La figlia unica – Guadalupe Nettel –
recensione a cura di Lilli Luini
Ho scoperto per puro caso questa giovane, interessantissima
autrice messicana. In precedenza, ha pubblicato due raccolte di racconti, per
cui questo è il suo primo romanzo.
Cominciamo dalla trama. Laura e Alina sono due ragazze
messicane che si incontrano a Parigi, dove si trovano per motivi di studio. Ben
determinate a realizzare qualcosa nella loro vita, rifiutano entrambe l’idea di
seppellirsi nel matrimonio e soprattutto nella maternità. Ma nella vita reale,
e questo romanzo è profondamente ancorato al reale, le cose cambiano. Rientrate
in patria, Laura si sottopone a un intervento di legamento delle tube, mentre
Alina si innamora, si sposa e decide diventare madre. Lo vuole a tal punto che,
non riuscendoci, percorre ogni strada possibile per avere un figlio. Finché
finalmente rimane incinta di Inès.
Mi fermo qui perché quel che segue merita di essere letto e
vissuto insieme ai personaggi nella loro fatica quotidiana. Sono quattro le
protagoniste: non solo Laura e Alina, ma anche la piccola Inès e Doris, la
vicina di casa.
Si parla di maternità, di vita e di morte, di violenza. Ci
racconta come sia normale che nella vita si gioisca e ci si disperi, si cada e
ci si rialzi, si combatta e ci si arrenda. Guadalupe Nittel mette in scena
l’amore, l’amicizia, la famiglia tradizionale e non con una scrittura che on ti
molla mai.
Io, che non mi commuovo quasi mai leggendo un romanzo,
confesso di essermi ritrovata con le lacrime agli occhi. Laura, che è la voce
narrante del romanzo, è la testimone delle due storie, quella di Alina e quella
di Doris e si rivela come un personaggio costruito con una profondità
straordinaria. In lei è personificato il
passaggio tra la giovinezza e riflette le ambivalenze verso la maternità che le
donne sono abituate a tener nascoste. Nella sua cura verso la vicina in
difficoltà e il suo bambino, così come la sua sollecitudine verso il nido che i
piccioni costruiscono a casa sua, vediamo la sua evoluzione e la comprensione
che arriva ad avere di se stessa, modificando le posizioni idealistiche estreme
dei vent’anni.
"Com'era possibile che fossi felice? Alina era sul punto di scomparire per unirsi alla setta delle madri, esseri senza vita propria che, con grandi occhiaie e l'aria da zombie, spingono la carrozzina nelle strade della città. In meno di un anno si sarebbe trasformata in un automa dell’allevamento. L'amica sulla quale avevo sempre contato avrebbe smesso di esistere, e io ero lì, all'altro capo del telefono, a congratularmi per quella cosa? Bisogna ammettere che sentirla così contenta era contagioso. Anche se avevo militato tutta la vita per salvare il mio genere da quel fardello, ho deciso di non combattere contro quella gioia".
Qualcuno potrebbe dire che in questo libro non c’è un vero finale. Da un punto di vista è vero, perché le tre donne vivono nel presente, vanno avanti giorno dopo giorno. Ma una chiusura del cerchio c’è ed è nell’aver trovato l’una nell’altra un nuovo concetto di famiglia e una definizione più inclusiva di maternità che non è necessariamente legata alla maternità biologica.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 2020
pagine: 176
editore: La nuova frontiera

Nessun commento:
Posta un commento