Fox – Joyce Carol Oates –
recensione a cura di Lilli Luini
C’è chi sforna pane, chi produce
scarpe, chi costruisce case.
Joyce Carol Oates scrive
capolavori. Non ho altro modo di definire questo romanzo, l’ennesimo bellissimo
romanzo di questa incredibile quasi novantenne. Una mente lucidissima, capace
non solo di concepire storie che colpiscono come una freccia avvelenata, ma di
narrarle entrando nella psiche di ciascuno dei protagonisti.
Il titolo, Fox, in inglese ha un
significato più efficace che in italiano.
Francis Harlan Fox è un
insegnante d’inglese che arriva in una scuola secondaria della contea di
Atlantic, nel New Jersey, una zona rurale. La direttrice della scuola vorrebbe
una donna per quel posto, e ci sono ottime candidate, ma nella lezione di prova
Mr. Fox seduce tutti, studenti, colleghi e anche la direttrice.
Perché è proprio questo il dono
di Mr. Fox, sedurre gli altri, piacere a tutti, riesce a incantare e far
partecipare alla lezione anche gli adolescenti più distratti e pigri. Ha delle
referenze perfette da varie scuole in cui ha insegnato, quindi… perché mai non
assumerlo?
L’inizio è folgorante: JCO
inquadra la scena dal punto di vista esterno, ci mostra, come in un film, una
palude, una riserva naturale, l’auto che arriva, la donna e il cane che
scendono, l’una che dà ordini all’altra e poi slega il guinzaglio.
Da qui, il punto di vista si
sposta dentro il cane, con una scrittura sincopata al respiro impaziente, a
lingua fuori, tanto che chi legge si ritrova quasi a fare altrettanto. E,
attenzione, non è il solito cane che trova qualcosa e il padrone chiama la
polizia, niente affatto. È una scena cruciale, che si legherà non solo con la
storia ma con il senso della storia. Perché quel qualcosa che trova il
cane è, ovviamente, un pezzo di carne umana e a chi appartiene se non al
fantastico professor Fox?
Non sto svelando nulla, sono i
primi capitoli del libro e non è la morte di Fox il centro nevralgico, bensì la
sua vita, il come sia riuscito a portarla avanti fin lì.
Già da subito, la scrittura della
Oates strega chi legge, nonostante le lunghe, puntigliose descrizioni di ciò
che circonda e ciò che sta dentro le voci narranti che via via si susseguono.
Talmente ammaliante, almeno per me, da cadere subito nel turning-page, quel
fenomeno che quasi ti costringe a continuare a leggere (e 700 pagine le ho
divorate in tre giorni e mezzo).
I personaggi sono tanti, lo
stesso Fox (la linea temporale va avanti e indietro nell’autunno del 2013), la
direttrice della scuola Paige Cady, sua nipote Kate, che si ritiene l’anima
gemella di Mr.Fox, così come la bibliotecaria Imogene, tre allieve, i loro
genitori, il bidello e i suoi figli, il detective… un universo di provincia
dove tutti credono che il male da loro non esiste, non può esistere e che, se
solo ne hanno un sentore, ci stendono sopra una bella coperta.
Ma questo è il terreno fertile in
cui il male riesce a prosperare indisturbato.
Le tre adolescenti sono figlie di
famiglie divise, dove i padri, di propria volontà o costretti, hanno
traslocato: ma non c’è retorica nella Oates, addirittura arriva a mostrarti
come costoro si accorgano di stare meglio, costretti a fare i conti solo con i
problemi di lavoro che toccano il cervello, non la pancia. Una fuga dalle
proprie responsabilità che qui è di tutti e lascia scoperto proprio ciò che è
fragile, ancora in divenire.
Il male non ha un volto
mostruoso, non tiene tutti sotto scacco con la violenza bensì con il proprio
fascino, la propria amabilità, la propria cultura. La scuola diventa un luogo
universale, dove va in scena l’incapacità di proteggersi dalla manipolazione,
da chi sembra rappresentare in maniera perfetta come dovrebbe essere una figura
di riferimento, nel caso specifico un professore.
Ogni personaggio che entra in
scena conserva un frammento di memoria, una parte di verità ed è questo che
rende la narrazione tesissima, al livello dei migliori thriller, senza bisogno
di colpi di scena. La scrittura della Oates cambia continuamente, come si
adatta al cane così lo fa con tutti i personaggi, in modo che pare di essere in
mezzo a una scena dove ciascuno parla con la propria voce.
La vicenda resta dentro anche
dopo terminata la lettura.
È un romanzo cupo, ipnotico,
disturbante che mette in dubbio tutte le nostre certezze. Ci mostra comr
intelligenza e cultura non siano sufficienti a comprendere e difendersi, anzi.
Ed è proprio questo continuo instillare dubbi e incertezze la forza della
narrativa di JCO.
genere: thriller
anno di pubbliczione. 2026
pagine: 727
editore: La nave di Teseo

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