Nel paese dei ciechi – H. G. Wells -
recensione a cura di Alice Bassoli
Quando l’alpinista Nuñez precipita lungo una parete delle
Ande e finisce in una valle isolata da secoli, crede di essere capitato nel
luogo perfetto per imporsi sugli altri: un intero villaggio di persone nate
cieche e ignare dell’esistenza della vista. Convinto del vecchio proverbio «Nel
paese dei ciechi, chi vede è re», Nuñez pensa di avere un vantaggio
naturale. Ma la realtà che trova lo ribalta, lo scarnifica, lo obbliga a
guardare sé stesso molto più di quanto guardi gli altri. La storia è breve ma
potentissima, parla di diversità con una lucidità contemporanea. In questo
microcosmo isolato, la vittima diventa carnefice e il carnefice vittima. Il
“diverso” cambia forma a seconda di chi lo osserva, e ciò che dovrebbe generare
comprensione si trasforma invece in paura, controllo, violenza. Nuñez,
“diverso” tra i ciechi, non riesce a riconoscere la diversità altrui e finisce
a sua volta per essere schiacciato da un sistema che non lo comprende e che lo
vede, appunto “diverso” e quindi condannabile. È un racconto attuale: mostra
come l’essere umano, posto davanti a ciò che non conosce, preferisca difendersi
anziché aprirsi. E come anche chi si considera vittima della società, se messo
nelle condizioni di avere potere, possa trasformarsi nel peggior oppressore. È
uno di quei testi che ti rimangono nella testa per giorni, che ti costringono a
fare i conti con i tuoi pregiudizi e con il modo in cui guardi gli altri. Un
racconto intenso, simbolico, violento nel suo realismo morale.
Consigliatissimo a tutti. Io, a distanza di tempo, ci sto
ancora pensando.
genere: fantascienza

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