dove nasce questa passione?

Il nocciolo della questione sta proprio nel fatto che a otto anni scrivevo per esorcizzare le mie paure. Quasi come conseguenza, presi a curiosare quelle di altri. Adesso, però, leggo di tutto; e anche la mia scrittura ha preso a spaziare, mantenendo però sempre ben salde le tinte cupe.

 

Chi ti segue sui social avrà avuto modo di notare come in questo periodo sei presente ad una grande quantità di manifestazioni e festival letterari che si alternano alle giornate dedicate alla presentazione dei tuoi libri. Probabilmente tutto questo è molto stancante ma immagino anche divertente e gratificante in che termini ne parleresti tu?

È gratificante, divertente e stancante assieme, soprattutto se a questi continui eventi ci affianchi un lavoro. La cosa fondamentale è che, però, mi fa sentire via.

 

Torniamo al libro. Al momento culminante del romanzo, quando si vede "finalmente" esplodere la pazzia di Elia Vettorel. Che poi è il motivo per il quale lui si trova lì, davanti ad uno psicologo. Una follia latente presente in lui fin da piccolissimo. Man mano che passavano gli anni cresceva, a causa dei maltrattamenti e dei soprusi che subiva. A questa conclusione ti ha "guidato" Elia o avevi già deciso che doveva andare cosi?

Mi ha guidato Elia, la sua evoluzione. All’inizio avevo in testa solo la prima parte del romanzo ma poi, definendo meglio a priori la struttura, la parte finale ha preso a scorrere da sé.

 

Se ritieni aggiungi pure qualcosa che pensi possa essere interessante per "gustare" al meglio il tuo romanzo.

Prima della lettura, consiglio di visitare la cittadina di Firenze e di dare un’occhiata alla figura del serial killer Albert Fish.

 

Hai già allo studio o magari già pronti nuovi romanzi? Sai già quando saranno pubblicati?

Più che un romanzo, ho all’attivo un percorso che mi ci può portare. Per ora, però non posso svelare granché.

 

Siamo nel blog giallo e cucina bisogna necessariamente parlare anche di cibo. La domanda che ti faccio anche per giocare un po’ è questa: pensando alla personalità di Elia quale potrebbe essere secondo te il suo piatto preferito? Come te lo immagini il cibo che mangiava nell'orfanotrofio? Di qualità o una sbobba da ospedale o quasi? 

Penso che in orfanotrofio mangiasse meglio del carcere, nonostante la qualità comunque non fosse stata delle migliori. Fidati, di mense ne so qualcosa. Tutt’ora ci soffro io.
Il piatto preferito di Elia sarebbe di certo la carne; quella rossa, di ogni tipo.

 

L'ultima domanda fa parte anche questa delle domande che noi al blog per tradizione facciamo in chiusura di una intervista. Consiglia un libro di un tuo collega, magari self come lo eri te o che hai letto ultimamente, che vuoi che i lettori conoscano ed eventualmente apprezzino.

Consiglio i racconti e i romanzi di Flavio Ignelzi. Da un paio d’anni, una scoperta che non smette di sorprendermi e che ha addirittura sciolto uno dei miei cosiddetti “blocchi dello scrittore”.

 

Ti saluto e ti ringrazio per la tua disponibilità a presto.