Uova Fatali – Michail Bulgakov -
recensione a cura di Francesca Tornabene
"Si sa che gli uomini diventano migliori, in grembo
alla natura".
Ma cosa succede quando essi vogliono governarla?
La fine del mondo raccontata in sole 73 pagine.
Sono stata rapita dalla copertina e dal titolo del libro che
spiccava tra tanti volumi di una bancarella.
Ho fantasticato molto su queste misteriose uova fatali ancor
prima di iniziare la mia avventura.
Immaginate la mia faccia quando, girando il libro
sottosopra, ho scoperto che conteneva un'altra storia di Bulgakov che vi
racconterò il seguito.
Un viaggio nella Mosca dell'aprile 1928 mi ha portato a
conoscere il geniale zoologo Vladimir Ipatievič Persikov e la sua scoperta
scientifica: un raggio "rosso" capace di accelerare la crescita
cellulare.
Quella che sembrava essere un'invenzione straordinaria,
però, si trasforma in un horror fantascientifico apocalittico, ma anche in una
satira politica quasi comica sulla cecità del potere.
Infatti i politici pensano di usare il progresso per
governare la natura, per poi restare vittime della loro stessa arroganza.
Ho atteso trepidante lo schiudersi di quelle uova per
scoprire quale mostruoso essere ne sarebbe uscito fuori.
La scrittura cinematografica e visionaria mi ha trascinata
nel caos, come dentro una pellicola in bianco e nero di un vecchio film di
fantascienza.
Mi ha lasciato un'unica certezza: quella di un ciclo
mitologico destinato a ripetersi, incarnato perfettamente nell'archetipo di
Prometeo.
L'illusione immortale di poter governare la vita, racchiusa
nel fragile guscio di un uovo che annuncia l'apocalisse.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 1925
pagine: 102
editore: edizioni Clandestine

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