Il Nix - Nathan Hill -
recensione a cura di Carmen Nolasco
Il Nix
di Nathan Hill è il romanzo più interessante tra le mie letture di quest’anno.
Un esordio monumentale che scava a fondo nelle nevrosi della società americana
contemporanea, muovendosi tra satira sociale, dramma familiare e ricostruzione
storica.
La vicenda ruota attorno
a Samuel Andresen-Anderson, un giovane professore di inglese svogliato e
fallito come scrittore. Samuel gioca di continuo a Elfscape ed è
dipendente da questo videogioco online, un’ossessione di cui si vergogna
profondamente.
La sua vita subisce una
scossa quando sua madre Faye, che lo ha abbandonato senza che lui sappia perché
quando aveva solo undici anni, riappare improvvisamente sotto i riflettori dei
media nazionali. La donna è stata arrestata per avere lanciato dei sassi contro
un governatore populista e ultra-conservatore durante la campagna elettiva,
venendo immediatamente etichettata dalla stampa come una pericolosa terrorista
radicale.
A causa del rischio di
licenziamento, conseguenza delle vicende legate alla studentessa Laura
Pottsdam, e per pagare i debiti per l'anticipo ricevuto su un romanzo mai
cominciato, Samuel accetta l’offerta di un cinico editore: scrivere una
biografia spietata che distrugga la figura di sua madre. Per farlo, il
protagonista deve scavare nel passato di Faye, in un viaggio che lo porterà
dalle rivolte studentesche di Chicago del 1968 fino alle radici della propria
famiglia in Norvegia. Qui scoprirà la leggenda del Nix, uno spirito della
tradizione nordica. Il Nix assume le sembianze di un cavallo bianco per
attirare i bambini, rapirli e portarli a fondo e, nel libro, si rivela una
complessa chiave di lettura dell’abbandono della madre, trasformandosi nella
metafora perfetta delle cose che amiamo e che finiscono per distruggerci.
C’è da dire che l’autore
ha impiegato dieci anni per completare la sua opera prima e che, per quanto
abbia amato moltissimo la sua scrittura sciolta, autentica, credibile e
precisa, il testo non mi è apparso privo di difetti. Dirò di questi ultimi, per
poi proseguire nell’elogio meritatissimo a questo autore.
Si vede che il libro è
stato scritto nell’arco di un decennio. Alcune parti del romanzo, zeppe di
digressioni enciclopediche, sembrano sviluppate a parte, in un momento
differente dal flusso creativo originale. È come se l’autore si fosse mosso
sulla base di una scaletta predefinita con la sua fabula lineare, lavorando
solo in un secondo momento alle singole parti necessarie a creare il vero
intreccio narrativo, scivolando all’indietro e di lato in modo ipertrofico.
Questo procedere presenta il testo come frammentato, a tratti poco coeso, e
soprattutto dà l’impressione che non abbia ricevuto i tagli che normalmente si
fanno in fase di editing per donare compattezza e un’idea d’insieme.
Alcuni approfondimenti,
benché così prolissi da essere essi stessi una storia a parte, sono
letteralmente fantastici: ad esempio la figura di Laura Pottsdam, la
studentessa, o, ancora meglio, il personaggio di Pwnage, ritratto mirabilmente,
al punto che ci pare di conoscerlo e di vederlo come in un film, e anche lo
stesso videogioco di draghi ed elfi. Altre sezioni, invece, potevano essere
limate o addirittura tagliate, perché distolgono in modo corposo da quello che
il lettore cerca: i fatti.
Verso la fine, la densità
accumulata nelle prime cinquecento pagine si scontra purtroppo con la necessità
di chiudere i cerchi narrativi. Alcuni nodi cruciali del passato e del presente
vengono sciolti in modo un po’ sbrigativo o attraverso coincidenze fin troppo
comode, attenuando parzialmente la potenza drammatica costruita fino a quel
momento.
I punti di forza del
romanzo risiedono tutti nello stile e nell’ambizione narrativa: Hill dimostra
una maestria linguistica straordinaria, capace di passare con disinvoltura dal
dramma intimo alla satira feroce. In particolare, risulta riuscito (e
memorabile) l’uso di una tecnica stilistica audace: un intero capitolo sul
personaggio di Pwnage (da pagina 592 a pagina 606) è composto da un’unica,
travolgente, lunghissima frase che descrive l’ossessione e il flusso di
coscienza del videogiocatore. Puro talento.
I dialoghi sono anch’essi
potenti, esilaranti, meravigliosamente umani e trascinanti, in pieno stile
grande romanzo americano.
Ho trovato l’opera
estremamente attuale in relazione alla satira sociale e mediatica, con
dinamiche che rimandano ai fatti di cronaca contemporanea italiana che in
questi giorni muovono i salotti televisivi. La critica è spietata nei confronti
del mondo dei media moderni e della politica polarizzata; Hill descrive
perfettamente come la verità viene costantemente distorta per creare narrazioni
appetibili al pubblico televisivo e ai social network.
Infine, la profondità
psicologica dei personaggi è incisiva quanto il Nix stesso. Questa figura
mitologica rappresenta i segreti di famiglia, le scelte sbagliate e il peso del
passato che i genitori proiettano sui figli; il viaggio di Samuel diventa così
un percorso di guarigione e di comprensione profonda del trauma materno.
Nonostante qualche
lungaggine di troppo, Il Nix resta un debutto folgorante. Nathan Hill ha
firmato un’opera importante che cattura perfettamente lo spirito del nostro tempo
e l’eterno, difficile dialogo tra chi siamo e da dove veniamo. Lo fa
egregiamente per contenuto ma, soprattutto, grazie alla sua abilità narrativa e
al talento stilistico.
genere: narrativa
anno di pubblicazione:2018
pagine: 760
editore: Rizzoli

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