mercoledì 13 maggio 2026

UCCIDERE IL PADRE

 




Uccidere il padre - Amélie Nothomb -

Recensione a cura di Miriam Donati

 

“Mi adora come un ragazzino di quindici anni adora suo padre. Quindi, ovviamente, vuole uccidermi.”

È un libro breve, non privo di quell'umorismo tipicamente nothombiano che si manifesta soprattutto nei dialoghi, un testo singolare, con un finale inaspettato, non stupefacente, piuttosto artificioso e alquanto inverosimile.

Uccidere il padre è ambientato quasi interamente in Nevada, sebbene la cornice narrativa veda Amélie Nothomb, non riconosciuta e non invitata, visitare nel 2010 il club parigino L'Illégal, che celebra il suo decimo anniversario con un folto gruppo di maghi; qui apprende la storia di Joe Whip e Norman Terence.

Tutto è attentamente studiato: dalla "rottura" – ovvero la partenza del quindicenne Joe dalla casa di famiglia (se così si può definire, visto che sua madre, perennemente alla ricerca di amanti, lo ha cacciato di casa) – alle "avventure", l'arrivo di Joe da Norman, un grande mago, che lo accoglie come un figlio, insieme a Christina, la giovane compagna. Lì, Joe imparerà cosa significa la famiglia e, grazie a Norman e in relazione a lui, svilupperà la sua comprensione della paternità. Svilupperà anche il suo talento innato: la magia dei giochi di prestigio con le carte.

Amélie Nothomb scrive che "lo scopo della magia è far dubitare l'altro della realtà". Magia, giochi e inganno sono innegabilmente legati. Dove si traccia il confine? Quando si oltrepassa il limite, dove la realtà non è più distorta per il beneficio del pubblico, ma a danno dell'altro? I maghi sono degli impostori? Ma soprattutto: è possibile per loro esibirsi senza barare? La narrazione ci conduce quindi nel labirinto manicheo della magia: il suo lato occulto, i suoi trucchi, i suoi artifici, ma anche il gioco, e con esso, l'inganno.

Norman e Joe discutono sul confine tra magia e imbroglio. Norman distingue tra le due cose: la magia distorce la realtà in modo positivo per il pubblico, ingannandolo senza arrecare danno; l'imbroglio (a carte) ha il solo scopo di rubare i soldi. La questione rimane irrisolta tra loro.

La scrittrice elabora una critica alla nostra società fatta di illusioni e apparenze, a un mondo in cui gli imbroglioni sono apprezzati e i falsari celebrati. Mette in luce le crudeli ambiguità di Joe, il figlio, portatore di orgoglio e disillusione, esplorando la complessa rete di manipolazione e finzione, l'arte della falsificazione. Per l’autrice uccidere il padre significa liberarsi dalle aspettative che gravano sulle spalle dei figli e dalle proiezioni genitoriali, soprattutto quando il padre in questione è un modello di virtù come Norman. Non è forse un po' irritante nella sua perfezione?

Con uno stile conciso, energico e senza fronzoli, l’autrice esplora il rapporto padre-figlio rivisitando il mito di Edipo e la ribellione adolescenziale. Il bambino desidera la madre e deve prendere il posto del padre: è necessario "uccidere il proprio padre" per diventare adulti. Bisogna liberarsi dalle aspettative e dal controllo paterni per raggiungere la libertà. Il titolo freudiano del romanzo non potrebbe essere più evocativo.

Nothomb si concentra sullo studio del carattere e del talento. Con i suoi dialoghi e il suo umorismo nero, la sua scrittura trae una paradossale forza evocativa dal suo stile essenziale e conciso. Particolarmente suggestiva è la tumultuosa incursione nel Burning Man, il magico festival artistico libertario nel deserto, luogo di musica, viaggi allucinogeni e utopia, che offre splendidi passaggi sul corpo, la danza e la pratica artistica. Il festival è il regalo di compleanno di Joe per i suoi diciotto anni, dove cercherà di sedurre Christina, che è un'artista pura, praticante di un'arte magnifica e pericolosa come la danza con il fuoco.

Secondo me non è una storia particolarmente convincente, e procede in modo un po' troppo frettoloso, ma è una riflessione stratificata sull'inganno personale e sulle relazioni, in molteplici sfaccettature. Nothomb cerca di inserire troppi elementi e non sembra sempre del tutto a suo agio nell'ambientare il suo romanzo quasi interamente in Nevada. Gli espedienti sono anche piuttosto forzati, dalla generosa paghetta mensile di Joe alla comodità di finire a casa di Norman. I dialoghi sono a tratti pungenti ma poco credibili. Le descrizioni, minimali, si affidano all'immaginazione del lettore di fronte a una storia che non è sempre plausibile, Ma Nothomb offre anche molti piccoli dettagli interessanti e gestisce bene le dinamiche personali.

La magia è un tema che presenta evidenti affinità con la letteratura. Come un mago, uno scrittore è un manipolatore di illusioni che fa dell'inganno un'arte, mirando non a ingannare per malizia, ma a sorprendere e incantare il lettore. Quando affronta questo argomento, Nothomb regala alcune delle sue frasi migliori, degne dei suoi romanzi più pregevoli.
Ma si tratta solo di poche righe. Mi chiedo ancora quale sia il senso della comparsa dell'autrice all'inizio e alla fine, dove si presenta con un certo autocompiacimento e senza alcun legame con il resto della storia.
La sua ossessione tematica per la mostruosità in tutte le sue forme, costituiva il punto di forza della sua opera. Dimostrava una tale virtuosità nella delicata arte del dialogo che la si perdonava volentieri di limitare descrizioni e transizioni narrative alla loro espressione più semplice, per poter brillare al meglio in un gioco di botta e risposta pungente, intelligente, divertente, perverso e assolutamente delizioso. Il suo primo romanzo, L'igiene dell'assassino, era una meraviglia del genere, oppure Le Catilenarie, un'opera superba.

E poi, con il progredire dei suoi romanzi, Nothomb si è trasformata in un sistema, una macchina senz'anima, un terribile spreco di talento che produce un libro all'anno, pubblicato alla fine di ogni agosto.

La scrittrice belga con il cappello è talentuosa. Resto convinta che prima o poi scriverà un GRANDE libro. Spero davvero che quel giorno arrivi, anche se ogni anno che passa ci porta l'ennesimo romanzo un po’ sbiadito che erode ulteriormente il mio innato ottimismo.

Vedere un tale potenziale disintegrarsi da un libro all'altro è davvero frustrante.

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione  2012

pagine: 91

editore: Voland


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