giovedì 9 aprile 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - TORNARE ALLA NATURA PER SENTIRCI A CASA OVUNQUE ANDREMO

 



Tornare alla natura per sentirci a casa ovunque andremo


Quando, ormai undici anni fa, mentre aspettavo la mia prima figlia, Désirée, cambiai radicalmente vita, sapevo che avrei perso moltissimo.

Avevo due situazioni di lavoro aperte a Roma, un posto come co- responsabile educativa in un nido privato e un centro per la famiglia realizzato da me, insieme a tre psicoterapeuti, in zona Parioli. Si trattava di situazioni conquistate dopo anni e anni di investimenti, formazione e lavori estremamente impegnativi per mantenermi.

Avevo una vita lì che nel bene e nel male proseguiva da dodici anni, avevo amici, conoscenti, un percorso di danza latinoamericana avviato nel 2007 e uno di danza del ventre cominciato nel 2012.

Avevo soprattutto la percezione di possibilità che Roma sempre porta con sé, il trovarmi in mezzo la strada senza essere riconosciuta, vista, indicata, giudicata.

Avevo modo di esprimere la mia personalità, sbagliare, conoscermi, sperimentare, sbagliare ancora.

Ed è stata dura cambiare tutto, lo è ancora.

Il contesto in cui sarei tornata non mi avrebbe mai dato le stesse possibilità, lo sapevo, non mi avrebbe mai più fatta sentire completa, accettata, accolta, nelle mie varie parti, nelle mie tante anime.

Non avrei più avuto occasioni di crescita preziose, non avrei più potuto inventare sogni velocemente e cercare di realizzarli, non avrei più potuto dire "certo, ci sarò" ai millemila convegni, incontri, spettacoli, concerti

Tutto sarebbe stato un "non posso", tutto sarebbe stato monotono e ripetitivo, soprattutto per me, che determinati linguaggi non li ho mai capiti, né sono mai riuscita a far comprendere i miei.

Altro che l'alienazione della città eterna. Di me si sarebbero ricordati, eccome: dal primo rigurgito all'asilo, da quel pianto in prima elementare, da quella caduta alle scuole medie, da quel primo errore sentimentale... Lo spiega molto bene Ignazio Silone quando descrive Fontamara, questo borgo immaginario collocato proprio qui dove sono nata: «A chi guarda Fontamara da lontano, dal Feudo del Fucino, l’abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile un pastore. Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera storia universale vi si svolge: nascite morti amori odii invidie lotte disperazioni» (Ignazio Silone, Fontamara).

Sapevo, insomma, che tutto sarebbe stato inserito in una trama precisa e miope ad un tempo, tutto sarebbe stato incasellato in un giudizio: snob, antipatica, geniale, stupida, secchiona, principessa, altezzosa e così via. Ma così è per tutti i personaggi dei piccoli centri: « “Per vent’anni il solito cielo, circoscritto dall’anfiteatro delle montagne che serrano il Feudo come una barriera senza uscita; per vent’anni la solita terra, le solite piogge, il solito vento, la solita neve, le solite feste, i soliti cibi, le solite angustie, le solite pene, la solita miseria: la miseria ricevuta dai padri, che l’avevano ereditata dai nonni, e contro la quale il lavoro onesto non è mai servito proprio a niente», sempre Silone.

Qui poi il tutto è rinforzato dalla conformazione del territorio: montagna, strade strette, piazze, tutto evoca un tempo passato che non esiste più. I trattori si scorgono di rado nelle strade ormai, ma è possibile immaginarli ancora, carichi di animali o di fieno.

Nel mio paese natio che un moto di orgoglio ci fa chiamare, da diversi anni ormai, “città”, non avrei mai avuto le stesse occasioni per i miei scritti, non avrei più potuto dire "questo corso mi interessa" e tutto questo non lo avrebbero mai avuto nemmeno le mie figlie.

Solo una cosa avrei donato loro in cambio, e questa cosa io e il loro papà non ce la siamo davvero sentiti di togliere loro: un incontro quotidiano con la natura: orto, mestieri, animali, odori. Del resto, sapevo che non avrebbero avuto neppure una società imperfetta come quella che ho avuto io durante l’infanzia, dove era ancora possibile - pur con tutte le ombre che incombevano sul nostro cielo e che noi continuavamo ad ignorare - sentirsi parte di un tutto, calpestare la strada, sentire i rumori dolci di posate e televisione arrivare dalle case mentre si giocava nei prati abbandonati e nei cortili; era ancora possibile annaffiare sogni nella terra, esprimere desideri con le stelle, camminare per ore ed ore e temere di essersi persi.

Oggi, il paese in cui sono cresciuta, al pari di una grande città, non lo consente più. Sono sparite le persone di ogni età ferme ai bordi delle strade, sono finiti i ritrovi senza appuntamento, e al loro posto sono comparse 74 telecamere.

Sono tante le persone ferme sotto i lampioni per smerciare droga e sono tante le macchine, più delle persone; è così impossibile avere la serenità che si aveva allora nel lasciare bambini molto piccoli da soli per strada, anche di sera. Il fatto è che non eravamo soli.

L’odio che forse allora si nutriva in sottofondo come una latente invidia e si teneva, tutto sommato, a bada, allenato tra i buoni propositi e la voglia di stare insieme, oggi si trova in primo piano nei nostri pensieri e nelle nostre azioni. Oggi se vediamo un bambino da solo non volgiamo lo sguardo per capire che succede, no, pensiamo “meglio che mi faccio i fatti miei” e chi non se li fa è quasi sempre per giudicare.

Allora no, allora si diceva: “con chi sei? Che fai? Stai attento!”, oppure si lanciava lo sguardo più in là e bastava scorgere il cugino di appena due anni più grande per stare sereni. Non si rischiava una denuncia a fare una domanda a un bambino, persino a toccarlo per farlo scendere da un muretto pericolante, né i genitori rischiavano di trovarsi le forze dell'ordine o gli assistenti sociali alle calcagna.

La nostra mente è cambiata, abbiamo ingoiato anni e anni di diffidenza, di paura e di (pre)giudizio che ci hanno resi ostili gli uni agli altri. Vi chiedo: quando vi trovate in una strada buia e isolata e vedete arrivare qualcuno, provate sollievo o paura? Quasi temo la nostra risposta: potremmo dover ammettere che da diverso tempo per noi l'idea dell'altro sia fonte di allerta più che di rassicurazione.

E allora torna importante il discorso della natura: avere occasione di calpestare l’erba, nutrire gli animali, vederli nascere, accoppiarsi, ammalarsi, morire, scoprire la generosità della natura e la sua ostilità, con raccolti portentosi o nulli, sempre diversi da un anno all'altro, sperimentare la presa che ha sulla realtà il lavoro dell'uomo, la sua costanza o i suoi errori, partecipare alla semina e al raccolto, pulire gli spazi esterni, raccogliere le foglie, imparare i nomi e l’uso di attrezzi, utensili e mezzi; imparare l’odore di ogni fiore e ogni pianta; imparare a fare dolci e ammassare la pasta, approcciarsi al ricamo, tutto questo in una società come la nostra può essere un punto di ripartenza, ma a me oggi non sembra più un di più, mi appare come una base necessaria e imprescindibile per poter dire di aver dato ai bambini una opportunità reale di sentirsi vive, di sfuggire al non senso, di percepirsi parte di un mondo giusto come giusta è sempre la natura.

Tutto questo mi appare oggi come la bombola d’ossigeno per una persona che si trovi in uno spazio angusto, senza l’ossigeno necessario.

E allora so che la mia scelta è stata giusta, che ho cambiato loro la vita, che un domani potranno attingere al pozzo della loro infanzia e farsi grandi davvero.

Perché chi ha imparato tutto questo può vivere anche in una grande metropoli mantenendo la bussola, la pienezza interiore e la ricerca del senso e della bellezza, mentre se veniamo allontanati dalla nostra natura animale/spirituale, non ci sentiremo mai a casa da nessuna parte, saremo per sempre estranei a noi stessi, in ogni paesino di montagna, in ogni città.

 


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