La
contessa di ricotta - Milena Agus -
Recensione di Miriam Donati
I
libri precedenti di questa scrittrice mi sono piaciuti, pertanto ho affrontato
la lettura carica di aspettative.
La
copertina mi ha intrigato per il gusto retrò: una fine tazza di porcellana
bianca a fiori con il bordo d’argento, rovesciata sul suo piattino allagato dal
suo contenuto. Mi è sembrata una premessa - promessa del contenuto del romanzo,
mi ha rimandato alla dolcezza di un tempo perduto.
In
effetti il libro racconta l’inadeguatezza di adattarsi al presente avendo
sempre l’occhio rivolto al passato con rimpianto, malinconia e incanto.
Anche
se i temi affrontati sono impegnativi, la storia raccontata è molto delicata,
fin troppo delicata, secondo me, e a volte le pennellate leggere se pur precise
non sono incisive, tutto rimane in sospeso, il non detto non diventa alla fine
evocativo, resta solo nascosto.
Le
protagoniste sono tre perdenti e di solito i perdenti mi piacciono, ma qui
hanno punte di insopportabilità che a tratti mi spingevano a lasciare il libro.
Anche il punto di vista mi ha infastidito perché cambia a volte in modo
paranoico la voce e il carattere dei personaggi. Fin qui le note negative, ora
passiamo alle positive.
L’inarrestabile
monologo che compone il testo è quasi disorientante, ma è geniale nella sua
capacità di intrattenimento, diviso tra realtà e fantasia, tiene sulla corda e
mentre si legge aumenta la comprensione verso le protagoniste così
straordinarie, buffe e senza difese.
Questo
romanzo singolare non ha una vera trama, però la storia che si dipana come una
favola, merita di essere scoperta. Tre sorelle, Noemi, Maddalena e la Contessa
di ricotta, vivono in ciò che resta delle vestigia di un'epoca aristocratica
passata, ciascuna in uno dei tre appartamenti loro rimasti nell'antico palazzo
di famiglia del Seicento che custodisce un passato da museo. È situato
nell’antico quartiere “Castello” di Cagliari, purtroppo ormai fatiscente e in
rovina, è stato suddiviso in diversi appartamenti. Unendo tre sorelle, la
povertà, il tentativo di mantenere le apparenze e la Sardegna, la somma fa
pensare a Canne al vento della Deledda. Invece si va da tutt’altra parte.
Noemi,
la più grande, giudice, con un carattere duro e deciso, vorrebbe ricomprare
tutta la proprietà, appartamento dopo appartamento. In virtù della sua innata “visione
sistemica”, dedica l’esistenza a questa missione, ma vedrà sgretolare le
sue certezze e la sua preziosa collezione di porcellane durante il tumultuoso
amore con il giovane Elias, mentre le sorelle minori hanno accettato la loro
caduta e vivono in un mondo disincantato.
Maddalena
è la seconda, una distinta dottoranda, innamoratissima del marito Salvatore con
il quale fa sesso sfrenato nella speranza un giorno di avere un figlio, anche
se finora ogni tentativo è risultato inutile.
Infine
la più piccola, ragazza madre, detta dai vicini maligni Contessa di ricotta,
perché maldestra, infatti non c’è oggetto che sappia tenere in mano. Sogna il
grande amore che faccia da padre al suo piccolo Carlino, nato sotto una cattiva
stella da un padre poco presente, è rifiutato dagli altri bambini, strano e
bizzarro e con un talento innato per il pianoforte, storpia le parole e spesso
balbetta e non sta fermo un secondo, metafora dell’inquietudine del vivere. Lui
è semplicemente diverso, come la madre: surreale, fragile, goffa, empatica e
dispersiva, sempre pronta ad aiutare chiunque, anche se in condizioni meno
disastrose delle sue e che, nei momenti bui, va al mare e "si esercita
a suicidarsi".
Intorno
a loro innumerevoli personaggi minori popolano il romanzo: la vecchia
governante, sulla quale grava il sospetto di avere intossicato la contessa
madre e che è tornata a vivere nel palazzo; il suo giovane nipote Elias, con la
sua collezione di terraglie antiche di lusso, pastore-muratore incaricato di
rimettere in sesto ciò che resta del palazzo, che forse farà innamorare come
non mai proprio l’algida Noemi; un vicino di casa misterioso e scontroso che
stava con una bellissima violinista, ora scomparsa dalla circolazione. Tutti
loro sconvolgeranno la vita già problematica delle contesse.
I
personaggi, tutti a loro modo con una fragilità evidente o nascosta, sono
esplorati in modo profondo alternando malinconia e vitalità che si manifestano
sia attraverso la disperazione – il tema del suicidio sembra l’unica via
d’uscita dalla crudeltà quotidiana – sia attraverso la speranza che sembrano
fondersi insieme attraverso una prosa intensa ed efficace.
Ci
sono altri temi affrontati: la voglia di vivere, il rapporto con Dio: “E
neppure Dio amiamo davvero. Preghiamo sempre per avere qualcosa. E anche Lui ci
ama perché senza di noi si annoierebbe. E infatti si annoiava. Per questo ha
creato il caos e poi dal caos siamo nati noi”.
Pur
con una costante coerenza stilistica di fondo, si alternano descrizioni nude e
crude a ritratti dal tocco delicato e quasi pudico, le descrizioni sono
evocative del centro storico cagliaritano, l’uso del dialetto è minimale e
quasi sempre tradotto.
È
una storia agrodolce e disarmante che trasmette delusione e tristezza, ma anche
speranza e spiragli di luce: sembra a un certo punto che i sogni si avverino:
il palazzo recuperato, un figlio per Maddalena, il matrimonio del nipote Elias
per la governante, l’avvicinamento del vicino alla contessa di ricotta, ma la
fiaba non si realizza. La vita però, per quanto dolorosa possa essere, proprio
a causa delle rotture, delle perdite, delle crepe può essere unica, insolita e
di nuovo apprezzabile se ci si mette di nuovo in gioco avendo cura di "volare,
mirando solo ad atterrare al centro della pista senza sfracellarsi"
Genere:
Narrativa
pagine: 136
editore: nottetempo

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