Tornare alla natura per sentirci a casa ovunque andremo
Quando, ormai undici anni fa, mentre aspettavo la mia prima
figlia, Désirée, cambiai radicalmente vita, sapevo che avrei perso moltissimo.
Avevo due situazioni di lavoro aperte a Roma, un posto come
co- responsabile educativa in un nido privato e un centro per la famiglia
realizzato da me, insieme a tre psicoterapeuti, in zona Parioli. Si trattava di
situazioni conquistate dopo anni e anni di investimenti, formazione e lavori
estremamente impegnativi per mantenermi.
Avevo una vita lì che nel bene e nel male proseguiva da
dodici anni, avevo amici, conoscenti, un percorso di danza latinoamericana
avviato nel 2007 e uno di danza del ventre cominciato nel 2012.
Avevo soprattutto la percezione di possibilità che Roma
sempre porta con sé, il trovarmi in mezzo la strada senza essere riconosciuta,
vista, indicata, giudicata.
Avevo modo di esprimere la mia personalità, sbagliare,
conoscermi, sperimentare, sbagliare ancora.
Ed è stata dura cambiare tutto, lo è ancora.
Il contesto in cui sarei tornata non mi avrebbe mai dato le
stesse possibilità, lo sapevo, non mi avrebbe mai più fatta sentire completa,
accettata, accolta, nelle mie varie parti, nelle mie tante anime.
Non avrei più avuto occasioni di crescita preziose, non
avrei più potuto inventare sogni velocemente e cercare di realizzarli, non
avrei più potuto dire "certo, ci sarò" ai millemila convegni,
incontri, spettacoli, concerti
Tutto sarebbe stato un "non posso", tutto sarebbe
stato monotono e ripetitivo, soprattutto per me, che determinati linguaggi non
li ho mai capiti, né sono mai riuscita a far comprendere i miei.
Altro che l'alienazione della città eterna. Di me si
sarebbero ricordati, eccome: dal primo rigurgito all'asilo, da quel pianto in
prima elementare, da quella caduta alle scuole medie, da quel primo errore
sentimentale... Lo spiega molto bene Ignazio Silone quando descrive Fontamara,
questo borgo immaginario collocato proprio qui dove sono nata: «A chi guarda
Fontamara da lontano, dal Feudo del Fucino, l’abitato sembra un gregge di
pecore scure e il campanile un pastore. Un villaggio insomma come tanti altri;
ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera storia universale vi si
svolge: nascite morti amori odii invidie lotte disperazioni» (Ignazio Silone,
Fontamara).
Sapevo, insomma, che tutto sarebbe stato inserito in una
trama precisa e miope ad un tempo, tutto sarebbe stato incasellato in un
giudizio: snob, antipatica, geniale, stupida, secchiona, principessa, altezzosa
e così via. Ma così è per tutti i personaggi dei piccoli centri: « “Per
vent’anni il solito cielo, circoscritto dall’anfiteatro delle montagne che
serrano il Feudo come una barriera senza uscita; per vent’anni la solita terra,
le solite piogge, il solito vento, la solita neve, le solite feste, i soliti
cibi, le solite angustie, le solite pene, la solita miseria: la miseria
ricevuta dai padri, che l’avevano ereditata dai nonni, e contro la quale il
lavoro onesto non è mai servito proprio a niente», sempre Silone.
Qui poi il tutto è rinforzato dalla conformazione del
territorio: montagna, strade strette, piazze, tutto evoca un tempo passato che
non esiste più. I trattori si scorgono di rado nelle strade ormai, ma è
possibile immaginarli ancora, carichi di animali o di fieno.
Nel mio paese natio che un moto di orgoglio ci fa chiamare,
da diversi anni ormai, “città”, non avrei mai avuto le stesse occasioni per i
miei scritti, non avrei più potuto dire "questo corso mi interessa" e
tutto questo non lo avrebbero mai avuto nemmeno le mie figlie.
Solo una cosa avrei donato loro in cambio, e questa cosa io
e il loro papà non ce la siamo davvero sentiti di togliere loro: un incontro
quotidiano con la natura: orto, mestieri, animali, odori. Del resto, sapevo che
non avrebbero avuto neppure una società imperfetta come quella che ho avuto io
durante l’infanzia, dove era ancora possibile - pur con tutte le ombre che
incombevano sul nostro cielo e che noi continuavamo ad ignorare - sentirsi
parte di un tutto, calpestare la strada, sentire i rumori dolci di posate e
televisione arrivare dalle case mentre si giocava nei prati abbandonati e nei
cortili; era ancora possibile annaffiare sogni nella terra, esprimere desideri
con le stelle, camminare per ore ed ore e temere di essersi persi.
Oggi, il paese in cui sono cresciuta, al pari di una grande
città, non lo consente più. Sono sparite le persone di ogni età ferme ai bordi
delle strade, sono finiti i ritrovi senza appuntamento, e al loro posto sono
comparse 74 telecamere.
Sono tante le persone ferme sotto i lampioni per smerciare
droga e sono tante le macchine, più delle persone; è così impossibile avere la
serenità che si aveva allora nel lasciare bambini molto piccoli da soli per
strada, anche di sera. Il fatto è che non eravamo soli.
L’odio che forse allora si nutriva in sottofondo come una
latente invidia e si teneva, tutto sommato, a bada, allenato tra i buoni
propositi e la voglia di stare insieme, oggi si trova in primo piano nei nostri
pensieri e nelle nostre azioni. Oggi se vediamo un bambino da solo non volgiamo
lo sguardo per capire che succede, no, pensiamo “meglio che mi faccio i fatti
miei” e chi non se li fa è quasi sempre per giudicare.
Allora no, allora si diceva: “con chi sei? Che fai? Stai
attento!”, oppure si lanciava lo sguardo più in là e bastava scorgere il cugino
di appena due anni più grande per stare sereni. Non si rischiava una denuncia a
fare una domanda a un bambino, persino a toccarlo per farlo scendere da un
muretto pericolante, né i genitori rischiavano di trovarsi le forze dell'ordine
o gli assistenti sociali alle calcagna.
La nostra mente è cambiata, abbiamo ingoiato anni e anni di
diffidenza, di paura e di (pre)giudizio che ci hanno resi ostili gli uni agli
altri. Vi chiedo: quando vi trovate in una strada buia e isolata e vedete
arrivare qualcuno, provate sollievo o paura? Quasi temo la nostra risposta:
potremmo dover ammettere che da diverso tempo per noi l'idea dell'altro sia
fonte di allerta più che di rassicurazione.
E allora torna importante il discorso della natura: avere
occasione di calpestare l’erba, nutrire gli animali, vederli nascere,
accoppiarsi, ammalarsi, morire, scoprire la generosità della natura e la sua
ostilità, con raccolti portentosi o nulli, sempre diversi da un anno all'altro,
sperimentare la presa che ha sulla realtà il lavoro dell'uomo, la sua costanza
o i suoi errori, partecipare alla semina e al raccolto, pulire gli spazi
esterni, raccogliere le foglie, imparare i nomi e l’uso di attrezzi, utensili e
mezzi; imparare l’odore di ogni fiore e ogni pianta; imparare a fare dolci e
ammassare la pasta, approcciarsi al ricamo, tutto questo in una società come la
nostra può essere un punto di ripartenza, ma a me oggi non sembra più un di
più, mi appare come una base necessaria e imprescindibile per poter dire di
aver dato ai bambini una opportunità reale di sentirsi vive, di sfuggire al non
senso, di percepirsi parte di un mondo giusto come giusta è sempre la natura.
Tutto questo mi appare oggi come la bombola d’ossigeno per
una persona che si trovi in uno spazio angusto, senza l’ossigeno necessario.
E allora so che la mia scelta è stata giusta, che ho
cambiato loro la vita, che un domani potranno attingere al pozzo della loro
infanzia e farsi grandi davvero.
Perché chi ha imparato tutto questo può vivere anche in una
grande metropoli mantenendo la bussola, la pienezza interiore e la ricerca del
senso e della bellezza, mentre se veniamo allontanati dalla nostra natura
animale/spirituale, non ci sentiremo mai a casa da nessuna parte, saremo per
sempre estranei a noi stessi, in ogni paesino di montagna, in ogni città.
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