giovedì 9 luglio 2026

IL NIX

 



Il Nix Nathan Hill -

recensione a cura di Carmen Nolasco


Il Nix di Nathan Hill è il romanzo più interessante tra le mie letture di quest’anno. Un esordio monumentale che scava a fondo nelle nevrosi della società americana contemporanea, muovendosi tra satira sociale, dramma familiare e ricostruzione storica.

La vicenda ruota attorno a Samuel Andresen-Anderson, un giovane professore di inglese svogliato e fallito come scrittore. Samuel gioca di continuo a Elfscape ed è dipendente da questo videogioco online, un’ossessione di cui si vergogna profondamente.

La sua vita subisce una scossa quando sua madre Faye, che lo ha abbandonato senza che lui sappia perché quando aveva solo undici anni, riappare improvvisamente sotto i riflettori dei media nazionali. La donna è stata arrestata per avere lanciato dei sassi contro un governatore populista e ultra-conservatore durante la campagna elettiva, venendo immediatamente etichettata dalla stampa come una pericolosa terrorista radicale.

A causa del rischio di licenziamento, conseguenza delle vicende legate alla studentessa Laura Pottsdam, e per pagare i debiti per l'anticipo ricevuto su un romanzo mai cominciato, Samuel accetta l’offerta di un cinico editore: scrivere una biografia spietata che distrugga la figura di sua madre. Per farlo, il protagonista deve scavare nel passato di Faye, in un viaggio che lo porterà dalle rivolte studentesche di Chicago del 1968 fino alle radici della propria famiglia in Norvegia. Qui scoprirà la leggenda del Nix, uno spirito della tradizione nordica. Il Nix assume le sembianze di un cavallo bianco per attirare i bambini, rapirli e portarli a fondo e, nel libro, si rivela una complessa chiave di lettura dell’abbandono della madre, trasformandosi nella metafora perfetta delle cose che amiamo e che finiscono per distruggerci.

C’è da dire che l’autore ha impiegato dieci anni per completare la sua opera prima e che, per quanto abbia amato moltissimo la sua scrittura sciolta, autentica, credibile e precisa, il testo non mi è apparso privo di difetti. Dirò di questi ultimi, per poi proseguire nell’elogio meritatissimo a questo autore.

Si vede che il libro è stato scritto nell’arco di un decennio. Alcune parti del romanzo, zeppe di digressioni enciclopediche, sembrano sviluppate a parte, in un momento differente dal flusso creativo originale. È come se l’autore si fosse mosso sulla base di una scaletta predefinita con la sua fabula lineare, lavorando solo in un secondo momento alle singole parti necessarie a creare il vero intreccio narrativo, scivolando all’indietro e di lato in modo ipertrofico. Questo procedere presenta il testo come frammentato, a tratti poco coeso, e soprattutto dà l’impressione che non abbia ricevuto i tagli che normalmente si fanno in fase di editing per donare compattezza e un’idea d’insieme.

Alcuni approfondimenti, benché così prolissi da essere essi stessi una storia a parte, sono letteralmente fantastici: ad esempio la figura di Laura Pottsdam, la studentessa, o, ancora meglio, il personaggio di Pwnage, ritratto mirabilmente, al punto che ci pare di conoscerlo e di vederlo come in un film, e anche lo stesso videogioco di draghi ed elfi. Altre sezioni, invece, potevano essere limate o addirittura tagliate, perché distolgono in modo corposo da quello che il lettore cerca: i fatti.

Verso la fine, la densità accumulata nelle prime cinquecento pagine si scontra purtroppo con la necessità di chiudere i cerchi narrativi. Alcuni nodi cruciali del passato e del presente vengono sciolti in modo un po’ sbrigativo o attraverso coincidenze fin troppo comode, attenuando parzialmente la potenza drammatica costruita fino a quel momento.

I punti di forza del romanzo risiedono tutti nello stile e nell’ambizione narrativa: Hill dimostra una maestria linguistica straordinaria, capace di passare con disinvoltura dal dramma intimo alla satira feroce. In particolare, risulta riuscito (e memorabile) l’uso di una tecnica stilistica audace: un intero capitolo sul personaggio di Pwnage (da pagina 592 a pagina 606) è composto da un’unica, travolgente, lunghissima frase che descrive l’ossessione e il flusso di coscienza del videogiocatore. Puro talento.

I dialoghi sono anch’essi potenti, esilaranti, meravigliosamente umani e trascinanti, in pieno stile grande romanzo americano.

Ho trovato l’opera estremamente attuale in relazione alla satira sociale e mediatica, con dinamiche che rimandano ai fatti di cronaca contemporanea italiana che in questi giorni muovono i salotti televisivi. La critica è spietata nei confronti del mondo dei media moderni e della politica polarizzata; Hill descrive perfettamente come la verità viene costantemente distorta per creare narrazioni appetibili al pubblico televisivo e ai social network.

Infine, la profondità psicologica dei personaggi è incisiva quanto il Nix stesso. Questa figura mitologica rappresenta i segreti di famiglia, le scelte sbagliate e il peso del passato che i genitori proiettano sui figli; il viaggio di Samuel diventa così un percorso di guarigione e di comprensione profonda del trauma materno.

Nonostante qualche lungaggine di troppo, Il Nix resta un debutto folgorante. Nathan Hill ha firmato un’opera importante che cattura perfettamente lo spirito del nostro tempo e l’eterno, difficile dialogo tra chi siamo e da dove veniamo. Lo fa egregiamente per contenuto ma, soprattutto, grazie alla sua abilità narrativa e al talento stilistico.


genere: narrativa

anno di pubblicazione:2018

pagine: 760

editore: Rizzoli


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