giovedì 5 marzo 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - LO SGUARDO DEL PADRE

 



Lo sguardo del padre

Una giovane madre stringe a sé il suo piccolo appena nato. Lo allatta giorno e notte, nulla arresta la loro simbiosi. “Lo prendiamo per una visita. Tra mezz’ora è qui”. Di ritorno invece solo la dottoressa, senza la culletta. Il bimbo ha un problema, deve essere trasferito in neonatologia. La madre invece sarà dimessa e potrà vederlo (senza toccarlo né allattarlo) per soli dieci minuti al giorno. Lei non fa che piangere.

È una ragazza molto riservata, fino ad allora non ci siamo nemmeno rivolte la parola, a parte un generico saluto iniziale, quando mi è stata assegnata la nuova stanza appena tornata dalla sala parto. Io adoro stare per i fatti miei e non sono portata ai convenevoli o alle chiacchiere di circostanza con persone che non conosco. Così, passavo il tempo in cui la piccola dormiva a leggere.

Nutro una certa simpatia per chi riesce a parlare ancora meno di me, cosa che mi capita molto di rado. Per la prima volta mi accorgo, divertita, di cosa si provi a relazionarsi con me: solitamente le persone sono indispettite, penso, io invece avverto una certa delicatezza e riservatezza. Mi piace, la rispetto.

Ma in quel momento, mentre singhiozza nella stanza, tutto è diverso. Ha bisogno di avvertire una delicata disponibilità, credo. La accoglie subito. In seguito, mi dimostra la sua gratitudine con piccole frasi e piccoli gesti.

La simbiosi è entrata in crisi per la prima volta. E quante volte ancora accadrà. Dopo pochi minuti arriva il papà del bambino. Un sorriso accecante si scontra nel pianto dimesso della sua donna. Cerca la culla con gli occhi, chiede terrorizzato cosa sia successo.

Compresa la situazione, prende a tranquillizzarla. Tono della voce, contenuti, gesti del corpo. Lei pian piano sta meglio.

«Avresti dovuto vederlo, e invece…», gli dice piangendo.

 «Non fa niente, sono venuto a vedere te».

Io l’ho trovata una frase perfetta. Sussurrata così, per non essere ascoltati. Perché l’intimitá vera ha il sapore di un pigiama, di un segreto intimo, di una paura. E vogliamo proteggerla. Una specie di poesia improvvisata, senza riflettori, senza microfono, senza filtri sul viso. Senza spettatori, se non le persone che il destino poggia sulla nostra strada nei momenti più decisivi della vita, persone che rubano messaggi e di cui non si saprà mai nulla, nemmeno il nome.

Di scene come queste ne ho viste moltissime. Padri e compagni dolci, presenti, forti, a dormire nei parcheggi, a fare la differenza nelle sale parto, a gestire imprevisti o assaporare in pieno la gioia.

Se solo i nostri giornali o i nostri programmi televisivi dedicassero un piccolo spazio a scene infinitesimali – e per questo infinite nella loro portata – come questa, avremmo meno timore gli uni degli altri (uomini e donne) e forse, forse, pian piano finirebbe questa guerra quotidiana sanguinosa e violenta che ci vede nemici ad ogni costo, che va avanti da anni e anni, che non è senza vittime e che disintegra il presente.

Il mio pensiero va alle migliaia di uomini privati dei propri figli a seguito di separazioni conflittuali e falsamente accusati, costretti a vivere esperienze di carcere preventivo che nessuno risarcisce, portati a sopravvivere sotto la soglia della povertà, perché spogliati della casa familiare e tenuti a mantenimenti spesso incongruenti; ma - cosa ben peggiore - costretti a non vedere per mesi o per anni i propri figli senza prova alcuna della loro pericolosità, e a causa di un sistema che a tutto questo mette un carico ulteriore, per ignoranza (la mamma è sempre la mamma, gli uomini sono tutti cattivi, eccetera) oppure per convenienza; penso ad accordi monetizzati e a documentazioni false prodotte da avvocati di parte e altri pseudo-esperti, o dovrei chiamarli criminali travestiti da professionisti? Lo dico con cognizione di causa, avendo lavorato nel settore e avendo visto tutto questo con i miei occhi.

Ma, come dico sempre, in realtà il mio pensiero è per i bambini, ché non lo so se esista un diritto ad essere padri (e zii e nonni) ma sicuramente esiste un diritto ad essere figli: figli privati ingiustamente dello sguardo del padre e di un’intera radice di vita, da un sistema ottuso, violento, perverso, che li irretisce nelle maglie dell’incompetenza o della mala fede. «Il padre è il rappresentante dello spirito, la cui funzione è quella di opporsi alla pura istintualità. Questo è l’ufficio archetipico che a lui compete indipendentemente dalle sue qualità personali» (Jung, Simboli della trasformazione).

La guerra psicologica in cui siamo immersi e in cui tutti noi giochiamo – più o meno consapevolmente – un ruolo, fa tutto il resto. Soprattutto nel renderci, a questa immane e lacerante sofferenza, tutto sommato complici o indifferenti.

Dove può andare una società che ha eliminato il paterno? «L'archetipo paterno determina la relazione con il sesso maschile, con la legge e con lo stato, con l’intelletto e con la mente, e con la dinamica della natura. È ciò che nel mondo si muove, come il vento, è ciò che crea e guida con pensieri invisibili, immagini d’aria. È il soffio del vento creatore – pneuma, spiritus, atman – ossia dello spirito. Il padre è immagine divina che tutto abbraccia, principio dinamico» (Jung, Anima e Terra).

Che un padre in più possa dormire tranquillo e sognare di portare a termine il suo ruolo esistenziale: la protezione del figlio. Che un bambino in più possa trascorrere le sue giornate con il suo papà, e sognare di crescere nella certezza del suo sguardo.

 


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