Cuore di cane – Michail Bulgakov –
recensione a cura di Francesca Tornabene
"Con la dolcezza. È il solo sistema possibile con un
essere vivente, qualunque sia il suo livello di sviluppo...il terrore non serve
a nulla".
Ancora una volta Bulgakov è riuscito a meravigliarmi.
Ho scoperto che all'epoca il testo circolava
clandestinamente e apparteneva alla cultura del dissenso politico.
Con la storia del cane Pallino - che subisce un trapianto e
inizia a mutare sembianze, pensieri e parole - mi ha trascinata in un viaggio
al limite del grottesco, sospeso tra la scienza e l'assurdo e il concetto di
umanità.
Ma cosa ci rende veramente UMANI?
Il titolo assume un significato solo dopo aver letto il
libro e sarà il professore Preobraženskij
a fornirci la spiegazione.
È questa la chiave di lettura per affrontare questo viaggio
e approfondire il labile confine tra umanità biologica e artificiale senza
tralasciare il contesto storico in cui nasce il libro.
Mi sono immersa totalmente in una satira spietata contro le
forzature dell'evoluzione sociale e biologica, specchio dell'ossessione umana
di andare oltre ogni limite.
Il libro rivela una verità amara. Per certi aspetti, la
trama evoca il mito di "Frankenstein", mostrando l'innocenza di una
creatura abbandonata al proprio destino dal suo creatore.
In tale contesto, l'animale non si eleva, anzi, degenera nei
vizi del nuovo essere sovietico.
Ciò che più agghiaccia è che, a un certo punto, questa
deriva viene persino istituzionalizzata e stipendiata dalla politica.
Ho divorato in pochi giorni 133 pagine fulminanti, sorrette
da una scrittura teatrale e senza tempo che non lascia scampo.
Il messaggio finale emerge con assoluta certezza: la vita e
la natura non possono essere profanate.
Quando la scienza e il potere pretendono di superare i
propri confini falliscono, generando caos e distruzione proprio perché ignorano
la dimensione spirituale ed etica dell'esistenza.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 1968
pagine: 149
editore: crescere

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