SENZA VOLTO
Quando ero piccola mi dissero che se volevo imparare a
scrivere dovevo soprattutto leggere, ed era vero. Ma ho capito solo oggi che
non dovevo leggere solo i libri, ma essere vorace di storie, di mondi,
linguaggi, non detti, sguardi, pertugi, misteri.
Con questa curiosità mi assento spesso dalla realtà più
superficiale – dimentico cappotti, portafogli, dettagli – per restare incantata
a guardare dove poggerà una foglia, come si guardano mamma e figlio in un
giorno normale, la piega che prende l’acqua delle pozzanghere investita da una
macchina, il modo diverso che ciascuno ha di stare davanti al proprio dolore.
Con la stessa curiosità guardo le persone litigare sui
social e non solo, e cerco di segnare nella mia mente una rotta, di chiedermi
dove siamo, cosa significhi tutto questo per ciascuno di noi. Da anni il clima
tra noi cittadini ha raggiunto soglie difficili da tollerare per chiunque,
concedetemi di chiamarla una vera e propria “guerra civile psichica”.
Grazie ad un potere sempre più aggressivo che ci propone
ogni giorno l’apologia del falso e la celebrazione del brutto, non abbiamo più
parole per discernere né intelligenza emotiva per accogliere parti di un
fenomeno senza sentirci obbligati ad abbracciare il tutto. Così ci sono persone
che riconducono ogni morte al vaccino contro il Covid19 e altre che non ne
riconoscono nemmeno una. Persone che non possono ammettere che gli uomini
subiscano una pressione culturale, mediatica e ideologica violenta, altre che
non vogliono sentir parlare di maschile predatorio. E potremmo continuare
all’infinito, passando da destra a sinistra, da una categoria all’altra, da un
tema all’altro.
Questa difficoltà di integrare le parti, di mettere insieme
i pezzi, sta raggiungendo livelli preoccupanti. Ma, allora, siamo ancora capaci
di leggere la nostra realtà, oppure leggendo ogni cosa — notizie, fatti, leggi
—attraverso le nostre lenti politiche, emotive o ideologiche, in realtà non la
leggiamo affatto? La risposta sta nell’enfasi esasperata dei discorsi, nella
rapidità con cui produciamo contenuti senza riflettere, nel grado di
aggressività e sarcasmo dei nostri commenti.
Scegliamo una “verità” e la proteggiamo contro ogni
evidenza, come tifosi ostinati che negano qualsiasi errore della propria
squadra. In questo modo, ogni reale possibilità di scambio viene menomata:
diventiamo Eco e Narciso, immersi nelle nostre conferme virtuali, convinti di
avere ragione o pronti a respingere chiunque non ci dia conferme. «Così,
diventato famosissimo nelle città dell'Aonia, quello (Tiresia) dava responsi
inconfutabili a chi lo consultava. La prima a saggiare l'autenticità delle sue
parole fu l'azzurra Lirìope, che Cefiso un giorno aveva spinto in un'ansa della
sua corrente, imprigionato fra le onde e violentato. Rimasta incinta, la
bellissima ninfa partorì un bambino che sin dalla nascita suscitava amore, e lo
chiamò Narciso» (Metamorfosi di Ovidio).
Eco e Narciso, etichette che lanciamo addosso a chiunque, ma
che calzano perfettamente su ognuno di noi. Proprio come loro, siamo destinati
a non trovarci mai, schiavi di un amore solipsista che annega nel momento in
cui va alla ricerca dell’altro.
Ma… se questa nostra fosse una storia, una storia da
raccontare, che storia sarebbe? Me lo chiedo perché da scrittrice non riesco ad
abbandonare un certo sguardo poetico sul mondo e continuo a credere che la
parola abbia ancora tanto da darci.
Mentre osservo le persone, immagino mondi sotterranei,
parole inespresse dietro le smorfie, pugni chiusi dietro uno sbuffo; immagino
dialoghi mai avvenuti, ricomposizioni insperate, carezze curative: finalmente
immagino le parole sgorgare limpide e chiare dalla nostra bocca: in fondo
vorremmo solo essere ascoltati nelle nostre verità, in fondo siamo bambini soli
che chiedono di fare un pezzo di strada insieme.
Ecco nella mia mente ricomporsi quei dialoghi insperati:
“vorrei che venissero riconosciute le vittime reali del vaccino”, “vorrei che
si prendesse sul serio la sofferenza dei padri dopo la separazione”, “vorrei
che fosse riconosciuta la difficoltà di alcune donne intrappolate in relazioni
pericolose”. Un maestoso discorso catartico, che non ha bisogno di odiare
qualcuno, qualcuno che custodisce una verità a noi nemica. Finalmente nel mio
immaginario tutte le realtà coesistono a formare un ingranaggio meraviglioso,
un puzzle piramidale e maestoso fatto di tante piccole, colorate, realtà.
Realtà che una lente distorta frammenta, ma che invece sono solo parti del
nostro mondo, parti di noi.
Ma poi mi sveglio dal mio sogno e torno ad osservare la
realtà: sono l’unica a trovarci stanchi, disgregati, incattiviti? Così ridotti,
non facciamo che eliminare chi ci fa da specchio, perché riflette una verità
che non vogliamo vedere. Ti blocco, un’operazione virtuale con
effetti reali. Ogni volta che rimuoviamo il volto dell’altro, ci ritroviamo
senza volto. «Piansero le Naiadi sue sorelle, offrendo al fratello le
chiome recise; piansero le Driadi, ed Eco unì la sua voce alla loro. Già approntavano
il rogo, le fiaccole da agitare e il feretro: il corpo era scomparso. Al posto
suo trovarono un fiore, giallo nel mezzo e tutto circondato di petali bianchi»,
sempre Ovidio.
Intendiamoci, chi sono io per insegnare qualcosa a qualcuno?
Io a mala pena riesco a tenere in piedi me stessa, in tutte le mie
contraddizioni. È solo che tempo fa ho imparato una magia: cerco di trasformare
tutti i miei limiti in poteri speciali. Così, ho trasformato esperienze di vita
particolari a mio favore e ho imparato ad osservare ogni cosa da tante
angolazioni, pena il collasso psichico. Quante volte mi sono sentita
strattonare dalle tante verità, la mia interiore e quella del mondo! Quanta
confusione, quanto caos! E allora, sapete cosa faccio? Quando dubito, cerco
ancora, e quando non ho dubbi cerco di più. E così ho scoperto che le mie
convinzioni, lungi dal perdere forza, ne guadagnano, e che la confusione non è
altro che un segnale, un segnale che dice che il mio viaggio non è ancora
finito.
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