Amori sul Cavalcavia
Voglia d’ammazzare,
voglia di morire: il cortocircuito della relazione simbiotica nel tempo fragile.
Nel saggio Voglia d'ammazzare, lo psichiatra Vittorino Andreoli scardina
i vecchi dogmi clinici dimostrando come l'impulso omicida-suicida, inteso come
fantasia distruttiva profonda, alberghi nella psicologia della normalità di
fronte a fratture relazionali insostenibili.
Nella fenomenologia del
crimine, l'atto di uccidere l'altro e l'annientamento di sé spesso non sono che
due facce della medesima, tragica pulsione retroflessa.
Un assunto teorico che
trova una drammatica, sanguinosa conferma nella recente vicenda di Federico
Vella e Lorena Isceri, dove le ragioni della psichiatria – l'uomo era in cura
da quindici anni da uno specialista – convergono fatalmente con i nodi sociologici
di un tempo fragile. Badiamo bene: scandagliare la mente dell'assassino o
mapparne la vulnerabilità clinica non significa in alcun modo giustificarlo.
Un’empatia profonda
spetta alla vittima, strappata alla vita con indicibile violenza; la
responsabilità penale, morale e umana resta sempre e inequivocabilmente in capo
a chi commette il fatto, senza sconti o attenuanti sociologiche. Eppure,
l'analisi del contesto serve a capire come il nostro presente, anziché
fortificarci, indebolisca le strutture del maschile e del femminile,
liquefacendo la grammatica degli affetti.
Viviamo l'apparente
paradosso di un'epoca priva di legami a lungo termine, contesti in cui
teoricamente dovremmo essere più attrezzati ad affrontare la solitudine e a
gestire il distacco; al contrario, assistiamo alla proliferazione di coppie
simbiotiche, nuclei asfittici che non tollerano la fine, in cui l'altro non è
un soggetto da lasciare andare, ma un pezzo del proprio Sé da distruggere pur
di non elaborarne la perdita.
Siamo davanti a una
ferita profonda della condizione umana, a una declinazione malata della
relazione che impone un radicale cambio di paradigma. Se vogliamo davvero fare
prevenzione, dobbiamo rinforzare tanto le potenziali vittime quanto i
potenziali criminali. Per le prime, serve un lavoro profondo sull'attrazione
disfunzionale che spesso ci calamita verso personalità fragili, disturbate o
profondamente narcisistiche; per i secondi, occorre intercettare il crollo
prima del cortocircuito.
Questo significa
abbandonare la logica binaria del nemico, l'eterno e fallimentare conflitto
uomo-donna, per ricominciare finalmente a guardarci dentro.
Dobbiamo soprattutto
sottrarre il dolore alle manipolazioni politiche e ideologiche, a quei circuiti
economici e normativi che si autoalimentano cannibalizzando la cronaca nera.
Stenderei poi un velo
pietoso sulle strumentalizzazioni della stampa, che con imbarazzante attiguità
non esita a violare l'intimità dei parenti nel momento del dolore più estremo,
offrendo loro un palcoscenico per veicolare messaggi preconfezionati. È
impossibile non cogliere il parallelismo tra questo caso e la vicenda
Cecchettin: anche qui, a pochissime ore dalla morte della figlia, i riflettori
si sono accesi su suo padre reso paladino improvviso di determinate battaglie
sociali istantanee, standardizzate, che rischiano di anestetizzare l'autentica
elaborazione del lutto in favore del circo mediatico.
Nota bene: conosco molti
genitori che intraprendono sacrosante battaglie sociali a seguito della perdita
del figlio; nulla di più nobile e vitale. Mi interrogo però sui tempi,
solitamente si tratta di lunghi percorsi di crescita portati avanti in piena
autonomia che culminano nell’attivismo. Qui invece a poche ore dalla
tumulazione più innaturale troviamo già la telecamera pronta e un copione
prestampato a cui aderire ad ogni costo. Tutto lascia pensare che si tratti di
vittime inconsapevoli di un sistema malato alla continua ricerca di comparse
per i propri teatri. Due volte vittime, insomma.
Del resto, cosa c’è di
vitale in certo giornalismo, in questo vojeurismo di bassa lega, in questa
arena di commenti volgari e sconcertanti che tramutano il giusto carico di
dolore e compassione in vendetta cieca e negazione dei diritti minimi alla
difesa? Mi riferisco al cyber-bullismo subìto dalla poliziotta che ha tentato
di fermare il ragazzo dal suicidio per assicurarlo alla giustizia. Quali
distorsioni possono portare a vedere un gesto dovuto e naturale, profondamente
umano, con l’aver preso le difese dell’aguzzino anziché della vittima? Dunque,
coloro che lavorano nelle mense delle carceri o coloro che curano gli assassini
sono persone dalla dubbia moralità che godono del male inferto alle vittime?
Trovo preoccupante questa
deriva giustizialista alimentata e cavalcata dai media per ricevere seguito,
contribuendo a renderci una volta di più miopi davanti alla condizione umana.
Abbandonare gli schemi
consolatori della cronaca significa accettare che la realtà è fatta di
chiaroscuri, dove il bene e il male non sono mai separati da una linea netta. È
lo stesso doloroso percorso di consapevolezza che compie Elettra nel mio
romanzo, Lo specchio degli occhi tuoi. All'inizio confinata nel ruolo
rassicurante di pura vittima di Augusto, Elettra è costretta a guardarsi
dentro, a riconoscere la propria parte in quella dinamica distruttiva, fino a
pronunciare la frase emblematica del suo cammino: «Maledetto il giorno in cui
lo specchio ha riflesso anche me!».
Anche nella mia scrittura
ho voluto esplorare questa fragilità estrema, questo legame ancestrale tra il
suicidio e l'omicidio, cercando di farlo al riparo dalle facili semplificazioni
del dibattito pubblico e restituendo ai personaggi tutta la loro spaventosa
complessità: amarli tanto significa proprio riflettere anche le loro ombre, che
poi, inevitabilmente, sono le nostre.
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