La morte di Ivan Il'ic - Lev Tolstoj -
recensione a cura di Francesca Simoncelli
Il romanzo “La
morte di Ivan Il’ic” è una delle meravigliose creature, nate dalla penna di Lev
Tolstoj nel 1886; è ambientato a San Pietroburgo negli anni 80 del 1800.
La storia
inizia in un ufficio di un tribunale, dove alcuni magistrati, leggendo sul
giornale della morte di un loro collega, Ivan Il’ic, protagonista del libro, che
era malato da tempo, si interrogano su chi lo sostituirà.
Un giudice
suo amico, dopo il lavoro, si reca a trovare la vedova e lei si lamenta con lui
della condizione in cui il marito ha lasciato la famiglia e chiede come poter
ottenere la reversibilità della pensione. Il giudice, uscendo dalla casa del
defunto, va a giocare a carte da amici.
Insomma, né
ai colleghi, né alla famiglia, né all’ amico interessa veramente della morte di
Ivan Il’ic, ma ognuno guarda la sua dipartita secondo il proprio tornaconto
personale.
Da qui
inizia il racconto della vita di Ivan Il’ic, uomo borghese, che di lavoro fa il
magistrato e che è sempre preoccupato della considerazione dei suoi superiori e
della possibile scalata sociale. Anche nella vita personale, si sposa per
convenienza, più che per amore.
Tutto
procede secondo i suoi piani, fino a che non accade un incidente, che da
principio sembra banale, ma che si rivela sempre più grave.
Comincia
così per il protagonista un calvario fatto di consultazioni di medici e
insofferenze, che lo porta alla sempre maggiore consapevolezza
dell’indifferenza delle persone sane nei confronti dei malati, anche dei suoi
familiari più stretti, come la figlia e la moglie, che vivono la malattia di
Ivan Il’ic più come una seccatura per loro, che come un serio problema per lui.
Questa
mancanza di comprensione lo demoralizza e lo fa riflettere molto: gli fa porre
domande sul senso della vita.
Solo una
persona si prende volentieri cura di lui: un personaggio modesto, ma di buon
cuore, che ha pietà di lui e lo assiste fino all’ ultimo momento.
Ivan Il’ic
inizierà un percorso introspettivo e rivedrà tutte le sue priorità morali e la
sua scala dei valori, sia nel mondo lavorativo, che in quello familiare,
riuscendo a capire che quello che aveva ritenuto importante fino ad allora, in
verità non lo era affatto.
Alla fine
della vita, Ivan Il’ic si chiede se sia stato giusto seguire le convenzioni,
vivere secondo quello che gli altri si aspettavano da lui, per essere accettato
e rispettato o se sarebbe stato meglio essere se stesso.
Ne è valsa
veramente la pena?
Libro breve,
ma intenso, influenzato dalla crisi spirituale di Tolstoj, ha come fulcro la
morte, ma necessariamente anche la vita e come va vissuta: essendo se stessi,
senza un eccessivo attaccamento al denaro e facendo attenzione a non perdere i
nostri valori.
Magistrale
la narrazione di Tolstoj, che descrive il dolore sempre più forte, acuto,
lancinante del protagonista, fino a farlo sentire al lettore, attraverso le
pagine del libro; si percepisce tutta la sua frustrazione per l’ abbandono
della famiglia, la solitudine di un uomo, che per tutta la vita ha cercato di
essere rispettabile e rispettato, la disperazione, la rassegnazione ed infine
la serenità per la fine ormai vicina, in un cammino psicologico e spirituale
intenso, che l’ autore racconta così bene che il lettore agonizza ed infine
muore insieme al protagonista.
Le
descrizioni di Tolstoj sono spietate, sia nei confronti della famiglia,
ingrata, priva di affetto e di pietà, sia dei colleghi, contenti soltanto che
l’ infausta sorte non sia toccata a loro
e interessati alla posizione vacante in tribunale.
Come ogni
opera classica di ingente calibro, rimane attuale attraverso i secoli e non
potrebbe esserlo di più in un momento storico di grande confusione politica,
sociale e personale, riguardo il senso della vita e il rispetto dei valori,
come lo sono i nostri giorni.

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