Il gioco - Valerio Marra -
recensione a cura di Dario Brunetti
Ogni provincia nasconde i suoi segreti in uno stato di
apparente tranquillità, dove il tempo non sembra essersi mai fermato e viene
scandito dalla sua normale quotidianità.
Il 2000 segna l’inizio del nuovo millennio, un’epoca in cui non
vi era ancora un uso smodato della tecnologia e dei social. Nella piccola
comunità di Vallepiana, la quotidianità diventa una sorta di barriera in cui
tutto sembra diventare un rito: dal bar in piazza eletto come punto di ritrovo,
alla funzione religiosa nella messa domenicale, dalla festa del san Michele
Arcangelo al Palio delle contrade.
Questi ultimi due eventi surriscaldano il clima di un’estate
già rovente alimentando sfide e accese rivalità tra gli abitanti della comunità
di Vallepiana.
Il caldo soffocante limita, destabilizza e accentua la
paranoia collettiva nel momento in cui circoleranno dei biglietti misteriosi
capaci di sgretolare le resistenze dei personaggi di questa incredibile storia
magistralmente narrata dallo scrittore Valerio Marra nel romanzo dal titolo Il
gioco edito Piemme.
Lo scherzo è adulto, il gioco è bambino
Si può essere confusi senza un’idea, ecco quella è
l’infanzia
Parto da questi due concetti espressi dal geniale Carmelo
Bene per soffermarmi su quest’opera, capace di offrire al lettore delle chiavi
di lettura di particolare interesse.
Nella comunità di Vallepiana, il meccanismo che si attiva
con i biglietti anonimi subisce una drastica metamorfosi, dettata da una
violazione di uno stato originario di purezza dell’età infantile. La caccia al
tesoro, gli indovinelli rappresentano il gioco nel quale si riconoscono i
bambini nella loro spensieratezza.
Al contrario, i loro genitori schiavi di un’ipocrisia che
tendono a nascondere dietro una facciata di circostanza, invadono lo spazio dei
più piccoli; e qui che si insidia lo scherzo. Il gioco finisce dove inizia lo
scherzo che trasforma lo stesso gioco in qualcosa di diabolico.
Tra i bambini nasce competizione non sportiva, ma una
rivalità accesa, alimentata dalla spasmodica voglia di primeggiare con fare
manipolatorio e a volte vendicativo.
Se i bambini sono confusi senza un’idea, al contrario gli
adulti si portano dietro il fardello del proprio passato e sono vittime
incontrastate del loro stesso pregiudizio che li sottopone a inevitabili dissapori.
L’unico bambino rimasto per fortuna intrappolato nella sua
autenticità è Elia, che conosce il desiderio dello stupore, nutre un sentimento
per Elena, cerca di prendersi cura di Gilda, la sua sorellina disabile, e deve
proteggersi da Antonio, suo acerrimo rivale.
Il meccanismo narrativo del thriller permette all’ottimo
Marra di esplorare le zone d’ombra della comunità e di entrare nella psiche di
questi personaggi, protagonisti di un’opera corale.
Dall’album del 2003 Io non mi sento italiano, c’era
un brano dal titolo I mostri che abbiamo dentro che si soffermava sulla
parte oscura della mente umana, capace di generare quell’egoismo che spesso
sfocia in violenza che diventa la vera minaccia della nostra quotidianità.
Nel gioco di Marra, gli abitanti di Vallepiana si
confrontano con i loro stessi mostri nati da una condizione di isolamento
individualista che viene poi trasmesso alle nuove generazioni. L’opera potente
e visionaria dello scrittore ci porta a riflettere su questa condizione di vita
che aliena un intero sistema: se il mondo dei più piccoli verrà corrotto e
manipolato dagli adulti, l’intera società andrà sempre più verso una deriva
esistenziale e sociale.
genere: thriller
anno di pubblicazione: 2026
pagine: 400
editore: Piemme

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