Lettera di una sonosciuta - Stefan Zweig -
recensione a cura di Alice Bassoli
In poco più di cento pagine, Stefan Zweig costruisce una
confessione che è anche atto d’amore e condanna. Una lettera che arriva al suo
destinatario e spalanca una intera esistenza prima di allora ignorata. La voce
narrante è quella di una donna senza nome che scrive all’uomo che ha amato per
tutta la vita. Un amore unilaterale, però, silenzioso e ossessivo, vissuto ai
margini della vita dell’altro, che di lei non ha mai avuto davvero coscienza.
Zweig sceglie un monologo febbrile. Lei vive per lui, lui vive senza di lei e
in questa sproporzione si consuma la tragedia. La sconosciuta non chiede nulla,
non reclama giustizia, non accusa apertamente; eppure ogni frase è una lama
sottile che mette a nudo l’egoismo distratto dell’uomo, simbolo di una
maschilità colta, brillante e terribilmente cieca. Zweig è magistrale nel
tratteggiare il lato psicologico dei suoi personaggi: l’attesa, l’illusione e
la dedizione assoluta che scivola lentamente nell’annullamento di sé. La
scrittura è limpida ed elegante, ma attraversata da una tensione emotiva
costante, quasi claustrofobica. Non c’è mai melodramma, e proprio per questo il
dolore risulta così autentico e devastante al contempo. Un viaggio alla
scoperta di un amore non ricambiato e sulla invisibilità, sul bisogno
disperato di essere visti almeno una volta nella vita. Un classico breve,
crudele ma assolutamente necessario.

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