venerdì 16 ottobre 2026

FIORE DI ROCCIA

 




Fiore di roccia  - Ilaria Tuti -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Siamo nella Carnia, precisamente a Timau, ed è il 1915, vale a dire agli inizi della Prima Guerra Mondiale. La gente da quelle parti è sempre stata povera, ma adesso è poverissima, sopravvive a brodo e patate. Appena sopra di loro si combatte, ma quelle montagne sono impervie e far arrivare gli approvvigionamenti, sia per mangiare che per combattere, è estremamente difficile.

Un gruppo di donne si assume l’impegno. Con gerle pesantissime sulle spalle e ai piedi le scarpets, le tradizionali pantofole di stoffa e velluto cucite a mano, si inerpicano su per sentieri proibitivi perché, come dice una di loro, “altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame”. Sono le cosiddette “Portatrici”, così venivano chiamate, e la Storia le ha dimenticate.

Una sola di loro, Maria Plotzer Mentil, uccisa da un cecchino nel 1916, è stata insignita nel 1997 con la Medaglio d’Oro al Valor Militare. Una per onorarle tutte, ma prima di questo libro ben pochi in Italia sapevano della loro vicenda.

Il grande merito di Ilaria Tuti è di avercele fatte conoscere, in forma romanzata ma con precisi riferimenti storici, dando il compito di voce narrante alla giovane Agata Primau, personaggio di fantasia che ci porta con sé a conoscere quelle donne, gli ufficiali, i soldati e pure il nemico.

Orfana di una madre che amava i libri, custode di un padre malato terminale, ormai assente da questa vita, ad Agata era rimasto poco e quel poco glielo ha portato via la guerra.

 “Questa guerra mi ha tolto tutto, lasciandomi solo la paura. Mi ha tolto il tempo di prendermi cura di mio padre malato, il tempo di leggere i libri che riempiono la mia casa. Mi ha tolto il futuro, soffocandomi in un presente di povertà e terrore. Ma lassù hanno bisogno di me, di noi, e noi rispondiamo alla chiamata. Alcune sono ancora bambine, altre già anziane, ma insieme, ogni mattina, corriamo ai magazzini militari a valle.”

 E ancora, ci dice della loro missione:

“Riempiamo le nostre gerle fino a farle traboccare di viveri, medicinali, munizioni, e ci avviamo lungo gli antichi sentieri della fienagione. Risaliamo per ore, nella neve che arriva fino alle ginocchia, per raggiungere il fronte. Il nemico, con i suoi cecchini – diavoli bianchi, li chiamano – ci tiene sotto tiro. Ma noi cantiamo e preghiamo, mentre ci arrampichiamo con gli scarpetz ai piedi. Ci aggrappiamo agli speroni con tutte le nostre forze, proprio come fanno le stelle alpine, i “fiori di roccia”.”

L’insensatezza della guerra esce da ogni pagina. Lo sappiamo, ma leggerne ci rafforza nella convinzione e ci opprime nella nostra impotenza. Ma la figura di queste donne esce gigantesca, eroine senza volerlo né saperlo. Agata, in quel bivacco sui monti, fa amicizia con due uomini di valore, il capitano Colman e il dottor Janes ma si sentirà, pur così giovane, protettrice di tutti quei ragazzi.

È una storia da conoscere, questa, e Ilaria Tuti la scrive con una lingua quasi lirica, che fa da contraltare alla crudezza di quel che narra, corpi dilaniati, giovani vite spazzate via, padri disperati che vanno a raccogliere ciò che resta dei propri figli.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2020

pagine: 320

editore: Longanesi

 

 


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