Nella carne - David Szalay -
recensione a cura di Alice Bassoli
Il protagonista è István, un ragazzo ungherese che seguiremo dall'infanzia fino all'età adulta. Sullo sfondo, il regime comunista, i profondi cambiamenti dell'Europa orientale, fino all'approdo in Occidente. La sua vita si snoda tra l'Ungheria e Londra, seguendo i grandi cambiamenti del continente: il crollo della Cortina di ferro, la guerra in Iraq, l'allargamento dell'Unione Europea fino agli anni della pandemia. Ma, più che sugli eventi storici, che rimangono fondamentalmente in disparte e che non ci vengono più di tanto racconati, l’attenzione dell’autore si focalizza sull’esistenza di un uomo comune e delle sue disavventure, soprattutto amorose. István è passivo, inetto, si lascia trascinare dagli eventi. Miracolosamente non passa mai inosservato e, anzi, viene notato da persone che lo prendono sotto la propria ala per farne ciò che vogliono, spinti dall’assenza di spigolosità di questo ragazzo, che non ha ideali, speranze, obiettivi. E quindi arrivano i successi e i fallimenti, gli amori, i lutti e occasioni mancate che si susseguono senza che István sembri mai opporre resistenza. È un personaggio che attraversa la vita lasciandosi trasportare dalla corrente. A ogni svolta, felice o dolorosa che sia, risponde con lo stesso disarmante «Okay», come se accettare fosse l'unico modo possibile di stare al mondo. David Szalay costruisce così il ritratto di un uomo insieme distante e profondamente umano, capace di attrarre e respingere il lettore nello stesso momento. Non troviamo pagine scritte per impressionare il lettore: tutto passa attraverso il filtro del quotidiano, così apparentemente banale eppure così potente. Una conversazione, un pranzo, un viaggio, un gesto quasi insignificante: dettagli che, presi singolarmente, sembrano ordinari, ma che insieme costruiscono un ritratto umano di straordinaria intensità. Ed è proprio questa apparente banalità del quotidiano a diventare il punto di forza del romanzo. Szalay ha la capacità di raccontare ciò che accade dentro un personaggio senza quasi mai spiegarlo. Ci lascia intuire i suoi pensieri attraverso il modo in cui osserva il mondo, attraverso le sue esitazioni, i silenzi, le scelte che compie. Il lettore finisce così per sentirsi molto vicino a István. La scrittura è davvero essenziale, pulita. Un eccesso, forse (se mi è consentita questa ammissione) di dialoghi ripetitivi voluti ma ahimé fastidiosamente forzati (“non lo so”, “non saprei”, “okay”). Un romanzo che non è per tutti, che richiede impegno e pazienza durante la lettura ma che lascia un’impronta netta e vivida una volta terminato.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 2025
pagine: 330
editore: Adelphi

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