Sparire per lasciare spazio alla propria opera?
Ha senso scrivere? Ha senso farlo comunque, ben consci del
fatto che qualsiasi esito avrà la pubblicazione [successo commerciale vs flop]
sarà verosimilmente legato a logiche che nulla c’entrano con la scrittura e con
il messaggio che custodisce?
Ha senso scrivere in un mondo che sbeffeggia l’arte, la
parola, il passato, attorciglia chilometri di carta in volgari pallottole e li
butta al primo cassonetto su strada? Un mondo in cui i primi scaffali di ogni
libreria sono pieni della sgraziata voce del potente di turno, ingoiata dalle
più incredibili gole, siano esse quelle di notori personaggi, influencer
dell’ultima ora o di un valido qualcuno che ha la fortuna di trattare temi in
voga, e di farlo dalla prospettiva esatta in cui vanno trattati?
Ha senso scrivere in un mondo in cui vedere il proprio nome
su una copertina è il fine ultimo e non l’inevitabile ostacolo da superare per
chi, sopraffatto dall’atto primario dell’ispirazione, vorrebbe solo sparire,
dimenticare tutto ciò che vede, persino morire, per lasciare spazio solo alla
sua opera?
È questo lo sciabordio che Elettra, il personaggio chiave
del mio romanzo Lo specchio degli occhi tuoi, sentiva dentro la sua
testa di sognatrice annichilita, prostituta integra, mentitrice autentica.
Forse è questo che sentiva anche quella me venticinquenne che ha ricevuto
questa storia in dono e che non è riuscita a sottrarsi all’urgenza di
raccontarla.
Queste domande non abitano solo quel romanzo ma anche
il mio romanzo d’esordio, che ho ripubblicato proprio in questi giorni La
verità non muore, amore. Anche qui mi interrogo sul senso della scrittura,
sul suo ruolo rispetto al dolore che c'è nel mondo, rispetto alla
testimonianza, rispetto alla ricerca ostinata della verità.
In questo testo mi faccio le stesse domande, stavolta
attraverso Poeta, uno dei protagonisti, che fa un incontro bislacco e
affascinante con un'entità che viene da un'altra dimensione: si chiama Vera e
viene da Volta Celeste.
Per anni sono stata convinta si trattasse di storie molto
diverse tra loro, una di taglio filosofico esistenziale, una dissacrante e
carnale… Solo ora mi accorgo invece che, sottotraccia, in entrambe le storie,
naviga la stessa domanda: è giusto che l'autore di un romanzo sia più
importante del romanzo stesso e dei suoi personaggi? È giusto che per dare
un’opportunità a una storia si debba mettere il suo autore al centro della
scena? È giusto che se l’autore si sottrae a questo compito, per temperamento,
per impossibilità, per scelta, l’opera non abbia più alcuna possibilità di
farcela?
Elettra, il mio personaggio più estremo, a sua volta una
scrittrice, ha risposto a questa domanda, con un gesto radicale di sottrazione:
non una resa, ma una scelta. C'è una scena in particolare che si dipana dentro
la camera da letto che prima Elettra divideva con una sua intima amica, Viola -
una scena che una mia lettrice ha definito "un'opera d'arte teatrale messa
su da Elettra stessa" — in cui questo gesto di sottrazione radicale si
compie in modo simbolico: quando Viola apre la porta della loro vecchia camera,
trova davanti a sé una scena sconcertante: è un libro a troneggiare nella
stanza ed Elettra si camuffa in un feticcio fino alla rivelazione finale: La
camera era in penombra. La prima cosa che scorsi, entrando, fu un libro aperto
alla sua esatta metà, sembrava galleggiare nell’aria, al centro della stanza.
Avvicinandomi vidi una penna turchese, nell’insenatura al centro, e un filo
dorato come segnalibro.
Ed Elettra, invece, Elettra si trova nel punto più lontano
della stanza, in un angolo. Elettra, scrittrice, si sottrae alla scena e il suo
testo rimane. Viola diventa involontaria custode di questa ultima scena e,
molti anni dopo, la racconta in una lettera: Accesi la luce nella
stanza: finalmente la vidi, era di spalle a me, nell’angolo più interno della
nostra camera, accovacciata a terra, in posizione fetale, con il viso rivolto
alla parete, reclinato sulla spalla destra. Volevo guardarle gli occhi. […] Solo
allora vidi un piccolissimo specchio nell’angolo della parete che la fissava,
mentre lei lo fissava. Si specchiavano da ore, prima del mio arrivo.
Così Elettra si è sottratta a questo destino obbligato. Io,
in fondo, ho compiuto la mia stessa scelta lasciando quel romanzo nel cassetto
per quindici anni.
Forse è solo questo che mi ha impedito di pubblicarlo prima:
quel nucleo di me indistruttibile, idealista al punto da non riuscire a fare un
compromesso “adulto” con il mondo reale.
Forse è tutto qui quel senso di disagio che avverto oggi
nell’aver esposto la mia persona per dare un’opportunità alla mia storia, ben
consapevole che, se tutto andasse come dovrebbe, sarebbe l’esatto contrario.
Semmai.
Sparire per lasciare spazio alla propria opera? Questa
domanda torna a risuonare in me proprio ora che ho subito la soppressione
improvvisa di tutti i miei spazi su Facebook, spazi dove abitava proprio questo
mio avatar che, una volta entrata nell’età adulta, infine, avevo deciso di
costruire, e a cui avevo dedicato tanto del mio tempo. Avatar grazie al quale
qualche anima qua e là si era affezionata alle mie storie e alla mia scrittura.
Oggi questo accadimento mi suona come una beffa, ma alcuni
giorni mi appare persino come un’opportunità.
Riusciranno i miei libri a fare il loro viaggio, ad essere
apprezzati o bocciati, amati o criticati, indipendentemente da me?
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