venerdì 26 giugno 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - UNA RIFLESSIONE -

 



Una riflessione 

 

Qualche tempo fa, una persona con cui ho avuto un alterco virtuale, mi ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere.
Ha concluso la sua arringa dicendo che ricevo solo 30 like al giorno, pur fregiandomi di scrivere.

Se non mi avesse frattanto bloccata, le avrei risposto che uno scrittore è cosa diversa da un influencer, per grazia di Dio, e che oggi come oggi non avere molto seguito può essere – non dico necessariamente sintomo di indipendenza morale – ma molte volte condizione unica per una visione lucida delle cose che consenta un margine vitale di libertà… sì, insomma, che consenta di non dover fare il coro alle varie espressioni del potere solo per gratificare il proprio pubblico.

Ma poi mi sono resa conto che aveva ragione. Oggi si misura uno scrittore dal numero di like sui social e si acquista il libro di autori che a loro modo “influenzano” – poco importa se lo fanno “di mestiere” o se alla capacità di scrittura hanno affiancato quella di esporsi e avere un seguito. Entrambe le cose, però, hanno sempre un prezzo. Tuttavia è un prezzo che spesso viene pagato volentieri, perché le persone hanno bisogno di sentirsi parte di una squadra percepita come vincente, di avere il libro di quella persona in casa, senza necessariamente leggerlo, per poter dimostrare uno status, come prima accadeva con l’ultimo modello di frullatore o con l’automobile.

Da lettori a consumatori, da romanzo a bene di consumo.

Anche io, nel mio piccolo, ho dovuto imparare linguaggi non miei. Ero sempre all’ultimo posto, negata per qualunque tipo di esibizione, da bambina diventavo bordeaux se solo mi veniva rivolta la parola.
Per questo mio temperamento non mi sono esposta prima con la scrittura. È inutile dire che se il testo vale si fa strada da solo. Non è vero. Se non ti esponi in qualche modo, se non hai un seguito, piccolo o grande che sia, nessuno potrà mai nemmeno accorgersi del testo e quindi scoprire se abbia qualche requisito o no.
Se poi si nasce in contesti socio culturali svantaggiati questo è ancora più vero.

Crescendo, ho cercato di cogliere il lato positivo di tutto questo. Sto imparando ad espormi senza rinunciare mai ai miei bisogni profondi, perché desidero che ogni passo converga con la mia natura.
Mi sto anche divertendo: parlare in pubblico, fare delle letture, rispondere a delle interviste.
Resta il fatto che non sono mai a mio agio e che anche lo fossi, si tratterebbe al più di una qualità suppletiva, non sarebbe di certo questo il metro per considerarmi una brava scrittrice.
Non di rado, per sentire bene, per sentire meglio, ho dovuto ritrarmi, abbassare il volume, osservare gli altri da un passo più in là, vivere il mondo da lontano, come fosse un insieme di meravigliosi scorci scovati da un punto invisitato.

«La solitudine si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo, dalla foglia che spunta di notte in un campo… fino alle stelle».

Fabrizio De Andrè, Frammento da Elogio della solitudine

 


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