lunedì 31 agosto 2026

FOX

 




Fox – Joyce Carol Oates – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

C’è chi sforna pane, chi produce scarpe, chi costruisce case.

Joyce Carol Oates scrive capolavori. Non ho altro modo di definire questo romanzo, l’ennesimo bellissimo romanzo di questa incredibile quasi novantenne. Una mente lucidissima, capace non solo di concepire storie che colpiscono come una freccia avvelenata, ma di narrarle entrando nella psiche di ciascuno dei protagonisti.

Il titolo, Fox, in inglese ha un significato più efficace che in italiano.

Francis Harlan Fox è un insegnante d’inglese che arriva in una scuola secondaria della contea di Atlantic, nel New Jersey, una zona rurale. La direttrice della scuola vorrebbe una donna per quel posto, e ci sono ottime candidate, ma nella lezione di prova Mr. Fox seduce tutti, studenti, colleghi e anche la direttrice.

Perché è proprio questo il dono di Mr. Fox, sedurre gli altri, piacere a tutti, riesce a incantare e far partecipare alla lezione anche gli adolescenti più distratti e pigri. Ha delle referenze perfette da varie scuole in cui ha insegnato, quindi… perché mai non assumerlo?

L’inizio è folgorante: JCO inquadra la scena dal punto di vista esterno, ci mostra, come in un film, una palude, una riserva naturale, l’auto che arriva, la donna e il cane che scendono, l’una che dà ordini all’altra e poi slega il guinzaglio.

Da qui, il punto di vista si sposta dentro il cane, con una scrittura sincopata al respiro impaziente, a lingua fuori, tanto che chi legge si ritrova quasi a fare altrettanto. E, attenzione, non è il solito cane che trova qualcosa e il padrone chiama la polizia, niente affatto. È una scena cruciale, che si legherà non solo con la storia ma con il senso della storia. Perché quel qualcosa che trova il cane è, ovviamente, un pezzo di carne umana e a chi appartiene se non al fantastico professor Fox?

Non sto svelando nulla, sono i primi capitoli del libro e non è la morte di Fox il centro nevralgico, bensì la sua vita, il come sia riuscito a portarla avanti fin lì.

Già da subito, la scrittura della Oates strega chi legge, nonostante le lunghe, puntigliose descrizioni di ciò che circonda e ciò che sta dentro le voci narranti che via via si susseguono. Talmente ammaliante, almeno per me, da cadere subito nel turning-page, quel fenomeno che quasi ti costringe a continuare a leggere (e 700 pagine le ho divorate in tre giorni e mezzo).

I personaggi sono tanti, lo stesso Fox (la linea temporale va avanti e indietro nell’autunno del 2013), la direttrice della scuola Paige Cady, sua nipote Kate, che si ritiene l’anima gemella di Mr.Fox, così come la bibliotecaria Imogene, tre allieve, i loro genitori, il bidello e i suoi figli, il detective… un universo di provincia dove tutti credono che il male da loro non esiste, non può esistere e che, se solo ne hanno un sentore, ci stendono sopra una bella coperta.

Ma questo è il terreno fertile in cui il male riesce a prosperare indisturbato.

Le tre adolescenti sono figlie di famiglie divise, dove i padri, di propria volontà o costretti, hanno traslocato: ma non c’è retorica nella Oates, addirittura arriva a mostrarti come costoro si accorgano di stare meglio, costretti a fare i conti solo con i problemi di lavoro che toccano il cervello, non la pancia. Una fuga dalle proprie responsabilità che qui è di tutti e lascia scoperto proprio ciò che è fragile, ancora in divenire.

Il male non ha un volto mostruoso, non tiene tutti sotto scacco con la violenza bensì con il proprio fascino, la propria amabilità, la propria cultura. La scuola diventa un luogo universale, dove va in scena l’incapacità di proteggersi dalla manipolazione, da chi sembra rappresentare in maniera perfetta come dovrebbe essere una figura di riferimento, nel caso specifico un professore.

Ogni personaggio che entra in scena conserva un frammento di memoria, una parte di verità ed è questo che rende la narrazione tesissima, al livello dei migliori thriller, senza bisogno di colpi di scena. La scrittura della Oates cambia continuamente, come si adatta al cane così lo fa con tutti i personaggi, in modo che pare di essere in mezzo a una scena dove ciascuno parla con la propria voce.

La vicenda resta dentro anche dopo terminata la lettura.

È un romanzo cupo, ipnotico, disturbante che mette in dubbio tutte le nostre certezze. Ci mostra comr intelligenza e cultura non siano sufficienti a comprendere e difendersi, anzi. Ed è proprio questo continuo instillare dubbi e incertezze la forza della narrativa di JCO.


genere: thriller

anno di pubbliczione. 2026

pagine: 727

editore: La nave di Teseo

 

 


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