Il sorriso ai piedi della scala - Henry Miller -
recensione a cura di Alice Bassoli
Augusto è un clown idolatrato e molto amato dal pubblico.
Sul palco riesce a suscitare applausi interminabili. Eppure, Augusto non si
sente realmente felice. L’arte è diventata per lui una prigione invisibile, una
gabbia fatta di aspettative, ruoli e maschere, e comincia a interrogarsi sul
senso del proprio successo e sull’autenticità delle emozioni che provoca negli
altri.
Riesce a far ridere tutti, ma proprio per questo rischia di
perdere se stesso.
Augusto rappresenta l’essere umano che indossa una maschera
per soddisfare le aspettative altrui. È questa una piccola parabola
sull’illusione del successo e sulla difficile ricerca di autenticità. Un
racconto limpido, a tratti fiabesco ma attraversato da una tensione mistica e
filosofica costante. In finale mi ha letteralmente sorpresa: l’artista vuole
fuggire dalla sua celebrità e tenta di farlo prendendo il posto del collega
malato, mascherandosi con lo scopo di essere irriconoscibile. Per lui questa è
un’occasione ghiotta, che gli permette di reinventarsi. Nonostante tutto, il
pubblico, che non sa chi realmente c'è dietro la maschera, è entusiasta, e
anche quel nuovo personaggio che ora interpreta ottiene un grande successo.
Augusto non può scappare quindi dal suo talento, pare che qualsiasi cosa tocchi
diventi oro.
La prosa è semplice ma raffinata. Un racconto, questo, che
può avere dietro di sé molte interpretazioni, che suscita in chi legge tutta
una serie di riflessioni. questo perché l’autore non vuole insegnarci niente,
in realtà, ma si limita, per così dire, a raccontare una storia che sarà
interpretata da noi lettori attraverso il filtro della nostra sensibilità.
Consigliatissimo, anche se non c’era bisogno di dirvelo.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 2016
pagine: 80
editore: Feltrinelli

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