Quattro
presunti familiari - Davide Mencarelli -
“I suoi occhi senza pupilla erano come pianeti disabitati”.
Ho letto tutti i libri di Daniele Mencarelli amandolo per la scrittura e per la sua immensa capacità di scavare nella psicologia dei propri personaggi e descrivere la complessità della natura umana lacerando la superficie e arrivando in profondità.
Sono
rimasta molto stupita dell’uscita del nuovo romanzo con Sellerio che
presupponeva un cambio di genere: giallo o noir che fosse e pertanto ero molto
incuriosita. L’esito è stato molto soddisfacente: Mencarelli confeziona un
cupo, amaro noir e va oltre trasformandolo in un romanzo d’atmosfera che indaga
fragilità, disagio, dolore e violenza.
Poco
lontano da una caserma dei carabinieri di Latina viene ritrovato lo scheletro
di una donna e sono convocati quattro familiari di donne scomparse all'epoca
per il confronto del DNA: i coniugi Martelli, modesti e timidi, a cui era
scomparsa una figlia, Lucio Marini, un ragazzo insignificante abbandonato dalla
madre biologica, in seguito alla cui scomparsa è stato adottato e Liliana
Parrino, una signorina strana e supponente alla quale era scomparsa la sorella,
forse in fuga per amore. Per facilitare l’inchiesta, i quattro sono ospitati in
una pensioncina della zona e il maresciallo Damasi incarica Emanuele Circosta,
un giovane appuntato, di occuparsi di loro.
Da
vent’anni sono fortemente marchiati e consumati dal dolore e dal dubbio in un
limbo sconfortante; ora, finalmente, il confronto del test del DNA diventa la
possibilità di piangere finalmente la propria congiunta.
L’attesa
del suo esito si mischia al racconto della vita della caserma dove corruzione e
maltrattamenti ai fermati si sommano a brevi atti di solidarietà, contrasti ed
eccessi d’ira.
La
trama è un pretesto per Mencarelli per raccontare la storia dei familiari
presunti, le loro emozioni, i vizi segreti e descrivere in modo perfetto le
contraddizioni della natura umana, passando dal dolore per la scomparsa
inattesa e oscura di una persona cara, alla rivalità tra i familiari che
sperano che lo scheletro sia della loro congiunta, dal desiderio di non
rinunciare ai propri valori in un ambiente corrotto anche a costo di perdere
tutto, all’incapacità di un giovane carabiniere di liberarsi dagli istinti più
brutali.
La
scomparsa diventa quindi un espediente, non per un’indagine giudiziaria, ma per
un’indagine squisitamente psicologica di tutti i personaggi del romanzo.
Personaggi che raccontano una provincia sofferente, difficile e sintomatica del
male di vivere.
L’attesa
di vent’anni è stata una tortura e ognuno di loro vorrebbe essere il parente
“giusto”. Questo bisogno innesca tensioni, astio e rivalità fino al litigio.
L’attesa quindi, anziché essere condivisa, sfocia in un meccanismo tossico tra
normalità e pazzia. Man mano scorrono le
pagine attraverso i loro gesti, piccole confidenze, omissioni e cedimenti, i
parenti riveleranno le loro peculiarità e il lettore parteggia ora per l’uno,
ora per l’altro, nonostante la loro sgradevolezza.
Lo
sguardo che osserva è quello dell’appuntato Circosta, protagonista in
chiaroscuro del romanzo. È un giovane mediocre, sempre insicuro, pieno di
complessi, commette errori, ma non è appena arrivato: riconosce quando si sta
oltrepassando un limite e lo oltrepassa lui stesso. Si sente brutto, incapace e
vorrebbe essere qualcuno sapendo di non essere abbastanza. Nonostante questa
sua ambiguità cerca un legame con i presunti familiari, è con loro gentile, non
si limita alla loro sorveglianza, e proprio in questo sta la caratteristica del
suo comportamento: il contrasto continuo tra ciò che sente e ciò che fa.
Per
mezzo del collega di Circosta, il brigadiere Liberati, spietato, cinico e
corrotto, l’autore ci presenta un altro tema importante affrontato dal romanzo:
il potere rappresentato dalla divisa che, senza regole etiche diventa abuso.
Chi non dispone di un’educazione morale solida e non è strutturato
psicologicamente si espone a comportamenti illegali di sopruso e quel che è
peggio è il silenzio, la connivenza di quelli che lo circondano. A fare da
argine c’è il maresciallo Damasi, saggio e positivo, con una scelta quotidiana
e solitaria rappresenta come dovrebbe essere l’istituzione: assistenza,
coscienza, equilibrio e rispetto.
Latina
che fa da sfondo alla vicenda rappresenta una memoria storica ingombrante,
quella del fascismo, nel romanzo ricordato e normalizzato; in caserma ci sono
ancora cimeli del periodo insieme a un mezzobusto di Mussolini, particolare
simbolico di un contesto in cui la vicenda di Circosta non è solo la storia di
un giovane carabiniere a un bivio, ma la fotografia di una società in cui scegliere
l’onestà denota spesso l’esclusione e andare controcorrente.
Mencarelli
scrive in modo semplice, efficace, ma mai banale, i capitoli sono brevi ed
incisivi. Si pone nelle vesti dell’osservatore senza dare giudizi. Latenti una
violenza cruda, spesso frenata e una malinconia ininterrotta. Perfino le
pulsioni sessuali, quasi ossessive, del protagonista prendono spazio nelle
pagine a rivelare solitudine, fragilità e bisogno inespresso di contatto umano.
Con
l’esito del DNA il caso si chiude, ma non ci sono vincitori, le ferite
rimangono aperte e non c’è giustizia per la violenza istituzionale. Non c’è
consolazione, ma non c’è solo disperazione. Il romanzo porta il lettore alla
comprensione dell’umanità dolente osservata attraverso la lettura e non gli fa
scegliere da che parte stare perché nessuno è innocente.
“Agli
scomparsi nel nulla e alle loro famiglie, in supplizio perenne.”
“A tutti coloro che rappresentano le istituzioni senza farsi stravolgere
dall’esercizio del potere.”
Questi
sono i concisi ringraziamenti finali dell’autore che confermano l’anima del
libro.
Anno di pubblicazione 2026
pagine: 296
editore: Sellerio

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