Le ferite guaritrici degli ultimi
Una riflessione sull’abbandono materno a partire dal
caso di via Tambroni.
L’8
agosto scorso, a Bologna, le Suore Minime di Santa Clelia Barbieri hanno
trovato una neonata nella Culla per la Vita di via Tambroni. Erano le 22:48 di
sabato sera. La bambina era pulita e curata, aveva ancora il cordone
ombelicale: doveva essere nata da poche ore. Le suore l'hanno chiamata Maria
Stella. È la prima volta, in nove anni da quando quella culla è attiva, che
qualcuno la usa.
Non
conosco la situazione, gli scenari sono infiniti, tanti quanti le persone.
Però
quella cura — il modo in cui era vestita, l'attenzione con cui è stata lasciata
— lascia pensare che sua madre l'abbia messa lì per darle un'occasione di vita.
Eppure quella culla, da sola, dice già qualcosa che va oltre la singola storia:
nessun bambino esiste mai davvero da solo. Così diceva Winnicott nel suo saggio
del 1958 The Theory of the Parent-Infant Relationship: «non esiste una
cosa come un bambino» — esiste sempre, prima ancora del bambino, una relazione.
Ed è forse proprio quella relazione mancata a interrogarci.
Quella
relazione, del resto, non comincia con la nascita. Fraiberg, che lavorò a lungo
con madri e bambini in condizioni di grande fragilità, scrive che «in ogni
stanza dei bambini ci sono dei fantasmi. Sono i visitatori del passato non
ricordato dei genitori, gli ospiti non invitati al battesimo» (Fraiberg,
Adelson e Shapiro, 1975). Dietro un gesto come quello di via Tambroni c'è
sempre una storia profondissima che non conosciamo, davanti alla quale conviene
fermarsi prima di pronunciare qualsiasi giudizio.
Di
contro, non me la sento nemmeno di abbracciare un approccio perbenista e
superficiale alla questione; la retorica dell’abbandono come segno di amore è
qualcosa che non mi ha mai convinto fino in fondo. Il bambino, del resto,
mangia più l’amore che il latte. Lo sappiamo da Harry Harlow, alla fine degli
anni Cinquanta, mise dei piccoli macachi davanti a due madri finte: una di filo
metallico, con il biberon, e una di stoffa morbida, senza latte. I cuccioli
andavano dalla prima solo per mangiare; il resto del tempo lo passavano
aggrappati alla seconda, soprattutto quando avevano paura (Harlow, 1958).
Alda
Merini, che quella separazione l'ha vissuta sulla propria pelle nei suoi anni
di internamento, scriveva «da un figlio non riesci a distaccarti». L’abbandono
materno rompe questo legame ancestrale e biologico e quindi rompe l’equilibrio
del mondo.
Mi
chiedo allora: quale società può considerare giusta una soluzione così estrema
e drammatica, quando basterebbe così poco per sostenere le persone?
Ma
non parlo tanto e solo dell'aiuto spicciolo. Parlo di costruire una società
meno agonistica, fredda, e disumana; una società in cui — prima ancora di
trovarci a dover chiedere aiuto — ognuno di noi potesse avere una fiducia
intima nell'altro e nelle istituzioni.
Ci
siamo abituati al fatto che per noi non sia così. Tutto è cinico, calcolato,
inserito in una tabella. Lo sguardo si abitua a navigare tra dichiarazioni dei
redditi, tasse, interessi abusivi, percorsi formativi e lavorativi pensati come
labirinti pieni di trappole di cui non si intravede mai la fine. Ci siamo
abituati alla risposta piccata, all'invidia sistemica, allo sgambetto promosso
quasi a valore civico.
Ogni
volta che accettiamo come inevitabile una soluzione innaturale come questa —
separare la madre dal suo cucciolo — rinunciamo a costruire una società
migliore.
Una
società migliore sarebbe quella in cui un uomo di 50 anni licenziato non debba
ricorrere al suicidio, in cui nessuno di noi debba sentire perennemente il
bisogno di restare a galla per non essere trascinato giù da chi, accanto a noi,
rischia a sua volta di affogare.
Le
riflessioni da fare sono tante. Forse mi faccio condizionare troppo dal periodo
buio che attraversiamo, ma come specie siamo violenti ed egoisti: mi convinco
che lo siamo solo perché abbiamo paura.
Su
questo, la psicologia dell'attaccamento ha una risposta semplice. John Bowlby scriveva
che «gli attaccamenti intimi ad altri esseri umani sono il perno attorno al
quale ruota la vita di una persona, non solo quando è un neonato, un bambino
piccolo o uno scolaro, ma per tutta l'adolescenza, gli anni della maturità e
fino alla vecchiaia. Da questi attaccamenti intimi una persona trae la propria
forza e la gioia di vivere e, attraverso ciò che offre, dà forza e gioia agli
altri» (Bowlby, 1980).
La
storia di un bambino abbandonato non finisce lì, ma comincia Negli anni
Quaranta lo psicoanalista René Spitz osservò i bambini cresciuti in istituto,
nutriti e curati nei bisogni pratici ma privi di un legame affettivo: alcuni,
dopo il pianto e il ritiro, sviluppavano quella che chiamò depressione
anaclitica, e a due anni il loro tasso di mortalità era molto più alto della
norma.
La
forza, cioè, non viene dalla corsa a restare a galla, ma dai legami. Proprio
quelli che questa società sta disintegrando con grande disinvoltura e ci sta
abituando all’idea che non siano poi così importanti.
Eppure
non riesco a non sperare nella costruzione di una società migliore. Una società
che non neghi queste paure, che ci riconosca fragili anche quando indossiamo la
cravatta, che ci accarezzi quando soffriamo, che ci porga la mano quando
cadiamo. Una società che non si regga su calcoli, formule o crocette, ma sugli
sguardi, sulle parole, sulla creatività dei folli, sulla purezza dei bambini,
sulle ferite guaritrici degli ultimi.
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