venerdì 20 febbraio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - SPARIRE PER LASCIARE SPAZIO ALLA PROPRIA OPERA?

 


Sparire per lasciare spazio alla propria opera?

Ha senso scrivere? Ha senso farlo comunque, ben consci del fatto che qualsiasi esito avrà la pubblicazione [successo commerciale vs flop] sarà verosimilmente legato a logiche che nulla c’entrano con la scrittura e con il messaggio che custodisce?

Ha senso scrivere in un mondo che sbeffeggia l’arte, la parola, il passato, attorciglia chilometri di carta in volgari pallottole e li butta al primo cassonetto su strada? Un mondo in cui i primi scaffali di ogni libreria sono pieni della sgraziata voce del potente di turno, ingoiata dalle più incredibili gole, siano esse quelle di notori personaggi, influencer dell’ultima ora o di un valido qualcuno che ha la fortuna di trattare temi in voga, e di farlo dalla prospettiva esatta in cui vanno trattati?

Ha senso scrivere in un mondo in cui vedere il proprio nome su una copertina è il fine ultimo e non l’inevitabile ostacolo da superare per chi, sopraffatto dall’atto primario dell’ispirazione, vorrebbe solo sparire, dimenticare tutto ciò che vede, persino morire, per lasciare spazio solo alla sua opera?

È questo lo sciabordio che Elettra, il personaggio chiave del mio romanzo Lo specchio degli occhi tuoi, sentiva dentro la sua testa di sognatrice annichilita, prostituta integra, mentitrice autentica. Forse è questo che sentiva anche quella me venticinquenne che ha ricevuto questa storia in dono e che non è riuscita a sottrarsi all’urgenza di raccontarla.

Queste domande non abitano solo quel romanzo ma anche il mio romanzo d’esordio, che ho ripubblicato proprio in questi giorni La verità non muore, amore. Anche qui mi interrogo sul senso della scrittura, sul suo ruolo rispetto al dolore che c'è nel mondo, rispetto alla testimonianza, rispetto alla ricerca ostinata della verità.

In questo testo mi faccio le stesse domande, stavolta attraverso Poeta, uno dei protagonisti, che fa un incontro bislacco e affascinante con un'entità che viene da un'altra dimensione: si chiama Vera e viene da Volta Celeste.

Per anni sono stata convinta si trattasse di storie molto diverse tra loro, una di taglio filosofico esistenziale, una dissacrante e carnale… Solo ora mi accorgo invece che, sottotraccia, in entrambe le storie, naviga la stessa domanda: è giusto che l'autore di un romanzo sia più importante del romanzo stesso e dei suoi personaggi? È giusto che per dare un’opportunità a una storia si debba mettere il suo autore al centro della scena? È giusto che se l’autore si sottrae a questo compito, per temperamento, per impossibilità, per scelta, l’opera non abbia più alcuna possibilità di farcela?

Elettra, il mio personaggio più estremo, a sua volta una scrittrice, ha risposto a questa domanda, con un gesto radicale di sottrazione: non una resa, ma una scelta. C'è una scena in particolare che si dipana dentro la camera da letto che prima Elettra divideva con una sua intima amica, Viola - una scena che una mia lettrice ha definito "un'opera d'arte teatrale messa su da Elettra stessa" — in cui questo gesto di sottrazione radicale si compie in modo simbolico: quando Viola apre la porta della loro vecchia camera, trova davanti a sé una scena sconcertante: è un libro a troneggiare nella stanza ed Elettra si camuffa in un feticcio fino alla rivelazione finale: La camera era in penombra. La prima cosa che scorsi, entrando, fu un libro aperto alla sua esatta metà, sembrava galleggiare nell’aria, al centro della stanza. Avvicinandomi vidi una penna turchese, nell’insenatura al centro, e un filo dorato come segnalibro.

Ed Elettra, invece, Elettra si trova nel punto più lontano della stanza, in un angolo. Elettra, scrittrice, si sottrae alla scena e il suo testo rimane. Viola diventa involontaria custode di questa ultima scena e, molti anni dopo, la racconta in una lettera: Accesi la luce nella stanza: finalmente la vidi, era di spalle a me, nell’angolo più interno della nostra camera, accovacciata a terra, in posizione fetale, con il viso rivolto alla parete, reclinato sulla spalla destra. Volevo guardarle gli occhi. […] Solo allora vidi un piccolissimo specchio nell’angolo della parete che la fissava, mentre lei lo fissava. Si specchiavano da ore, prima del mio arrivo.

Così Elettra si è sottratta a questo destino obbligato. Io, in fondo, ho compiuto la mia stessa scelta lasciando quel romanzo nel cassetto per quindici anni.

Forse è solo questo che mi ha impedito di pubblicarlo prima: quel nucleo di me indistruttibile, idealista al punto da non riuscire a fare un compromesso “adulto” con il mondo reale.

Forse è tutto qui quel senso di disagio che avverto oggi nell’aver esposto la mia persona per dare un’opportunità alla mia storia, ben consapevole che, se tutto andasse come dovrebbe, sarebbe l’esatto contrario. Semmai.

Sparire per lasciare spazio alla propria opera? Questa domanda torna a risuonare in me proprio ora che ho subito la soppressione improvvisa di tutti i miei spazi su Facebook, spazi dove abitava proprio questo mio avatar che, una volta entrata nell’età adulta, infine, avevo deciso di costruire, e a cui avevo dedicato tanto del mio tempo. Avatar grazie al quale qualche anima qua e là si era affezionata alle mie storie e alla mia scrittura.

Oggi questo accadimento mi suona come una beffa, ma alcuni giorni mi appare persino come un’opportunità.

Riusciranno i miei libri a fare il loro viaggio, ad essere apprezzati o bocciati, amati o criticati, indipendentemente da me?

 


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