venerdì 23 gennaio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - MUORE IL MIO AVATAR

 



Muore il mio avatar

 

Se inserite il mio nome, Rosanna Pierleoni, sul motore di ricerca su fb, non viene fuori nulla. Da giorni vagabondo alla ricerca di un senso, a quella che vivo come una violenza, un’ingiustizia che mi avrebbe scosso anche avesse riguardato altri. Fatico a mettere insieme la consapevolezza che trattasi solo di un’iscrizione ad un sito e la sensazione interiore di un furto di un’identità, per quanto digitale.

Muore così il mio avatar e porta con sé, come ogni morte, un goccio di verità e un goccio di finzione. Tutto il resto sono illusioni. In quello, come in questo teatro, non contiamo niente.

Mi convinco allora ogni minuto di più di questa morte, anche se avevo imparato a prendermi cura di questo mio avatar, e lo ammetto, avevo anche cominciato ad amarlo. È un po’ come assistere alla propria dipartita: da chi era affezionato ai miei scritti questa disattivazione permanente viene vissuta come una piccola morte. Come può tutto questo non essere reale? D’accordo, mi ripeto, facciamo pure che non esisto: presto nessuno ricorderà più niente di me, io che non ho una rete territoriale, non ho le braccia aperte per gli eventi culturali pubblici e, parliamoci chiaro, non faccio comodo a nessuno, in una società che sull’utilità, ha fondato tutto. Poche ore, pochi giorni, e nessuno ricorderà più nulla, centrifugato come sarà dal solito tagadá di notizie, dalle giravolte di immagini, dai click compulsivi, dalle emozioni indotte.

Ma che cosa resta? Solo l’impossibilità di farne un dramma. «Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere»; così scriveva Pirandello nel suo celebre Sei personaggi in cerca d’autore. Mi saltano in mente in questi giorni stralci di questo capolavoro, e non comprendo nemmeno il perché. In quel suo “teatro del teatro” saremmo stati anche noi personaggi in cerca di autore, ma noi non sopravviviamo però alla potenza del nostro dramma: abbiamo perso anche la potenza della maschera. Né autori né personaggi; siamo piuttosto giocatori perversi, infragiliti metameri di un corpo in necrosi, pedine truccate di un gioco asfissiante, inconsapevoli gregari di una guerra psicologica perenne, al servizio di quella reale. Disgiunti, acclamati, silenziati, cancellati: non esseri umani; piuttosto apparizioni allucinate dei nostri incubi quotidiani, proiezioni da mitizzare o divorare senza stomaco né chimo, lavatrice senza portello che trita all’infinito i nostri panni pieni di sterco, mostri sfigurati che riemergono dall’inferno dantesco per poi sparire nuovamente nell’abisso subito dopo.

Ma noi tutto questo lo calcolavamo? Lo volevamo? «Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!». Anche per noi, autori autoreferenziali e personaggi scadenti, immersi in un dramma che riguarda solo noi stessi, la traiettoria è andata ben al di là della nostra penna. Lo ripetiamo spesso: «Facebook è una finzione, la realtà è un’altra», ma siamo sinceri o ci attacchiamo a parole morte, scheletro di mondo che è tramontato per sempre? Quante emozioni corrono in questi spazi e sono reali? Quante volte pensiamo di volere bene, di essere grati, delusi, turbati? E davvero siamo poi così diversi quando ne usciamo? In cosa siamo migliori da chi tutto questo lo ha orchestrato? Davvero basta un click per far apparire di nuovo quel mondo reale di cui tanto parliamo?

Sloggio a forza dal mio stesso personaggio e sono costretta a guardarlo da fuori. Dove mi trovo? Non sono poi cambiata così tanto. Cammino con la macchina e rischio un frontale con una donna che ha la faccia dentro il telefonino, porto al parco mia figlia ed è vuoto, c’è solo una mamma il cui corpo evoca malattia e una astenia malinconica che solo fino a trent’anni fa avrebbe avuto solo un malato grave, ora è la faccia di ognuno; chiamo il medico e mi propone, per una banale influenza, di portare mia figlia al pronto soccorso, lager inaccessibile neppure con un’emorragia in corso. Allora so che quella polarizzazione di percezioni e vissuti, quel deserto di proposte e alternative, quel saccheggio degli spazi comuni e della più elementare voglia di vivere, mai mancata neppure sotto le macerie, neppure sotto le bombe, è davvero qui per sempre, a ricordarci un’imminente morte. Ma questa morte è già avvenuta, solo che noi non riusciamo a lasciarla andare. Lì si incastra ogni nostro proposito vitale: sperma e secrezioni tramutati in codici numerici e algoritmi. Sconfitti dalla nostra genialità funerea, dalla nostra tecnica mortifera. È morto il corpo, la nostra animalità, unico spazio in cui lo spirito si incarna. Per questo siamo feroci.

E allora so che Facebook non è più, ormai, uno spazio definibile, una stella demoniaca e affascinante in cui entrare e da cui uscire. È piuttosto un orbe virtuale che si è fatto reale incarnandosi dentro di noi, e radicando bulbi e tuberi sull’asfalto che calpestiamo, nell’aria alterata che respiriamo. Non siamo mai dentro e mai fuori; si gonfia dentro come un’infezione crescente di cui non viene mai nominato il malanno; non è solo un’amante maligna che ci lega a sé col suo veleno, donna diabolica e affascinante che detestiamo e abbandoniamo per poi eiaculare ancora tra le sue cosce, no, è quel patto malsano che ci trasforma nel nostro aguzzino, quel meccanismo psicologico per cui ci piacerà sempre di più il persecutore che il perseguitato, e nella disfatta dell’altro troveremo sempre la nostra piccola soddisfazione. Anestetizzati, passivi, impazienti; attraversiamo i corpi di chi abbiamo davanti, cancelliamo informazioni passate nel feed delle nostre giornate, fatichiamo a chiamare orrori cose che non siano definite allo stesso modo da altri, sostiamo assenti sulle caotiche home della nostra vita.

Così non trovo più differenza tra i nostri avatar virtuali e i nostri personaggi reali. Con la stessa freddezza con cui guardiamo corpi dilaniati e amici silenziati in mezzo a foto di gatti e di cosce, allo stesso modo sbrighiamo una pratica di sottrazione di minori o manganelliamo un popolo in rivolta; prima di prendere uno spritz, dopo aver sceso la spesa dal cofano. Lo facciamo per lavoro, per noia, non sappiamo davvero nemmeno perché. Distaccati come psicopatici, inquietanti ancor di più ove la furia omicida non ci possiede eppure ci abita, come un killer distratto che prima e dopo aver ucciso la sua vittima inciampa in una buca o soffoca uno sbadiglio.

Eccoci qua, siamo venuti a vedere lo strano effetto che fa. Bramosi di un like e incapaci di radicale confronto, sedotti dal successo e impotenti dinanzi a un incontro. Veloci a condividere, sempre assenti nel reale. Doniamo una carezza in meno in favore di un post, teniamo lo sguardo un po’ meno sul miracolo del mondo per leggere una notifica; un romanzo non conosce il suo scheletro vitale fino a che quell’abbozzo di ispirazione finirà in un contenitore prefabbricato che lo renda al più presto digeribile per tutti. Il post. Un grumo di lettere in volo verso l’infinito, presto mangiato dal nulla; palcoscenico e attore; cassa pensata per assorbire tutto, per dividere le persone e poi tritarle; per mescolare insieme pietre preziose, residui e sterco, e farne un unico fiume di immondizia da buttare nello scarico a sera. Questi sono i nostri pensieri? Tanto valgono i nostri desideri?

Pensare o postare? Ma io non voglio né pensare né postare, io voglio esistere. E mi scuserà il signor Zuckerberg se non farò i salti mortali per riaverlo indietro questo mio avatar. Lo avrei fatto se non avessi mai letto Pirandello, lo avrei fatto se non sapessi che il cammino dell’umanità è cominciato molto prima di questo suo spazio distopico dove altri per lui, povero manichino, hanno dato una formula numerica al nostro delirio, garantendo una telecamera sempre accesa sulla nostra ispirazione morente. Lo sappiamo tutti, ma quanto ci costa oggi esprimere l’ovvio.

Chi avrà la voglia di leggere e condividere questa mia ennesima riflessione troppo lunga, sa che anche fottersene delle regole algoritmiche, non lasciare che altri definiscano il confine del possibile e del dicibile, significa compiere la propria scelta tra umano e postumano.


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