Il popolo delle lauree a crocetta: i nuovi indifferenti
Eppure in questo nostro mondo capovolto esistono ancora
Giornate della memoria. Di anno in anno, di stretta di mano in stretta di mano,
esse sono diventate sempre più esibizioni macchiettistiche di vuoti culturali
ed emotivi, grimaldelli volti a chiudere per sempre porte molto preziose e
profonde da cui accedere verso il nostro immaginario, verso la nostra
consapevolezza, verso le nostre ombre. Abbiamo chiuso lì dietro i nostri
orrori, con la pretesa che siano ormai finiti; abbiamo deciso che essi appartengano
ad altri da noi e che noi siamo nella parte giusta della
storia; abbiamo immaginato che lo sterminio degli ebrei potesse diventare
simulacro intoccabile anziché paradigma vivo e vitale, pronto a ricordarci ogni
santo giorno chi siamo, da dove veniamo e cosa – non come etnia, non in
relazione al momento storico, non quale malformazione dell’animo umano – noi
siamo capaci di fare. Cosa noi siamo, sempre.
E così, mentre di anno in anno, non facciamo che puntellare
i nostri calendari di cose da ricordare, abbiamo dimenticato tutto.
Eppure, mi dico, i giorni da ricordare sono tutti quelli in
cui la coscienza si obnubila al cospetto di un’idea, e l’idea prende a valere
più dell’uomo. Quei giorni sono molti, nel passato e ancora oggi. Forse perché
come specie non siamo un granché? Non lo so… Forse perché viviamo preda di
paure, la più grande? Quella di non esistere.
Mentre assistiamo allo sterminio dei palestinesi da parte di
Stati democratici, appoggiati anche dal nostro, consiglio la rilettura di
Pasolini e di Silone; ho omaggiato quest’ultimo qualche mese fa recandomi
davanti la sua tomba e dedicandogli il primo incontro di un ciclo di video
letture (“Letture d’autore”), una nuova avventura in cui mi sono imbarcata,
nella folle idea di continuare a generare bellezza mentre il mondo intero
esplode.
Sì, diciamolo, l’Italia è politicamente, militarmente e
mediaticamente al fianco di Israele, e non basterà qualche tiepido voltafaccia
in prima serata a ripulire un’immagine ormai completamente compromessa.
Ma perché proprio Pasolini e Silone? Entrambi loro oro hanno
senz’altro criticato il fascismo, ma hanno avuto il grande merito di non
trasformarlo in altare consacrato a una doppia morale. Non appena il gioco è
cambiato, hanno avuto il coraggio di guardare. E noi con loro possiamo guardare
le mancanze, gli errori e le falle del presente. L’ unico modo del resto –
guardare questa nostra dis-umanitá – per dare un senso all’accaduto. Come ci
hanno chiesto i sopravvissuti, come ci ha chiesto Primo Levi, prima dell’ultimo
volo.
Cosa accomuna il fascismo alle odierne democrazie
antifasciste?
Ci vengono in aiuto questi due giganti: «L’Italia sta
marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo,
moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a
questa marcescenza è ora, il fascismo; la continuità tra il ventennio fascista
e il trentennio democristiano trova il suo fondamento sul caos morale e
economico, sul qualunquismo come immaturità politica e sull’emarginazione
dell’Italia dai luoghi per dove passa la storia», dice Pasolini.
«Il fascismo non è stata una fatalità (perché nessun evento
è una fatalità). In ogni situazione storica lo sviluppo può imboccare strade
diversissime e ciò che in definitiva risulta decisivo sono la coscienza, la
volontà e la forza degli esseri umani; no, il fascismo veramente non è caduto
dal cielo ed esso non ha sottomesso a sé uomini liberi, ma folle già
predisposte a servire dal loro modo quotidiano di vivere e già educate a
ubbidire da tutte le forme della vita democratica: insegnamento scolastico, servizio
militare, pratiche religiose, e anche dall’addestramento ricevuto nei
sindacati e partiti d’opposizione, centralizzati e burocratizzati come il
resto», ci dice Silone.
Io non voto da anni e non appoggio alcun partito, perché
siamo da tempo nelle mani di un manipolo di psicopatici, e i volti dei politici
e dei giornalisti non sono che l’ultima comparsa di una vetta di nomi e facce
che si trova molto molto più in alto, e che è a noi semi sconosciuta. Piaccia o
no, è comunque un fatto che questi bambini vengono uccisi con i nostri voti,
con i nostri soldi, con le nostre mani attaccate al telecomando di programmi
sempre più ridicoli e osceni che confondono la realtà con un reality, che
passano da una finta partecipazione al dolore dei palestinesi ad accusare
chiunque si opponga al loro genocidio di antisemitismo.
Diciamo “basta”, oppure come disse Primo Levi ci si sfacci
la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.
È certamente più facile crogiolarsi, con un libro in mano o
un telecomando per guardare l’ennesima farsa delle giornate sulla memoria,
nella convinzione che gli indifferenti, i mostri, siano altri, coloro che a
pochi metri dal ferro spinato trascorrevano le loro giornate avvolti in calde
pellicce, coloro che in seguito dissero «io non ne ho saputo niente!». Erano
certamente persone diverse da noi. Sicuramente se ci fossimo stati noi le cose
sarebbero andate diversamente… Eccetera eccetera. Questo ci raccontano
maestre e presidi prima della merenda, dopo il minuto di silenzio.
Leggendo alcune testimonianze e alcuni scritti, sin da
bambina, ho capito con dolore che le cose non stanno così: a parte qualche
anima rara, rarissima, ognuno di noi è esattamente come quelle masse e si
sarebbe comportato proprio allo stesso modo.
Oggi sta accadendo. Ciò che accade a Gaza lo sappiamo tutti
e in tempi record: abbiamo le home piene di immagini a riguardo, ma si
alternano a quelle di un gatto spiritoso, di una vignetta anestetizzante, di
una bella gamba, di una polemica sterile.
E poi c’è tanta manipolazione. Il falso e il vero non
esistono nemmeno più. Ridicolo anche parlarne.
Ed è per questo che siamo tutti contrari alla guerra ma
sempre a quella degli altri, e abbiamo un “se” e un “ma” pronti per le nostre
guerre, quelle per cui i padroni del mondo ci chiedono di parteggiare.
Siamo dei maestri nel parteggiare, siamo il popolo delle
lauree a crocette, dei sì e dei no senza sfumature, del “sei fascista o
comunista?”, “sei di destra o di sinistra?”. Abbiamo sempre due opzioni e guai
ad immaginarne una terza.
In fondo, guardare lo sterminio del popolo palestinese non è
diverso da guardare programmi osceni come il Grande Fratello. Un’emoticon o un
commento piccato sarà più che sufficiente a liquidare la questione. Eppure sta
accadendo davvero, e il reality si fa realtà ogni volta che provano dolore,
desolazione, strazio, freddo, fame, angoscia, paura.
Che sciagura apprendere, dal nostro divano, che quello che
abbiamo dentro è mostruoso, anche se una vita di spritz e saluti cortesi nei
cortili della scuola ci esonera dal palesarlo.
Ma eccoci pronti a lasciare fuori dagli ospedali o dalle
cene i nostri vicini se l’occasione si presenta, a massacrare manifestanti
inermi, ad avallare politiche demoniache, a godere della sottrazione dei figli
a famiglie amorevoli, ad ucciderci l’un l’altro: uomo contro uomo.
Che sciagura apprendere che siamo una specie così mal
riuscita, così nefasta per noi stessi e per l’universo. Che sciagura sapere che
se mai verranno scritti e pubblicati libri onesti sul tema, gli indifferenti, i
mostri, saremo stati proprio noi.
Eppure, sarebbe bastato amarla, questa vita.
E io camminerò leggero,
andando avanti, scegliendo per sempre
la vita, la gioventù.
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