Mi salvarono i libri
Avevo otto anni, mio padre era in partenza: tre giorni e due
notti fuori da casa, per l'Adunata Nazionale degli Alpini. Mi sentivo strana,
non ero molto abituata alla sua assenza. Però, che fascino la piazza a
quell'ora del mattino, l'intimità del sonno, il freddo sotto i cappotti.
- Rosanna, cosa ti porto?
- Un libro!
E così accadeva ogni volta che stava fuori. Tornava con un
libro tra le mani. Lui che aveva altri linguaggi, cresciuto in montagna, tra
l'indivia e le more, a scuola a piedi o sulla mula, tra vissuti e saperi che
non avrei mai colto, faceva questo sforzo solo per me.
Mentre tutti gli altri genitori si procuravano facilmente
caramelle o giocattoli, lui, nel pochissimo tempo che gli restava prima della
sfilata, andava alla ricerca di una libreria per trovare qualcosa di adeguato
alla mia età.
Quell'anno, quando tornò, facemmo una cena insieme ad altre
famiglie di alpini, a casa della mia amichetta: anche suo padre era stato via
tre giorni per la parata.
Mentre le nostre mamme preparavano la cena parlottando in
cucina, lei mi chiamò in disparte. Mi portò in un garage freddo e disordinato:
bicilette, un grande sacco di patate, un pacco enorme di zucchero, una pala,
una scopa e una paletta, un triciclo, dei giochi malridotti, un vecchio
aspirapolvere, una cassetta di cipolle; alle pareti, aglio e salsicce secche,
una mensola piena di chiavi e documenti, un tavolo con pasta fresca stesa sotto
qualche strofinaccio, odore di farina misto a quello di ammorbidente.
- Guarda… me lo ha portato papà!
Mi piazzò davanti la faccia un grandissimo biberon di
plastica pieno di caramelle zuccherate e colorate. Che invidia! Corsi da mio
padre a chiedere come mai non aveva portato anche a me la stessa cosa, era
davvero un tubetto fantastico!
- Perché mentre loro erano davanti la bancarella, io ero da
ore alla ricerca di un libro per te.
Di colpo l'invidia sparì. Mi aveva ricordato che avevo
scelto.
- Cosa pensi che sia? Domani le caramelle non ci saranno già
più; aggiunse.
Il libro, invece, il libro è qui, ancora ora, mentre vi
scrivo.
È cominciata così la mia passione per la lettura, in modo
irrazionale, spesso anche sconveniente. Ma si è trattato di una scelta che mi
ha sempre rasserenata, proprio come quella prima volta.
Penso a quella mattina in cui ci preparavamo tutti per
andare in montagna, in occasione della pasquetta. Mio fratello reperiva dalla
cameretta il pallone, la corda, il binocolo, mia madre radunava viveri e
coperte, mio padre caricava tutto nel bagagliaio della nostra Regata: una
cappotta in rovina su un motore indistruttibile.
- Rosanna, sei pronta?
Arrivai al portone con solamente un libro in mano.
- Ma non prendi qualcosa per giocare? Guarda che saremo in
montagna.
- Non mi serve niente.
- Il libro si rovinerà, e vedrai che non avrai modo di
leggerlo.
Aveva ragione, non ho mai letto in quelle giornate:
convincevo mio padre a montare un'altalena con la fune tra due alberi, scendevo
di corsa dai dirupi, mangiavo carne alla brace e bruschette al pomodoro,
assaggiavo i più improbabili fiori, mi sbucciavo le gambe con l'ortica, cercavo
pertugi più oltre dell'oltre per fare pipì. Eppure quando tornavo in macchina,
e ritrovavo lì il mio libro, mi sentivo meglio, e sapevo in cuor mio di aver
scelto bene.
Un anno, mentre festeggiavamo la pasquetta nel solito pezzo
di terra, prese a piovere a dirotto: ritirammo tutto e salimmo in macchina in
fretta e furia, diretti al magazzino di una famiglia della comitiva. Una
signora del gruppo salì in macchina con noi. Vedendomi con il libro in mano
fece un sorrisetto sarcastico e bofonchiò qualcosa con tono derisorio: "il
libro in montagna?", il sorriso malizioso le restò addosso come una
cimice. Non risposi, non rispondevo mai agli adulti. Palpavo il disagio delle
persone che avevo intorno, per questo mio ostinato, eppure semplice, naturale,
dimostrarsi involontario di un modo di essere diverso. Amavo la natura e le sue
leggi, ma soltanto perché lasciavo un libro dietro di me, e ritrovavo una penna
al mio ritorno.
Non erano cattivi, forse impauriti. Seguivano altri
linguaggi, altre strade, altri canali. Il mio modo di essere era vissuto come
un affronto, un elemento troppo distante da poter integrare, ero troppo
distante persino per riempire la casella della pecora nera: la verità è non
rientravo in nessuna delle possibili maschere del loro teatro, che però era
anche il mio.
Spesso in casa mia capitava qualcuno dopo cena, per un
caffè. Io, dopo i saluti dovuti, alle volte me ne stavo in un angolo ad
ascoltare, altre volte tornavo nella mia cameretta. Lì, girovagavo tra i miei
libri e ritrovavo sempre la pace. Ricordo in particolare una volta: mi sentivo
così male. L'incomunicabilità con le persone che avevo vicino aveva raggiunto
soglie per me insostenibili. Avevo bisogno di buttare fuori tutto quel dolore.
Andai in camera, mi adagiai sulla poltrona e lessi "Se questo è un uomo",
di Primo Levi. Non so come un libro così difficile abbia potuto avere su di me
un effetto così salvifico. Mi salvò da me stessa, dai miei demoni, dalla mia
solitudine.
"A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere,
più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa
convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta
solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di
pensiero". Ricordo ancora quando lessi quella frase. Fui colta da un tale
stupore che mi accorsi immediatamente di non avvertire più il dolore
insopportabile che premeva sul torace e che mi aveva costretta a cercare una
soluzione tra le pagine di un libro. Fu un allargamento della coscienza, un
salto quantico, una trasformazione per la vita. Per la prima volta fui
cosciente del potere salvifico della lettura.
Forse per questo, diversi anni dopo, quando di anni ne avevo
ormai venticinque, feci di nuovo la mia scelta.
Era aprile del 2009 e il terremoto dell'Aquila aveva raso al
suolo la mia provincia, distrutto svariate certezze, aperto un abisso di
ingiustizie. "Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a
parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza. Uguaglianza
effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione
di più larghe ingiustizie", così scriveva Ignazio Silone (“Faustina e il
terremoto” ), riferendosi al terremoto della Marsica del 1915 in cui aveva
perso sua madre.
Quasi un secolo dopo, secondo i nostri calendari, di nuovo
un terremoto nella nostra zona. Io mi trovavo a Roma. Mi svegliò di colpo con
la faccia sconvolta: Guarda!
Sulla sua scrivania, la piccola televisione accesa sullo
squarcio di via XX Settembre. Mio cugino, la mia amica, le tantissime
conoscenze, tutto si affollava nella mia mente. La città in cui ho vissuto, in
cui ho atteso una risposta mentre mio cugino era in fin di vita, in cui ho
avuto la diagnosi di una persona cara, in cui anni dopo avrei portato mia
figlia neonata nel reparto di rianimazione, in cui avrei presentato il mio
primo romanzo: cose accadute, mescolate tra altre non ancora accadute, in quel
segreto che abbiamo col tempo, in quella bolla di vita che galleggia sul mondo,
al di fuori dei calendari. Non so come ma, nello sconcerto che provavo, c'era
dentro già tutto. Del resto, cosa è il tempo se non un ammasso di numeri,
simboli e percezioni che sfondano il confine e ci restituiscono il senso?
Fatto sta che L'Aquila, una città che amavo tantissimo, era
ridotta a brandelli. Tornai subito a casa. Le scosse si susseguivano, i
telegiornali anche. Decidemmo di dormire per qualche tempo fuori di casa, in un
terreno di famiglia, e di mangiare in quella che poi sarebbe diventata la casa
dei miei genitori, ma che allora era a mala pena le mura di una casetta di
campagna dove mio nonno dava riparo, con il suo amore selvatico, ad alberi
maestosi e a qualche sparuto animale. Da bambini la chiamavamo "La casetta
di Nonno Cé" e anche oggi, nonostante non lo sia più, per le mie figlie
che corrono a trovare i nonni, quella è ancora La Casetta. Il tempo, il tempo.
Tornai a casa per una doccia veloce e fece una scossa di
terremoto proprio mentre ero in piedi nella vasca: restai immobile mentre
l'acqua scorreva. Quando la stanza si fermò, mi asciugai e vestii in fretta, e corsi verso il portone,
ma eccone un'altra, accompagnata da un rumore forte: in cucina, piatti e
bicchieri a terra. Feci di nuovo per uscire e mi colse una tenerezza strana
verso la mia casa, verso i miei oggetti, io che non sono mai stata attaccata a
nulla, troppo poco, mi dicevano per aiutarmi a dare valore ai soldi, alle cose.
Per la prima volta provai un tormento vero per il nostro divano, per la
televisione, per la vetrinetta con l'enciclopedia, per le mensole piene di
foto, per i pavimenti, i pavimenti, quando mai li avevo guardati in tutta la
mia vita?
"Potrebbe crollare tutto stanotte", pensai. Del
resto, dicevano che lo sciame sismico non avesse ancora finito la sua corsa.
Dovevo assolutamente prendere qualcosa da portare con me, ma dovevo fare
presto: un fratello di un mio bisnonno era morto per essere tornato indietro
per recuperare il suo cappotto durante il terremoto della Marsica del 1915. Il
cervello passò tutto in rassegna in tempo zero: libri universitari, il
portatile, i vestiti, i trucchi, le scatole dei ricordi, i quaderni e diari, i
regali di amiche e fidanzato, lo stereo… corsi in camera, presi tre libri e
lanciai le mattonelle del pavimento e i suoi bizzarri disegni, dietro di me.
Feci un balzo sul pianerottolo, un balzo al di là del tempo.
Li lessi e rilessi mentre dormivo nel furgone da lavoro di
mio padre, al freddo, sotto le stelle, mentre tutto si sgretolava, tra il
tremare delle montagne e il fetore insopportabile dei soliti uffici.
Mi salvarono i libri. Mi salvarono ancora.
Nessun commento:
Posta un commento