venerdì 20 marzo 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - IL POPOLO DELLE LAUREE A CROCETTA: I NUOVI INDIFFERENTI

 


Il popolo delle lauree a crocetta: i nuovi indifferenti


Eppure in questo nostro mondo capovolto esistono ancora Giornate della memoria. Di anno in anno, di stretta di mano in stretta di mano, esse sono diventate sempre più esibizioni macchiettistiche di vuoti culturali ed emotivi, grimaldelli volti a chiudere per sempre porte molto preziose e profonde da cui accedere verso il nostro immaginario, verso la nostra consapevolezza, verso le nostre ombre. Abbiamo chiuso lì dietro i nostri orrori, con la pretesa che siano ormai finiti; abbiamo deciso che essi appartengano ad altri da noi e che noi siamo nella parte giusta della storia; abbiamo immaginato che lo sterminio degli ebrei potesse diventare simulacro intoccabile anziché paradigma vivo e vitale, pronto a ricordarci ogni santo giorno chi siamo, da dove veniamo e cosa – non come etnia, non in relazione al momento storico, non quale malformazione dell’animo umano – noi siamo capaci di fare. Cosa noi siamo, sempre.

E così, mentre di anno in anno, non facciamo che puntellare i nostri calendari di cose da ricordare, abbiamo dimenticato tutto.

Eppure, mi dico, i giorni da ricordare sono tutti quelli in cui la coscienza si obnubila al cospetto di un’idea, e l’idea prende a valere più dell’uomo. Quei giorni sono molti, nel passato e ancora oggi. Forse perché come specie non siamo un granché? Non lo so… Forse perché viviamo preda di paure, la più grande? Quella di non esistere.

Mentre assistiamo allo sterminio dei palestinesi da parte di Stati democratici, appoggiati anche dal nostro, consiglio la rilettura di Pasolini e di Silone; ho omaggiato quest’ultimo qualche mese fa recandomi davanti la sua tomba e dedicandogli il primo incontro di un ciclo di video letture (“Letture d’autore”), una nuova avventura in cui mi sono imbarcata, nella folle idea di continuare a generare bellezza mentre il mondo intero esplode.

Sì, diciamolo, l’Italia è politicamente, militarmente e mediaticamente al fianco di Israele, e non basterà qualche tiepido voltafaccia in prima serata a ripulire un’immagine ormai completamente compromessa.

Ma perché proprio Pasolini e Silone? Entrambi loro oro hanno senz’altro criticato il fascismo, ma hanno avuto il grande merito di non trasformarlo in altare consacrato a una doppia morale. Non appena il gioco è cambiato, hanno avuto il coraggio di guardare. E noi con loro possiamo guardare le mancanze, gli errori e le falle del presente. L’ unico modo del resto – guardare questa nostra dis-umanitá – per dare un senso all’accaduto. Come ci hanno chiesto i sopravvissuti, come ci ha chiesto Primo Levi, prima dell’ultimo volo.

Cosa accomuna il fascismo alle odierne democrazie antifasciste?

Ci vengono in aiuto questi due giganti: «L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è ora, il fascismo; la continuità tra il ventennio fascista e il trentennio democristiano trova il suo fondamento sul caos morale e economico, sul qualunquismo come immaturità politica e sull’emarginazione dell’Italia dai luoghi per dove passa la storia», dice Pasolini.

«Il fascismo non è stata una fatalità (perché nessun evento è una fatalità). In ogni situazione storica lo sviluppo può imboccare strade diversissime e ciò che in definitiva risulta decisivo sono la coscienza, la volontà e la forza degli esseri umani; no, il fascismo veramente non è caduto dal cielo ed esso non ha sottomesso a sé uomini liberi, ma folle già predisposte a servire dal loro modo quotidiano di vivere e già educate a ubbidire da tutte le forme della vita democratica: insegnamento scolastico, servizio militare, pratiche religiose, e anche dall’addestramento ricevuto nei sindacati e partiti d’opposizione, centralizzati e burocratizzati come il resto», ci dice Silone.

Io non voto da anni e non appoggio alcun partito, perché siamo da tempo nelle mani di un manipolo di psicopatici, e i volti dei politici e dei giornalisti non sono che l’ultima comparsa di una vetta di nomi e facce che si trova molto molto più in alto, e che è a noi semi sconosciuta. Piaccia o no, è comunque un fatto che questi bambini vengono uccisi con i nostri voti, con i nostri soldi, con le nostre mani attaccate al telecomando di programmi sempre più ridicoli e osceni che confondono la realtà con un reality, che passano da una finta partecipazione al dolore dei palestinesi ad accusare chiunque si opponga al loro genocidio di antisemitismo.

Diciamo “basta”, oppure come disse Primo Levi ci si sfacci la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.

È certamente più facile crogiolarsi, con un libro in mano o un telecomando per guardare l’ennesima farsa delle giornate sulla memoria, nella convinzione che gli indifferenti, i mostri, siano altri, coloro che a pochi metri dal ferro spinato trascorrevano le loro giornate avvolti in calde pellicce, coloro che in seguito dissero «io non ne ho saputo niente!». Erano certamente persone diverse da noi. Sicuramente se ci fossimo stati noi le cose sarebbero andate diversamente… Eccetera eccetera. Questo ci raccontano maestre e presidi prima della merenda, dopo il minuto di silenzio.

Leggendo alcune testimonianze e alcuni scritti, sin da bambina, ho capito con dolore che le cose non stanno così: a parte qualche anima rara, rarissima, ognuno di noi è esattamente come quelle masse e si sarebbe comportato proprio allo stesso modo.

Oggi sta accadendo. Ciò che accade a Gaza lo sappiamo tutti e in tempi record: abbiamo le home piene di immagini a riguardo, ma si alternano a quelle di un gatto spiritoso, di una vignetta anestetizzante, di una bella gamba, di una polemica sterile.

E poi c’è tanta manipolazione. Il falso e il vero non esistono nemmeno più. Ridicolo anche parlarne.

Ed è per questo che siamo tutti contrari alla guerra ma sempre a quella degli altri, e abbiamo un “se” e un “ma” pronti per le nostre guerre, quelle per cui i padroni del mondo ci chiedono di parteggiare.

Siamo dei maestri nel parteggiare, siamo il popolo delle lauree a crocette, dei sì e dei no senza sfumature, del “sei fascista o comunista?”, “sei di destra o di sinistra?”. Abbiamo sempre due opzioni e guai ad immaginarne una terza.

In fondo, guardare lo sterminio del popolo palestinese non è diverso da guardare programmi osceni come il Grande Fratello. Un’emoticon o un commento piccato sarà più che sufficiente a liquidare la questione. Eppure sta accadendo davvero, e il reality si fa realtà ogni volta che provano dolore, desolazione, strazio, freddo, fame, angoscia, paura.

Che sciagura apprendere, dal nostro divano, che quello che abbiamo dentro è mostruoso, anche se una vita di spritz e saluti cortesi nei cortili della scuola ci esonera dal palesarlo.

Ma eccoci pronti a lasciare fuori dagli ospedali o dalle cene i nostri vicini se l’occasione si presenta, a massacrare manifestanti inermi, ad avallare politiche demoniache, a godere della sottrazione dei figli a famiglie amorevoli, ad ucciderci l’un l’altro: uomo contro uomo.

Che sciagura apprendere che siamo una specie così mal riuscita, così nefasta per noi stessi e per l’universo. Che sciagura sapere che se mai verranno scritti e pubblicati libri onesti sul tema, gli indifferenti, i mostri, saremo stati proprio noi.

Eppure, sarebbe bastato amarla, questa vita.

E io camminerò leggero,

andando avanti, scegliendo per sempre

la vita, la gioventù.


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