giovedì 23 luglio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - ETICHETTE

 



Etichette


Quando approcciai alla psicologia per la prima volta, molti anni fa, dopo essermi accorta che il diritto non avrebbe mai soddisfatto i miei desideri più profondi, notavo già nell'ambiente una certa rincorsa all'etichettamento che mi metteva parecchia angoscia.

Una psicologa che incontrai nel mio cammino formativo, e che in seguito divenne mia amica e collega, non ricorreva mai alle etichette, proprio questo mi piaceva tanto di lei. Un giorno, in merito a un ragazzo, mi disse: “non lo so se è un narcisista, io posso dirti se mi sembra uno stronzo!”.

Ecco, da lì in avanti tutti i nostri partner, i nostri genitori, i nostri colleghi, per i più onesti persino la copia di noi stessi, hanno cominciato ad avere tutti i requisiti per essere considerati narcisisti. Poi è stata la volta del narcisista maligno, e così via.

Da pochi anni, invece, da quando ho ripreso gli studi universitari per ultimare il mio percorso di seconda laurea in psicologia, ho notato che non c'è più verso di incontrare una persona, incluso il nostro riflesso nello specchio, che non rientri nella definizione di ADHD, spettro autistico, o entrambi...

Non è un caso che a metterci in guardia dall'inflazione diagnostica sia stato proprio Allen Frances, l'uomo che ha guidato la stesura del DSM-IV: nel suo Primo, non curare chi è normale denuncia come si sia arrivati, quasi senza accorgersene, a etichettare come malattia mentale la normale fatica di vivere.

Attenzione: non voglio negare alcunché; però le cose sono due: o siamo tutti malati e/o neuro divergenti - e allora il concetto di normalità svanisce - oppure questa rincorsa all'etichettamento ha altre motivazioni. Per me sono vere un po' tutte e due.

Non è l'etichetta in sé il problema — altrimenti dovremmo buttare a mare anche la diagnosi più utile, quella che a qualcuno ha finalmente dato un nome al proprio dolore, restituendogli sollievo invece di angoscia. Il problema comincia quando l'etichetta smette di essere una chiave di lettura e diventa una gabbia: quando non la usiamo più per capire meglio qualcosa di noi, ma per smettere di guardare tutto il resto. Quando ci identifichiamo così tanto con una parola che ogni sfumatura che non rientra in quella parola viene, semplicemente, cancellata. E quando le diagnosi si moltiplicano — una sull'altra, spesso auto-somministrate su Instagram prima ancora che da un professionista — il sospetto è che non stiamo cercando di conoscerci di più, ma di conoscerci di meno: un'etichetta in più, spesso, è una domanda in meno che ci concediamo di farci, una zona comfort in cui mettersi al riparo dal rischio della crescita.

Ma allora, mi chiedo, a cosa serve l'etichetta se non ad alimentare confini e sfamare alcuni indotti?

James Hillman, ne Il codice dell'anima, arriva a bandire dal proprio vocabolario quasi tutto il gergo della psicologia clinica, per restituire a ciascuno la propria irriducibile unicità, "al di là di etichette, classificazioni diagnostiche ed alcune superstizioni psicologiche".

Ecco, per me la maggior parte delle volte si tratta di conoscersi, e amarsi, e rispettarsi, e carezzarsi, anche quando si sta male, si sta male persino con se stessi.


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