venerdì 25 settembre 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - CURRICULUM EMOZIONALE

 

Curriculum emozionale


Dei nostri percorsi si tende a raccontare solo i traguardi raggiunti, cancellando i fallimenti. Io invece voglio tenerli, perché credo che i nostri percorsi siano fatti soprattutto di ciò che non si può elencare come titolo o traguardo. Oggi, a quasi un anno dall’inizio di questa mia rubrica, vi racconto qualcosa di me.

 

Sono nata ad Avezzano l’8 novembre del 1984, l’autunno, la stagione che avrei amato di più. Ho scoperto presto la passione per la lettura: con mia madre condividevamo gli stessi libri e mio padre me ne regalava ogni volta che poteva. Non avevamo gli stessi linguaggi, proprio per questo il suo è stato un dono inestimabile. Ben presto ho cominciato anche a scrivere, poesie, lettere, pensieri, riflessioni.

La scrittura è stata da sempre per me un linguaggio naturale, che affidavo a taccuini e fogli sparsi qua e là, e che custodivo gelosamente con un senso di protezione e persino di vergogna.

Durante gli anni del liceo ho scritto un diario a quattro mani con una mia carissima amica: ci dicevamo cose diversamente difficili da dirsi.

Dopo il liceo classico ho tentato i test di ingresso alle facoltà di Psicologia e di Criminologia a L'Aquila, senza superarli. Fu sconvolgente in particolare il secondo sbarramento, perché le ragioni dell’esclusione furono particolarmente palesi. Lo superarono persone che non conoscevano neppure la lingua italiana, e altre che avevano addirittura sbarrato il tema considerandolo non idoneo, e dunque nullo. Ma per loro stessa ammissione, conoscevano gli uffici giusti, su a Coppito, dove si era recato chi di dovere mentre noi ci cimentavano nel compito.

Il tema, un campo per me sicuro. Scrissi citando Dante e restando pertinente al tema: avevo letto anche tutti i libri di psicologia giuridica e criminologia del docente, li avevo amati; era un bel tema, secondo me. Fui poi contattata da un’associazione per partecipare ad una class action dato che le modalità di reclutamento erano state palesemente orientate da logiche sbagliate: come giudicare centinaia di temi in un solo giorno? Preferii lasciar perdere e accogliere il destino. Non è il caso di forzarlo.

Di quel giorno preferisco ricordare la mia amica di sempre, la ragazza del liceo, quella con cui avevo condiviso il diario. Lei era lì con me e con mia madre, e quando uscimmo di lì mangiai per la prima volta al McDonald’s: era tardi, non c’erano alternative. Mi restò addosso un forte senso di nausea e un gran mal di testa, unito alla dolcezza della sua presenza.

Per non perdere l'anno, ho scelto Giurisprudenza, l’unica facoltà che accettava l’iscrizione nel mese di novembre. Dovetti spostarmi però su Roma: una scelta di ripiego carica di difficoltà, che si è rivelata, con il tempo, un passaggio fondamentale, capace di condizionare tanto la mia vita quanto il mio immaginario. Roma è una città che mi ha dato e tolto tantissimo. È difficile dire qualcosa a riguardo: si rischia di cadere nella banalità. Parla per me il romanzo Lo specchio degli occhi tuoi, permeato dall'atmosfera di alienazione e fascino della città eterna.

È nella città de La Grande Bellezza, che mi sono avvicinata alla danza latino-americana, un'attività per me attraente e praticabile dopo che un grave problema di salute mi aveva impedito, a soli vent’anni, di proseguire con il pattinaggio sul ghiaccio e l'equitazione. Quella danza è stata una grande sfida: mi ha aiutata a conoscere meglio il mio corpo, le mie resistenze, le mie rigidità. Imparando a lasciarmi guidare nel ballo, ho imparato a farlo anche nella vita, scoprendo di me cose prima inaccessibili. Ho colto l’occasione per studiare da autodidatta lo spagnolo, lingua in cui erano scritti i testi delle canzoni su cui danzavo, e per visionare film e leggere libri sulla cultura della salsa cubana. Questi colori, queste luci, questo senso di libertà carica di dignità, con cui la danza è nata, prima che fosse regolamentata, americanizzata e importata nel resto del mondo, mi è rimasto addosso.

Intanto trascorrevo le mie giornate ascoltando lezioni di diritto presso aule grigie e barcamenandomi tra qualche lavoretto e le difficoltà tipiche della coabitazione tra studenti fuori sede.

Il diritto mi affascinava, soprattutto la filosofia del diritto e il diritto penale, ma non mi bastava: già al terzo anno di università ho attraversato una grande crisi che mi ha portata ad un bivio: fermarmi o proseguire? La mia vocazione artistica, il mio amore per la psicologia, quanto di me restava fuori da quei manuali e da quelle logiche tanto impregnate di razionali calcoli e verità inoppugnabili? Intrapresi così un cammino di individuazione, attraverso anni di analisi in chiave junghiana. Un percorso che mi ha fatto crescere profondamente, confermandomi il mio amore e fascino per la psicologia, per l'inconscio e per i suoi linguaggi. Un bagaglio prezioso e vitale che resiste alla forza del tempo e continua a parlarmi.

Quando conclusi quel percorso, ebbi chiara la volontà di seguire con decisione il mio cammino formativo in psicologia, ma in quel momento cominciare un nuovo percorso accademico era fuori discussione. Ho conseguito allora tre master interdisciplinari che mi hanno dato competenze psico-educative nell'ambito dei minori e della famiglia, con l'abilitazione alla mediazione familiare e alla consulenza specialistica, e ho lavorato ben presto in ambito psicologico: fondamentale, in questo percorso, l'esperienza nel carcere di Regina Coeli, un’esperienza molto dura per la ventitreenne che ero. In questo modo riuscivo anche a lavorare e mantenermi in una città tra le più complicate al mondo.

Negli stessi anni, riscoprivo il mio amore per la scrittura e davo vita ai miei primi due romanzi: “Lo specchio degli occhi tuoi” e “La verità non muore, amore”. Non ho scelto di scriverli: le storie sono arrivate come arrivano le doglie del parto. Mi sono limitata ad assecondarle. Scrivevo di notte, dopo essere tornata a casa tramortita dal caos, dal traffico, dal freddo di quelle aule, dal trambusto di certi rapporti che mi viene da definire “acquosi”. Mi scivolavano addosso, e poi mi lasciavano sola. Inserivo la chiave nella toppa di case sempre più improbabili, e l’unico riparo possibile lo trovavo in quelle storie, in quei personaggi, in quei voli pindarici che si disegnavano durante la giornata e che di notte potevo finalmente segnare sul foglio, per sentire che esistevano, esistevano davvero.

Il loro percorso non è stato lineare, pubblicai solo il primo, nel 2011, per poi rimanere con tante copie invendute in casa, con cui anni a seguire accesi il fuoco e feci giocare le mie figlie. Lo comprarono amici e parenti e arrivò solo a pochi estranei: qualcuno ne rimase molto impressionato e mi contattò. Non feci neppure una presentazione: la casa editrice che aveva garantito di organizzarne una si era dileguata, e non vidi mai neppure i soldi delle vendite.

L’anno seguente ho avviato la mia attività di consulente e mediatrice familiare su Roma e Avezzano, con particolare attenzione al mondo dei minori, spesso ridotti a numeri dalle istituzioni e dai protocolli legali o usati come armi da scagliare contro il proprio nemico, nelle cause di separazione. Anche questo cammino è stato pieno di intoppi e di difficoltà, ne parlerò in un’altra occasione. Nonostante tutto, quel fuoco iniziale non si è mai spento: la protezione dell'infanzia non è per me un'area di interesse, ma un richiamo intimo, viscerale, che perseguo in ogni mia veste.

Per poterlo fare, cerco di conservare ogni giorno un contatto puro e incontaminato con la me bambina.

 

I nostri percorsi sono fatti di inciampi e svolte inaspettate. Una di queste mi capitò nel 2013, quando mi rivolsi alla Fondazione Pensiero e Linguaggio di Roma per un progetto, e la persona che la dirigeva, uno psicoterapeuta e psicoanalista di grande profilo, mi volle nel suo gruppo di ricerca su nuove tecniche psicoterapiche che coniugavano il sapere psicoanalitico con quello cognitivista, in costante dialogo con le teorie d’attaccamento e con uno sguardo alle dinamiche interne in chiave “relazionale”. È lì che ho creato, insieme ad altri professionisti, il Centro Romano per la Famiglia. È stata un'esperienza estremamente interessante e formativa.

Per diversi anni ho lavorato anche come educatrice, prima come baby sitter professionista tramite agenzie specializzate e poi come educatrice in un nido privato presso la rete Scarabocchiando; sono state tutte esperienze che hanno temprato il mio carattere e allargato la mia coscienza. Ci sono poche cose difficili quanto avere affidata a sé la casa e i bambini di altri. Si tratta di una grande responsabilità e un grande privilegio: poter incidere nel cammino di un'anima innocente, per sempre.

A distanza di anni, molte delle famiglie che ho seguito ricordano con affetto e gratitudine quell'esperienza. Lo stesso vale per me. Ogni bambino occupa un posto speciale nel mio cuore e mi ha lasciato un messaggio, che conservo come uno scrigno prezioso.

Per alcuni di loro – a causa della grande assenza dei genitori e della delega quasi totale che avevo ricevuto da loro - sono stata più di una presenza professionale, una sorta di seconda madre, e questo è stato profondamente bello e motivante, ma anche molto confusivo e a tratti disperante, per tutti. Forse un giorno ne racconterò in un libro.

L’anno di svolta è stato per me il 2014, l’anno in cui ho compiuto trent’anni, anno che - sul finire - mi ha regalato l’incontro più significativo della mia vita. Quello con l’uomo che amo e con cui da allora condivido tutto. Io su Roma, lui a Torino: abbiamo deciso di convivere dopo il terzo incontro e abbiamo avuto la nostra prima figlia dopo solo un anno e mezzo dal primo messaggio. Potrei dire tante cose ma ne dico solo una: questo rapporto mi ha spogliata e ricucita, vestita e svestita, disgregata e guarita. Sono cambiata tanto eppure sono diventata sempre di più me stessa.

Insieme, abbiamo dato vita a Touch Communication, agenzia di scrittura professionale, grafica e ricerca qualificata: provenivamo entrambi da un cammino nel sociale, in particolare nella tutela dei nuclei familiari in difficoltà per la gestione dei bambini, ma abbiamo capito presto che avevamo in comune anche molto altro. Abbiamo unito così la sua esperienza lavorativa nel mondo dell'immagine e della grafica e la sua passione per la ricerca alla mia per la scrittura, dando vita ad una realtà fervida, responsabile e gentile, che unisce tutte queste anime e affianca studenti nel loro percorso accademico, scrittori nella pubblicazione dei loro testi e professionisti nella creazione di progetti lavorativi.

Sul sito ufficiale della nostra agenzia curo un blog come spazio di riflessione letteraria e sociale.

Anche grazie alla gioia intima di questo incontro, ho continuato a percorrere con decisione la strada in ambito psicologico che mi era stata sbarrata e, seppure tra molte difficoltà, sono riuscita finalmente ad iniziare il cammino di seconda laurea in scienze psicologiche applicate e poi la specializzazione in psicologia dello sviluppo e dell'educazione (in corso).

La scrittura per molto tempo è stata per me uno sguardo intimo e riservato: solo recentemente ho scelto di celebrarlo. In pochi anni ho ripescato dal fondale dell’anima tutti questi scritti. La ragione? Dopo il periodo “pandemico” e le fratture interne ed esterne che ne sono discese, ho scelto di non rinunciare alla potenza salvifica dell'arte e della creatività, anche se ci sarebbero state tante ragioni per non farlo. Una su tutte: che senso ha scrivere in una società come la nostra? Anche di questo dissidio interiore parla il mio personaggio più complesso, Elettra.

Nonostante queste mie voci interiori, ho pubblicato il saggio Il procedimento per l'adozione internazionale (2023), il romanzo Lo specchio degli occhi tuoi (2024), la fiaba Unicchetta e il gruppo dei Ricalchini ("Sfavoleggiando", 2025); e il romanzo La verità non muore, amore (2026), rivisitazione del romanzo d'esordio.

Nel corso del tempo ho scritto per varie testate giornalistiche, spaziando sempre nelle mie aree di competenza, quelle giuridiche e quelle psico-educative.

Siamo parti frammentate alla continua ricerca di un senso di unitarietà. Lo scopo della vita, io credo, è quello di integrare quante più ombre e quante più luci, per evolverci, per contribuire a migliorare anche un solo pezzetto di mondo che ci è consentito migliorare.

La sfida maggiore per me è stata quella di comprendere i limiti e confini di questo potenziale. È la ricerca e la cura di questo potenziale il punto di unione delle mie passioni, il faro della mia scrittura, la ragione del mio amore travolgente per la psicologia.

Guardandomi indietro, credo che ogni mio passo sia stato il tentativo confuso e deciso di integrare questi miei due grandi amori. Il mio sguardo psicologico abita da sempre anche la mia scrittura, consentendomi di non finire schiava dei miei stessi convincimenti, di accedere a luoghi altrimenti inaccessibili, di creare personaggi tridimensionali, con diverse "vie di fuga", proprio come siamo noi. Allo stesso modo, nell'esercitare la professione di aiuto, cerco di mantenere sempre uno sguardo poetico: è questo che conserva la vitalità della mia anima, nonostante la durezza delle tematiche di cui mi occupo.

Giunta alla fine di questo scritto, non posso non parlarvi della cosa più importante per me. Sono mamma di tre bambine, Désirée, Alizée e Céline. Amo profondamente anche Julia, la prima figlia di mio marito. A tutte loro ho dedicato il mio ultimo romanzo. Di tutte loro è difficile parlare in poche righe, tante sono l’energia, la gioia e le sfide che mi presentano ogni giorno.

Essere madre è per me la più grande opportunità di crescita e appagamento. Non si dona la vita a cuor leggero, in un momento così duro per l'umanità, come quello che attraversiamo. Ma sono proprio i bambini e i ragazzi a rinnovare le cellule malate e a poter avviare il percorso di guarigione di una specie ormai sull'orlo dell'estinzione.

Ogni fine, è pur sempre un inizio.


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