venerdì 11 settembre 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - AMORI SUL CAVALCAVIA


Amori sul Cavalcavia

 

Voglia d’ammazzare, voglia di morire: il cortocircuito della relazione simbiotica nel tempo fragile. Nel saggio Voglia d'ammazzare, lo psichiatra Vittorino Andreoli scardina i vecchi dogmi clinici dimostrando come l'impulso omicida-suicida, inteso come fantasia distruttiva profonda, alberghi nella psicologia della normalità di fronte a fratture relazionali insostenibili.

Nella fenomenologia del crimine, l'atto di uccidere l'altro e l'annientamento di sé spesso non sono che due facce della medesima, tragica pulsione retroflessa.

Un assunto teorico che trova una drammatica, sanguinosa conferma nella recente vicenda di Federico Vella e Lorena Isceri, dove le ragioni della psichiatria – l'uomo era in cura da quindici anni da uno specialista – convergono fatalmente con i nodi sociologici di un tempo fragile. Badiamo bene: scandagliare la mente dell'assassino o mapparne la vulnerabilità clinica non significa in alcun modo giustificarlo.

Un’empatia profonda spetta alla vittima, strappata alla vita con indicibile violenza; la responsabilità penale, morale e umana resta sempre e inequivocabilmente in capo a chi commette il fatto, senza sconti o attenuanti sociologiche. Eppure, l'analisi del contesto serve a capire come il nostro presente, anziché fortificarci, indebolisca le strutture del maschile e del femminile, liquefacendo la grammatica degli affetti.

Viviamo l'apparente paradosso di un'epoca priva di legami a lungo termine, contesti in cui teoricamente dovremmo essere più attrezzati ad affrontare la solitudine e a gestire il distacco; al contrario, assistiamo alla proliferazione di coppie simbiotiche, nuclei asfittici che non tollerano la fine, in cui l'altro non è un soggetto da lasciare andare, ma un pezzo del proprio Sé da distruggere pur di non elaborarne la perdita.

Siamo davanti a una ferita profonda della condizione umana, a una declinazione malata della relazione che impone un radicale cambio di paradigma. Se vogliamo davvero fare prevenzione, dobbiamo rinforzare tanto le potenziali vittime quanto i potenziali criminali. Per le prime, serve un lavoro profondo sull'attrazione disfunzionale che spesso ci calamita verso personalità fragili, disturbate o profondamente narcisistiche; per i secondi, occorre intercettare il crollo prima del cortocircuito.

Questo significa abbandonare la logica binaria del nemico, l'eterno e fallimentare conflitto uomo-donna, per ricominciare finalmente a guardarci dentro.

Dobbiamo soprattutto sottrarre il dolore alle manipolazioni politiche e ideologiche, a quei circuiti economici e normativi che si autoalimentano cannibalizzando la cronaca nera.

Stenderei poi un velo pietoso sulle strumentalizzazioni della stampa, che con imbarazzante attiguità non esita a violare l'intimità dei parenti nel momento del dolore più estremo, offrendo loro un palcoscenico per veicolare messaggi preconfezionati. È impossibile non cogliere il parallelismo tra questo caso e la vicenda Cecchettin: anche qui, a pochissime ore dalla morte della figlia, i riflettori si sono accesi su suo padre reso paladino improvviso di determinate battaglie sociali istantanee, standardizzate, che rischiano di anestetizzare l'autentica elaborazione del lutto in favore del circo mediatico.

Nota bene: conosco molti genitori che intraprendono sacrosante battaglie sociali a seguito della perdita del figlio; nulla di più nobile e vitale. Mi interrogo però sui tempi, solitamente si tratta di lunghi percorsi di crescita portati avanti in piena autonomia che culminano nell’attivismo. Qui invece a poche ore dalla tumulazione più innaturale troviamo già la telecamera pronta e un copione prestampato a cui aderire ad ogni costo. Tutto lascia pensare che si tratti di vittime inconsapevoli di un sistema malato alla continua ricerca di comparse per i propri teatri. Due volte vittime, insomma.

Del resto, cosa c’è di vitale in certo giornalismo, in questo vojeurismo di bassa lega, in questa arena di commenti volgari e sconcertanti che tramutano il giusto carico di dolore e compassione in vendetta cieca e negazione dei diritti minimi alla difesa? Mi riferisco al cyber-bullismo subìto dalla poliziotta che ha tentato di fermare il ragazzo dal suicidio per assicurarlo alla giustizia. Quali distorsioni possono portare a vedere un gesto dovuto e naturale, profondamente umano, con l’aver preso le difese dell’aguzzino anziché della vittima? Dunque, coloro che lavorano nelle mense delle carceri o coloro che curano gli assassini sono persone dalla dubbia moralità che godono del male inferto alle vittime?

Trovo preoccupante questa deriva giustizialista alimentata e cavalcata dai media per ricevere seguito, contribuendo a renderci una volta di più miopi davanti alla condizione umana.

Abbandonare gli schemi consolatori della cronaca significa accettare che la realtà è fatta di chiaroscuri, dove il bene e il male non sono mai separati da una linea netta. È lo stesso doloroso percorso di consapevolezza che compie Elettra nel mio romanzo, Lo specchio degli occhi tuoi. All'inizio confinata nel ruolo rassicurante di pura vittima di Augusto, Elettra è costretta a guardarsi dentro, a riconoscere la propria parte in quella dinamica distruttiva, fino a pronunciare la frase emblematica del suo cammino: «Maledetto il giorno in cui lo specchio ha riflesso anche me!».

Anche nella mia scrittura ho voluto esplorare questa fragilità estrema, questo legame ancestrale tra il suicidio e l'omicidio, cercando di farlo al riparo dalle facili semplificazioni del dibattito pubblico e restituendo ai personaggi tutta la loro spaventosa complessità: amarli tanto significa proprio riflettere anche le loro ombre, che poi, inevitabilmente, sono le nostre.



 






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