giovedì 1 ottobre 2026

LE BELLE PROMESSE

 




Le belle promesse - Pierre Lemaitre

recensione di Miriam Donati

 

“Jean era una di quelle persone, e ce ne sono ancora molte come lui oggi, che credono di aver pensato qualcosa perché ripetono ciò che hanno sentito."

 È difficile parlare di questo testo che conclude la tetralogia degli “anni gloriosi” senza iniziare con una sensazione specifica, quasi fisica: quella di lasciare qualcuno.  Ho chiuso il libro dicendo addio a una famiglia, con tutti i suoi pregi e difetti. La famiglia Pelletier si è affermata tra le pagine dei sette libri letti con una presenza così tangibile che a lasciarla si prova una vera fitta di tristezza.

Per fortuna ho letto che è intenzione del mio autore “popolare” preferito di scrivere ancora tre romanzi per regolare i conti con il ventesimo secolo affidando a una nuova generazione le vicende dei prossimi capitoli.

In Le belle promesse, al di là della trama, sempre straordinaria e ben scritta, che intreccia e svela gli aspetti grandiosi e soprattutto meschini e frivoli della vita, la dimensione politica, nata dal forte impegno di Pierre Lemaitre, conferisce alla narrazione una densità e una profondità che superano di gran lunga la vicenda “gialla” protagonista del romanzo.

La riorganizzazione del territorio, la modernizzazione frenetica, il caotico accorpamento fondiario nelle campagne, l'espropriazione di lavoratori e gente comune a beneficio di grandi progetti, l'ascesa dei monopoli agricoli e dell'agricoltura intensiva, il sacrificio delle aree rurali attraverso reti capitalistiche che schiacciano i deboli tentativi di cooperative casearie, l'esodo rurale verso le città, l'era degli accordi sottobanco sono tutti temi presenti nel romanzo che illustra vividamente cosa significhi il progresso per coloro che subiscono sfratti, distruzioni e violenti espropri. I grattacieli si ergono, le autostrade squarciano i quartieri storici della classe operaia e la modernizzazione avanza inesorabilmente. La costruzione del Boulevard périphérique, la tangenziale di Parigi, che circonderà la città è il simbolo di questo “progresso”. La città è sconvolta e sacrificata, eppure nessuno sembra accorgersi delle vittime invisibili e dimenticate.

Ci si ritrova nel romanzo sociale delle opere di Hugo, Balzac e Dumas. Questi giganti della letteratura sono una presenza potente per Lemaitre, che rende loro omaggio con grande tenerezza dedicando loro il libro.  Egli appartiene a quella tradizione, a una sorta di eredità concettuale e politica. Les Misérables irriga l'intera storia, in particolare attraverso il dilemma morale di François Pellettier.

Parigi è un cantiere nel 1963, si sta costruendo la tangenziale e l'ideale di progresso si incarna nel cemento, nei martelli pneumatici, nelle rampe di accesso e negli espropri. Un'epoca viene spesso raccontata come una promessa mantenuta: crescita, benessere, un futuro. Lemaitre sceglie l'approccio opposto. Una promessa è prima di tutto una frase pronunciata per convincere sé stessi, una narrazione costruita per giustificare ciò che si fa agli altri, e talvolta una menzogna collettiva ereditata come un fardello insopportabile. Il libro esamina questo momento in cui il futuro viene presentato come un dato di fatto, anche se ha un prezzo: vite sradicate, paesaggi deturpati e vite "rimodellate" in nome della modernità. La tangenziale appare come un'enorme cintura di cemento e acciaio, giustificata in nome del progresso e dell'automobile, elevata al rango di feticcio moderno.

Il punto di partenza del romanzo è un prodigio di ingegno narrativo: un incendio devasta una casa nella periferia parigina, Jean Pelletier si precipita tra le fiamme per salvare un bambino intrappolato al piano superiore. L'eroico intervento diventa un evento mediatico nazionale, trasformando Jean in un simbolo dell'autentico coraggio popolare francese. Geneviève, la moglie di Jean, comprende immediatamente il valore di questo considerevole capitale simbolico. Decide di sfruttarlo al massimo, cercando premi, medaglie, interviste e opportunità.

Un uomo diventa un eroe: immediatamente, la società gli erige intorno una statua temporanea, un articolo di giornale, diventa una leggenda. L'uomo sa però che nelle sue azioni si cela un'ombra.

Il romanzo sfrutta crudelmente questa dissonanza. Essere celebrati per ciò che non si è (o non del tutto) è una forma moderna di tortura. Ed è qui che la questione delle "belle promesse" diventa intima, perché promettere significa anche promettere un'immagine di sé. Ci si impegna a somigliare alla favola che si è messa in moto e la promessa si trasforma in una narrazione collettiva.

Da questa prospettiva, l'eroismo è un vincolo sociale, un ruolo. E Lemaitre, romanziere seriale fin troppo esperto per non apprezzare i colpi di scena, sfrutta questa peculiarità a proprio vantaggio. L'eroe rischia di perdere se stesso identificandosi troppo strettamente con il suo personaggio. Più la "bella storia" prende piede, più esplosiva diventa la menzogna iniziale, indicibile.

Questo romanzo conclusivo si basa sulla paziente evoluzione dei personaggi, sulle loro contraddizioni accumulate e sulle decisioni – a volte discutibili, spesso irreversibili – che hanno preso nel corso dei decenni. I riflettori si puntano inequivocabilmente su Jean, detto Bouboule, che cela un segreto inconfessabile sotto la sua apparenza modesta, consumato da un dolore silenzioso che nessuna gloria può cancellare e su sua moglie Geneviève, più tirannica che mai, la cui ferocia domestica raggiunge il culmine. Attraverso di loro, l'autore prosegue la sua esplorazione delle dinamiche di potere, delle illusioni di successo e della violenza simbolica che permea il nucleo familiare.

La narrazione svela la logica interiore della coppia sotto lo sguardo di una famiglia che è a turno testimone, giudice e vittima. Intorno a loro, gli atteggiamenti variano: ribellione repressa o doloroso distacco tra i figli, preoccupazione costante o quieta rassegnazione tra i fratelli.,

Ciascuno, a suo modo, assorbe e riflette le tensioni della coppia centrale, come uno specchio che distorce tanto quanto rivela, fino a quando non viene svelata l'intera portata del dramma in atto. Il personaggio di Geneviève incarna la fredda violenza dell'ascesa sociale, lo sfruttamento dei singoli, il modo in cui un'epoca trasforma tutto in un'opportunità, persino un salvataggio, persino una tragedia. Non è solo terrificante, ma è perfettamente adattata a un ambiente in cui il successo è una performance costante.

Genevieve è fin troppo detestabile, ma fino a che punto la caricatura è un difetto e fino a che punto è una scelta estetica? Nell'opera di Lemaitre, l'eccesso ha uno scopo. Mette a nudo i meccanismi sottostanti e ne accelera la rivelazione.

Quando una figura negativa diventa una forza trainante troppo efficace, il rischio è che la complessità psicologica venga ridotta a favore dell'impatto drammatico. Le belle promesse però evita questa trappola grazie a una semplice strategia: la malizia non è mai isolata; fa parte di una catena di interessi, codardia e bisogni. Geneviève non esiste nel vuoto; è il prodotto di un mondo che premia la predazione elegante.

Lemaitre, dopo aver evocato il romanzo di spionaggio nel volume precedente, rende omaggio al romanzo giallo attraverso François Pelletier, il fratello minore, giornalista, che osserva l'ascesa al potere di Jean con un misto di ammirazione e inquietudine. Inizia a percepire delle ombre inquietanti e inspiegabili. Il suo istinto giornalistico lo spinge a indagare sulle attività del fratello, nonostante i legami familiari. Questa indagine si trasforma gradualmente in un avvincente thriller in cui ogni rivelazione ne conduce a un'altra, ancora più oscura portandolo al dilemma: cosa si deve a un fratello quando la verità che si intuisce potrebbe distruggerlo e, con lui, un'intera e fragile struttura familiare?  È qui che l'opera assume le sembianze di una tragedia classica travestita da romanzo popolare, poiché orchestra una serie di scelte impossibili. Per Lemaitre, la tragedia non è mai un concetto grandioso, ma piuttosto un accumulo di piccoli compromessi, atti di codardia, calcoli e momenti in cui ci si dice... "passerà". Fino al momento in cui non passa più.

Lemaitre dimostra che la violenza di classe non scompare con l'aumentare della prosperità economica. Si trasforma, assumendo forme più sottili, ma rimane onnipresente e determinante nel plasmare i destini individuali. I dominati interiorizzano la propria posizione, accettano la propria inferiorità come naturale e riproducono i meccanismi del dominio che subiscono. Questo implacabile meccanismo sociale è rivelato attraverso scene vivide e concrete: Geneviève tratta la sorella Thérèse con un disprezzo sociale che parla da sé, Thérèse è relegata al ruolo di serva, sfruttata a piacimento, senza riconoscimento né rispetto umano.

In Le belle promesse, Lemaitre pone i bambini al centro della storia, rendendoli oggetti d'amore, simboli morali e, talvolta, oggetto di molteplici proiezioni e manipolazioni. L'infanzia si trasforma in un campo di battaglia di conflitti familiari, e in uno spettacolare show legale e mediatico. Lemaitre mostra come l'innocenza diventi una moneta di scambio in una società che mercifica in modo implacabile e sistematico ogni cosa, comprese le emozioni.

Philippe e Colette si ritrovano intrappolati in situazioni al di fuori del loro controllo. Philippe, manipolato dalla madre, vive un'adolescenza lacerata, diviso tra l'orgoglio di portare il nome di un eroe e la vergogna di essere figlio di una donna per la quale tutto è strategia. Nel frattempo, sta entrando nella pubertà e la sua sessualità si sta risvegliando a velocità vertiginosa grazie al fascino di… zia Thérèse, che si rivela irresistibilmente attraente dal punto di vista erotico per il ragazzo, il quale dimostra un'ingegnosità sorprendente.  La quattordicenne Colette è infelice, condivide con il fratello una ferita profonda. Le mancano gli anni trascorsi in Libano, quando i nonni, Angèle e Louis, si prendevano cura di lei e di Philippe, e sviluppa un legame di fiducia solo con Suor Amandine tramite l’amore per il latino. 

Il gatto Joseph, figura ricorrente nella saga, mantiene la sua presenza enigmatica e benevola per tutto il romanzo. Questo animale, sebbene invecchiato, diventa il silenzioso testimone onnisciente degli sconvolgimenti domestici e sociali che scuotono la famiglia Pelletier. La sua presenza costante contrasta con l'instabilità umana e offre una rassicurante continuità in mezzo al caos circostante rivelandosi ancora una volta decisivo nel finale.

Il mondo rurale è sotto attacco da un'urbanizzazione dilagante. I terreni agricoli scompaiono sotto il cemento e l'asfalto. Gli agricoltori vengono cacciati, espropriati e disprezzati da una modernità che li considera un ostacolo al progresso. È la fine dell'agricoltura di sussistenza e l'inizio di una logica di razionalizzazione e produttivismo. Alcuni passaggi ricordano in modo impressionante gli eventi attuali, ed è impossibile non tracciare parallelismi. Simbolo di questo passaggio è la storia parallela che Lemaitre accosta alla principale. Ne è protagonista Manuel Ramos, i cui genitori sono immigrati dalla Spagna negli anni Trenta come lavoratori agricoli stagionali. Manuel, reduce dalla guerra d’Algeria che gli è rimasta incisa sotto la pelle come una ferita a causa del dolore che ha dovuto sopportare, assiste alla riqualificazione fondiaria che devasta la biodiversità, fallisce nel suo progetto di creare una cooperativa casearia per essere troppo in anticipo sui tempi e ha un ruolo importante nella conclusione della vicenda principale.

Lemaitre padroneggia le linee temporali intrecciate e i molteplici punti di vista, che arricchiscono la narrazione complessa e densa, rappresenta con estrema accuratezza gli anni Sessanta, con il loro ottimismo ostentato, la violenza latente, la passione per il futuro che giustifica la tanta brutalità nel presente. La scrittura conserva l'efficacia narrativa del thriller. Lo stile è messo al servizio della trama. In termini di ritmo narrativo, Lemaitre possiede una maestria che rasenta il montaggio cinematografico. Scene brevi, cambi di tono improvvisi, colpi di scena, alternanza di toni; l'ironia protegge l'emozione, e l'emozione conferisce peso reale all'ironia. La forza del romanzo risiede nell'equilibrio tra suspense avvincente e profondità psicologica che conferisce ai personaggi un'umanità indimenticabile e inquietante. 

Il finale non delude le aspettative create nel corso di tredici anni. Il crollo o l'apoteosi promessa si materializza in una intensa ultima scena. I destini individuali convergono verso un momento di verità in cui ognuno rivela la propria vera natura.  Lemaitre sceglie di fare del finale una prova: qual è il valore di una promessa di fronte al prezzo pagato dagli altri? In cosa credevamo e cosa abbiamo permesso che accadesse per continuare a credere? Il romanzo popolare diventa così qualcosa di più di una semplice consolazione, una sorta di esperimento morale.

Come dice Ursula K. Leguin, un’altra delle mie scrittrici più amate: “Infrangere una promessa equivale a negare la realtà del passato, pertanto è negare la speranza di un vero futuro.”

 

 Genere: Narrativa

 Anno di pubblicazione: 2026

pagine: 419

editore: Mondadori


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