Le
belle promesse - Pierre Lemaitre
recensione di Miriam Donati
“Jean era una di quelle persone, e ce ne sono ancora molte come lui oggi, che credono di aver pensato qualcosa perché ripetono ciò che hanno sentito."
Per
fortuna ho letto che è intenzione del mio autore “popolare” preferito di
scrivere ancora tre romanzi per regolare i conti con il ventesimo secolo
affidando a una nuova generazione le vicende dei prossimi capitoli.
In
Le belle promesse, al di là della trama, sempre straordinaria e ben
scritta, che intreccia e svela gli aspetti grandiosi e soprattutto meschini e
frivoli della vita, la dimensione politica, nata dal forte impegno di Pierre
Lemaitre, conferisce alla narrazione una densità e una profondità che superano
di gran lunga la vicenda “gialla” protagonista del romanzo.
La
riorganizzazione del territorio, la modernizzazione frenetica, il caotico
accorpamento fondiario nelle campagne, l'espropriazione di lavoratori e gente
comune a beneficio di grandi progetti, l'ascesa dei monopoli agricoli e
dell'agricoltura intensiva, il sacrificio delle aree rurali attraverso reti
capitalistiche che schiacciano i deboli tentativi di cooperative casearie,
l'esodo rurale verso le città, l'era degli accordi sottobanco sono tutti temi
presenti nel romanzo che illustra vividamente cosa significhi il progresso per
coloro che subiscono sfratti, distruzioni e violenti espropri. I grattacieli si
ergono, le autostrade squarciano i quartieri storici della classe operaia e la
modernizzazione avanza inesorabilmente. La costruzione del Boulevard périphérique,
la tangenziale di Parigi, che circonderà la città è il simbolo di questo
“progresso”. La città è sconvolta e sacrificata, eppure nessuno sembra
accorgersi delle vittime invisibili e dimenticate.
Ci
si ritrova nel romanzo sociale delle opere di Hugo, Balzac e Dumas. Questi
giganti della letteratura sono una presenza potente per Lemaitre, che rende
loro omaggio con grande tenerezza dedicando loro il libro. Egli appartiene a quella tradizione, a una
sorta di eredità concettuale e politica. Les Misérables irriga
l'intera storia, in particolare attraverso il dilemma morale di François
Pellettier.
Parigi
è un cantiere nel 1963, si sta costruendo la tangenziale e l'ideale di
progresso si incarna nel cemento, nei martelli pneumatici, nelle rampe di
accesso e negli espropri. Un'epoca viene spesso raccontata come una promessa
mantenuta: crescita, benessere, un futuro. Lemaitre sceglie l'approccio
opposto. Una promessa è prima di tutto una frase pronunciata per convincere sé
stessi, una narrazione costruita per giustificare ciò che si fa agli altri, e
talvolta una menzogna collettiva ereditata come un fardello insopportabile. Il
libro esamina questo momento in cui il futuro viene presentato come un dato di
fatto, anche se ha un prezzo: vite sradicate, paesaggi deturpati e vite
"rimodellate" in nome della modernità. La tangenziale appare come
un'enorme cintura di cemento e acciaio, giustificata in nome del progresso e
dell'automobile, elevata al rango di feticcio moderno.
Il
punto di partenza del romanzo è un prodigio di ingegno narrativo: un incendio
devasta una casa nella periferia parigina, Jean Pelletier si precipita tra le
fiamme per salvare un bambino intrappolato al piano superiore. L'eroico
intervento diventa un evento mediatico nazionale, trasformando Jean in un
simbolo dell'autentico coraggio popolare francese. Geneviève, la moglie di
Jean, comprende immediatamente il valore di questo considerevole capitale
simbolico. Decide di sfruttarlo al massimo, cercando premi, medaglie,
interviste e opportunità.
Un
uomo diventa un eroe: immediatamente, la società gli erige intorno una statua
temporanea, un articolo di giornale, diventa una leggenda. L'uomo sa però che
nelle sue azioni si cela un'ombra.
Il
romanzo sfrutta crudelmente questa dissonanza. Essere celebrati per ciò che non
si è (o non del tutto) è una forma moderna di tortura. Ed è qui che la
questione delle "belle promesse" diventa intima, perché promettere
significa anche promettere un'immagine di sé. Ci si impegna a somigliare alla
favola che si è messa in moto e la promessa si trasforma in una narrazione
collettiva.
Da
questa prospettiva, l'eroismo è un vincolo sociale, un ruolo. E Lemaitre,
romanziere seriale fin troppo esperto per non apprezzare i colpi di scena,
sfrutta questa peculiarità a proprio vantaggio. L'eroe rischia di perdere se
stesso identificandosi troppo strettamente con il suo personaggio. Più la
"bella storia" prende piede, più esplosiva diventa la menzogna
iniziale, indicibile.
Questo
romanzo conclusivo si basa sulla paziente evoluzione dei personaggi, sulle loro
contraddizioni accumulate e sulle decisioni – a volte discutibili, spesso
irreversibili – che hanno preso nel corso dei decenni. I riflettori si puntano
inequivocabilmente su Jean, detto Bouboule, che cela un segreto inconfessabile
sotto la sua apparenza modesta, consumato da un dolore silenzioso che nessuna
gloria può cancellare e su sua moglie Geneviève, più tirannica che mai, la cui
ferocia domestica raggiunge il culmine. Attraverso di loro, l'autore prosegue
la sua esplorazione delle dinamiche di potere, delle illusioni di successo e
della violenza simbolica che permea il nucleo familiare.
La
narrazione svela la logica interiore della coppia sotto lo sguardo di una
famiglia che è a turno testimone, giudice e vittima. Intorno a loro, gli
atteggiamenti variano: ribellione repressa o doloroso distacco tra i figli,
preoccupazione costante o quieta rassegnazione tra i fratelli.,
Ciascuno,
a suo modo, assorbe e riflette le tensioni della coppia centrale, come uno
specchio che distorce tanto quanto rivela, fino a quando non viene svelata
l'intera portata del dramma in atto. Il personaggio di Geneviève incarna
la fredda violenza dell'ascesa sociale, lo sfruttamento dei singoli, il modo in
cui un'epoca trasforma tutto in un'opportunità, persino un salvataggio, persino
una tragedia. Non è solo terrificante, ma è perfettamente adattata a un
ambiente in cui il successo è una performance costante.
Genevieve
è fin troppo detestabile, ma fino a che punto la caricatura è un difetto e fino
a che punto è una scelta estetica? Nell'opera di Lemaitre, l'eccesso ha uno
scopo. Mette a nudo i meccanismi sottostanti e ne accelera la rivelazione.
Quando
una figura negativa diventa una forza trainante troppo efficace, il rischio è
che la complessità psicologica venga ridotta a favore dell'impatto
drammatico. Le belle promesse però evita questa trappola
grazie a una semplice strategia: la malizia non è mai isolata; fa parte di una
catena di interessi, codardia e bisogni. Geneviève non esiste nel vuoto; è il
prodotto di un mondo che premia la predazione elegante.
Lemaitre,
dopo aver evocato il romanzo di spionaggio nel volume precedente, rende omaggio
al romanzo giallo attraverso François Pelletier, il fratello minore,
giornalista, che osserva l'ascesa al potere di Jean con un misto di ammirazione
e inquietudine. Inizia a percepire delle ombre inquietanti e inspiegabili. Il
suo istinto giornalistico lo spinge a indagare sulle attività del fratello,
nonostante i legami familiari. Questa indagine si trasforma gradualmente in un
avvincente thriller in cui ogni rivelazione ne conduce a un'altra, ancora più
oscura portandolo al dilemma: cosa si deve a un fratello quando la verità che
si intuisce potrebbe distruggerlo e, con lui, un'intera e fragile struttura
familiare? È qui che l'opera assume le
sembianze di una tragedia classica travestita da romanzo popolare, poiché
orchestra una serie di scelte impossibili. Per Lemaitre, la tragedia non è mai
un concetto grandioso, ma piuttosto un accumulo di piccoli compromessi, atti di
codardia, calcoli e momenti in cui ci si dice... "passerà". Fino al
momento in cui non passa più.
Lemaitre
dimostra che la violenza di classe non scompare con l'aumentare della
prosperità economica. Si trasforma, assumendo forme più sottili, ma rimane
onnipresente e determinante nel plasmare i destini individuali. I dominati
interiorizzano la propria posizione, accettano la propria inferiorità come
naturale e riproducono i meccanismi del dominio che subiscono. Questo
implacabile meccanismo sociale è rivelato attraverso scene vivide e concrete:
Geneviève tratta la sorella Thérèse con un disprezzo sociale che parla da sé,
Thérèse è relegata al ruolo di serva, sfruttata a piacimento, senza
riconoscimento né rispetto umano.
In
Le belle promesse, Lemaitre pone i bambini al centro della storia,
rendendoli oggetti d'amore, simboli morali e, talvolta, oggetto di molteplici
proiezioni e manipolazioni. L'infanzia si trasforma in un campo di battaglia di
conflitti familiari, e in uno spettacolare show legale e mediatico. Lemaitre
mostra come l'innocenza diventi una moneta di scambio in una società che
mercifica in modo implacabile e sistematico ogni cosa, comprese le emozioni.
Philippe
e Colette si ritrovano intrappolati in situazioni al di fuori del loro
controllo. Philippe, manipolato dalla madre, vive un'adolescenza lacerata,
diviso tra l'orgoglio di portare il nome di un eroe e la vergogna di essere
figlio di una donna per la quale tutto è strategia. Nel frattempo, sta entrando
nella pubertà e la sua sessualità si sta risvegliando a velocità vertiginosa
grazie al fascino di… zia Thérèse, che si rivela irresistibilmente attraente
dal punto di vista erotico per il ragazzo, il quale dimostra un'ingegnosità
sorprendente. La quattordicenne Colette
è infelice, condivide con il fratello una ferita profonda. Le mancano gli anni
trascorsi in Libano, quando i nonni, Angèle e Louis, si prendevano cura di lei
e di Philippe, e sviluppa un legame di fiducia solo con Suor Amandine tramite
l’amore per il latino.
Il
gatto Joseph, figura ricorrente nella saga, mantiene la sua presenza enigmatica
e benevola per tutto il romanzo. Questo animale, sebbene invecchiato, diventa
il silenzioso testimone onnisciente degli sconvolgimenti domestici e sociali
che scuotono la famiglia Pelletier. La sua presenza costante contrasta con
l'instabilità umana e offre una rassicurante continuità in mezzo al caos
circostante rivelandosi ancora una volta decisivo nel finale.
Il
mondo rurale è sotto attacco da un'urbanizzazione dilagante. I terreni agricoli
scompaiono sotto il cemento e l'asfalto. Gli agricoltori vengono cacciati,
espropriati e disprezzati da una modernità che li considera un ostacolo al
progresso. È la fine dell'agricoltura di sussistenza e l'inizio di una logica
di razionalizzazione e produttivismo. Alcuni passaggi ricordano in modo
impressionante gli eventi attuali, ed è impossibile non tracciare parallelismi.
Simbolo di questo passaggio è la storia parallela che Lemaitre accosta alla
principale. Ne è protagonista Manuel Ramos, i cui genitori sono immigrati dalla
Spagna negli anni Trenta come lavoratori agricoli stagionali. Manuel, reduce
dalla guerra d’Algeria che gli è rimasta incisa sotto la pelle come una ferita
a causa del dolore che ha dovuto sopportare, assiste alla riqualificazione
fondiaria che devasta la biodiversità, fallisce nel suo progetto di creare una
cooperativa casearia per essere troppo in anticipo sui tempi e ha un ruolo
importante nella conclusione della vicenda principale.
Lemaitre
padroneggia le linee temporali intrecciate e i molteplici punti di vista, che
arricchiscono la narrazione complessa e densa, rappresenta con estrema
accuratezza gli anni Sessanta, con il loro ottimismo ostentato, la violenza
latente, la passione per il futuro che giustifica la tanta brutalità nel
presente. La scrittura conserva l'efficacia narrativa del thriller. Lo stile è
messo al servizio della trama. In termini di ritmo narrativo, Lemaitre possiede
una maestria che rasenta il montaggio cinematografico. Scene brevi, cambi di
tono improvvisi, colpi di scena, alternanza di toni; l'ironia protegge
l'emozione, e l'emozione conferisce peso reale all'ironia. La forza del romanzo
risiede nell'equilibrio tra suspense avvincente e profondità psicologica che
conferisce ai personaggi un'umanità indimenticabile e inquietante.
Il
finale non delude le aspettative create nel corso di tredici anni. Il crollo o
l'apoteosi promessa si materializza in una intensa ultima scena. I destini
individuali convergono verso un momento di verità in cui ognuno rivela la
propria vera natura. Lemaitre sceglie di
fare del finale una prova: qual è il valore di una promessa di fronte al prezzo
pagato dagli altri? In cosa credevamo e cosa abbiamo permesso che accadesse per
continuare a credere? Il romanzo popolare diventa così qualcosa di più di una
semplice consolazione, una sorta di esperimento morale.
Come
dice Ursula K. Leguin, un’altra delle mie scrittrici più amate: “Infrangere
una promessa equivale a negare la realtà del passato, pertanto è negare la
speranza di un vero futuro.”
pagine: 419
editore: Mondadori

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