Qualche tempo fa, una persona con cui ho avuto un alterco
virtuale, mi ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere.
Ha concluso la sua arringa dicendo che ricevo solo 30 like al
giorno, pur fregiandomi di scrivere.
Se non mi avesse frattanto bloccata, le avrei risposto che uno scrittore è cosa
diversa da un influencer, per grazia di Dio, e che oggi come oggi non avere
molto seguito può essere – non dico necessariamente sintomo di indipendenza
morale – ma molte volte condizione unica per una visione lucida delle cose che
consenta un margine vitale di libertà… sì, insomma, che consenta di non dover
fare il coro alle varie espressioni del potere solo per gratificare il proprio
pubblico.
Ma poi mi sono resa conto che aveva ragione. Oggi si misura uno scrittore dal
numero di like sui social e si acquista il libro di autori che
a loro modo “influenzano” – poco importa se lo fanno “di mestiere” o se alla
capacità di scrittura hanno affiancato quella di esporsi e avere un seguito.
Entrambe le cose, però, hanno sempre un prezzo. Tuttavia è un prezzo che spesso
viene pagato volentieri, perché le persone hanno bisogno di sentirsi parte di
una squadra percepita come vincente, di avere il libro di quella persona in
casa, senza necessariamente leggerlo, per poter dimostrare uno status, come prima
accadeva con l’ultimo modello di frullatore o con l’automobile.
Da lettori a consumatori, da romanzo a bene di consumo.
Anche io, nel mio piccolo, ho dovuto imparare linguaggi non miei. Ero sempre
all’ultimo posto, negata per qualunque tipo di esibizione, da bambina diventavo
bordeaux se solo mi veniva rivolta la parola.
Per questo mio temperamento non mi sono esposta prima con la scrittura. È
inutile dire che se il testo vale si fa strada da solo. Non è vero. Se non ti
esponi in qualche modo, se non hai un seguito, piccolo o grande che sia,
nessuno potrà mai nemmeno accorgersi del testo e quindi scoprire se abbia
qualche requisito o no.
Se poi si nasce in contesti socio culturali svantaggiati questo è ancora più
vero.
Crescendo, ho cercato di cogliere il lato positivo di tutto questo. Sto
imparando ad espormi senza rinunciare mai ai miei bisogni profondi, perché
desidero che ogni passo converga con la mia natura.
Mi sto anche divertendo: parlare in pubblico, fare delle letture, rispondere a
delle interviste.
Resta il fatto che non sono mai a mio agio e che anche lo fossi, si tratterebbe
al più di una qualità suppletiva, non sarebbe di certo questo il metro per
considerarmi una brava scrittrice.
Non di rado, per sentire bene, per sentire meglio, ho dovuto ritrarmi,
abbassare il volume, osservare gli altri da un passo più in là, vivere il mondo
da lontano, come fosse un insieme di meravigliosi scorci scovati da un punto
invisitato.
«La solitudine si sa, non tutti se la possono permettere:
non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati.
Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico
fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé
stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il
circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che
è fatto di tutto l’universo, dalla foglia che spunta di notte in un campo… fino
alle stelle».
Fabrizio De Andrè, Frammento da Elogio della solitudine
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