La radice del male - Adam Rapp -
recensione a cura di Rossella Lombardi
In questo corposo libro, che copre sessant’ anni della
storia della provincia americana, dal 1951 al 2010, viene narrata la storia di
una famiglia un po’ bigotta, molto chiusa e rigorosa, con cinque figli: due
maschi e tre femmine, la minore delle quali presenta un evidente deficit
cognitivo. Il più piccolo muore a pochi
mesi di vita, lasciando una grande ferita nel cuore di tutti. I numerosi
capitoli che si susseguono sono intitolati con il nome del personaggio del
quale l’autore vuole raccontare le vicende nel suo percorso di vita, anche in
città e in tempi diversi . In realtà i
veri protagonisti sono due: Mayra, la sorella maggiore, personaggio positivo,
nella quale è facile identificarsi e Alec “l’unico figlio maschio rimasto”,
personaggio tormentato, cupo e ribelle. Chiarissimi sono i cenni autobiografici
dell’autore : sua madre , come Mayra ,era infermiera in un carcere, dove ha
avuto modo di curare un famoso serial killer. Il figlio di Mayra, Roman, è
sicuramente riconducibile allo scrittore, anch’egli affetto da una patologia
mentale.
Questo è sicuramente un libro allusivo; i personaggi sono
ben distinti ma i loro tratti psicologici non vengono mai esplicitati. La
scrittura è precisa, scorrevole, forse
un po’ prolissa.
Io apprezzo molto i libri che mi propongono una bella
storia, anche intricata, avvincente e allo stesso moto mi piacciono i libri che
mi suscitano domande, riflessioni. Questo libro fa sicuramente entrambe le
cose. Tutti i personaggi infatti, nel corso della propria vita in famiglia e
poi individualmente, sfiorano il MALE come spettatori, vittime o artefici.
Vengono infatti citati episodi reali della storia americana: l’attentato al
Presidente, le vicende di un famoso serial Killer di quegli anni, condannato
poi alla pena di morte, alcuni attentati terroristici…L’autore all’ inizio sembra
quindi associare il male alla VIOLENZA. Nell’evoluzione della storia sembra poi
indicarci altre possibili manifestazioni del Male : i tradimenti, le malattie,
gli abusi, la dissolutezza, l’abbandono, la malattia mentale, la morte, la
religione come prigione, la menzogna …Poi sembra domandarci “ Come reagiamo, individualmente e
collettivamente, di fronte al Male ? Dove ha origine il male ? Perché e come si
diventa fautori del male ? E’ una
predisposizione ereditaria o influisce un contesto familiare anaffettivo,
giudicante, abusante? E’ sufficiente,
per evitare il male, educare al discernimento e alla responsabilità
individuale?
Un personaggio condannato alla pena capitale dice “ Per come
la vedo io, siamo tutti sdraiati fianco a fianco nel silenzio della notte . I
buoni e i cattivi. Ci sono i lupi e c’è
la prateria “
Simbolicamente, quando un personaggio viene a contatto con
il male, l’autore inserisce la presenza del sangue ( un’epistassi, una ferita, un
parto …) o di un lupo ( reale o riferito a un proverbio o ad una citazione ) o
cicatrici di appendicectomie, di un
parto cesareo, di ferite … come segni sul corpo
di traumi che non dimenticheremo mai.
“Mayra investe un cerbiatto su una strada solitaria;
prova una tristezza inesorabile …come se qualcuno le avesse infilato la mano
nel petto per strizzarle tutto il sangue dal cuore. Almeno il cerbiatto non ha
sofferto! Che sia una punizione per lei? Il suo Dio ha sempre agito con rancore,
è sempre stato spietato con lei; perché dovrebbe cambiare proprio adesso?
In questo libro l’autore ci regala davvero immagini che
colpiscono e situazioni che emozionano.
Nel finale sembra dirci con convinzione che le nostre colpe, responsabilmente, si
pagheranno tutte e proporci una flebile
speranza: è possibile sciogliere il nodo che aggroviglia tutto ciò che non ci
piace di noi.
genere: narrativa

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