Non tutti i bastardi sono di Vienna – Andrea Molesini –
recensione a cura di Lilli Luini
Difficile trovare un romanzo
storico così intenso, capace di mescolare i fatti reali con la finzione
romanzesca, di immergere il lettore così profondamente in un’epoca nella quale
il vivere era una sfida quotidiana. Molesini, in questo romanzo vincitore del
Campiello 2011, mette in scena un periodo poco indagato dalla narrativa, vale a
dire i mesi che vanno dalla disfatta di Caporetto alla fine della Prima Guerra
Mondiale. Ma non ce li racconta dalla trincea, bensì dalla prima retrovia del
Piave, Refrontolo, un paese a dieci chilometri dal fiume.
Qui, reduce dalla vittoria di
Caporetto, l’esercito austroungarico stabilisce il suo quartier generale, più
precisamente a Villa Spada, abitazione di una famiglia dell’alta borghesia
veneta. A tenere i rapporti con gli invasori è Maria Spada, prozia dell’autore,
modellata sull’omonima figura storica, autrice di un Diario dell’invasione che
ha ispirato il romanzo. Donna ancora giovane, rigorosa, tiene testa ai
comandanti che si avvicendano, tutti aristocratici ben educati che si
comportano da invasori ma con “scortese cortesia”.
La voce narrante però è quella
del nipote diciassettenne Paolo, veneziano, orfano di entrambi i genitori e per
questo affidato alla zia e ai nonni, Guglielmo e Nancy. Sono costoro, al
contrario della figlia, due personaggi anticonformisti, lui filosofo spirito
libero, lei una brillante matematica che colleziona clisteri. Entrambi vivono
confinati nelle loro stanze, rifiutando la condizione di dominati.
Nella villa vive anche la cuoca
Teresa, altro personaggio luminoso, nella quale Molesini concentra l’uso del
dialetto, insieme alla figlia Loretta e al misterioso custode Renato. Poi c’è
Giulia, parente alla lontana, venticinquenne trasgressiva, si direbbe oggi, che
va e viene e alla quale è affidato il risveglio amoroso di Paolo.
Dopo un inizio violento, con uno
stupro compiuto in chiesa dai soldati tedeschi, la convivenza sembra avviata su
una “pace armata”: solo i colpi di cannone in lontananza ricordano che è in
corso una guerra. Siamo in novembre, Refrontolo si prepara a un inverno
durissimo, isolati, senza notizie dalla battaglia del Piave da cui dipende
l’esito della guerra e il futuro dell’Italia.
Ma tutti si rendono conto che,
comunque vada, il mondo da loro conosciuto morirà, sta già morendo.
Paolo si innamora di Giulia, ma
si innamora anche di Renato, il custode che tale non è. Quando arriva la
notizia di un aviatore inglese nascosto sulle colline, il ragazzo scoprirà
dentro di sé passione e patriottismo e deciderà di fare la sua parte. Ma intanto
i mesi sono passati e la battaglia del Piave infuria. Qui arrivano le pagine
più crude del romanzo, con Villa Spada e la Chiesa trasformate in ospedali da
campo e la barchessa della villa in prigione per i soldati italiani catturati. Non
c’è nemmeno più la campana della Chiesa, portata via dagli austriaci per farne
cannoni, cosa che fa dire al parroco “La campana è la voce del paese, non solo
quella della chiesa. (…) Senza campane resta solo la voce del cannone”.
Tutta l’insensatezza della guerra
la ritroviamo in queste pagine, persino nelle parole che il feldmaresciallo
austriaco rivolge a Maria. “Io… io,
Madame… ho visto i miei soldati venire su da quel fiume, venivano su
dall’acqua, come i vostri gnocchi di patate nel tegame, mi capite, Madame?
Gnocchi nell’acqua che bolle.”
L’eccellenza della scrittura si
mostra anche nei cambi di ritmo, tra le lunge attese e l’improvviso irrompere
della battaglia, dei feriti, dei lamenti. Una lingua moderna e allo stesso tempo adatta
al tempo narrato, che scava nei personaggi e anche nel paesaggio ma senza
annoiare mai. Non c’è una parola di troppo, ma neanche una di meno.
Narrazione sociale, ricostruzione
storica e romanzo di formazione: tutto questo è il romanzo di Molesini.
Chapeau.
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