Quanto vero c'è in una bugia
Due bambini litigano fino a tirarsi i capelli: entrambi
vogliono l'unica arancia disponibile. La madre propone di dividerla a metà, ma
rifiutano entrambi: hanno bisogno dell'arancia intera. Entra la nonna e chiede
a ognuno di loro: "A cosa ti serve?". Così scopre che un bambino ne
ha bisogno per fare la spremuta e l'altro per utilizzare le bucce nella
preparazione di una torta. Il caso è risolto, possono avere entrambi ciò che
desiderano.
Nei cammini di mediazione si utilizza questo espediente per
comprendere che dietro ogni posizione c'è un interesse ed è quello che bisogna
scovare per gestire qualsiasi conflitto. La domanda della nonna sembra banale,
ma sottende la fiducia nel fatto che ci sia sempre spazio per tutti e che non
solo il bene dell'uno non è in antitesi a quello dell'altro ma i due interessi
possono persino corrispondere, a patto di rinunciare alla nostra prospettiva
egoica e bellica.
Da allora ricorro a questo piccolo espediente spesso, perché
la comunicazione e il linguaggio non sono dei vezzi inutili, ma qualcosa di
molto, molto profondo. Se facessimo più spesso questa piccola domanda non
esisterebbero il bullismo aziendale, la politica fondata sulla logica del
nemico, le separazioni alla Kramer contro Kramer, il giornalismo dell'odio, le
piccole ma pervasive offese quotidiane, dentro e fuori dal web; la guerra.
Immersi nelle nostre lotte giornaliere cresce sempre più la
sensazione di trovarci davanti a due mondi, come se noi e gli altri si vivesse
in realtà diverse. Sicuramente la dinamica social facilita la risposta piccata
e penalizza la comunicazione in termini di efficacia; mancano poi i corpi,
sostituiti dagli avatar virtuali. Ma anche dal vivo non è così diverso: la
risposta acida è sostituita da ghigni nascosti o lunghi silenzi.
Non siamo mai stati un popolo unito, però una spaccatura del
genere non c'era mai stata. Quella polarizzazione storica sta trascendendo i
confini delle differenze politiche o territoriali per assumere le forme di una
grave incomunicabilità esistenziale. È fondamentale iniziare a capirne le reali
cause e cercare le strade per far comunicare le due rive. Perché il mondo che
viviamo è uno soltanto.
Che ruolo ha la percezione che ciascuno di noi ha del mondo
nella ricerca di un terreno comune?
In mediazione familiare è tipico vedere come uno stesso
evento vissuto insieme venga percepito dai due ex compagni in modo radicalmente
diverso. L'errore a cui anche il mediatore deve cercare di sfuggire è la
ricerca di una verità più vera dell'altra. Quasi mai il vero conta nella
relazione: conta ciò che sentiamo.
Mostrando loro dei quadri di maestri dell'illusionismo, come
quelli Maurits Cornelis Escher, capita che una persona veda una tazza, un'altra
un cavallo.
Con le esplorazioni dell'infinito, con le costruzioni
geometriche, con il perturbante dell'arte è finalmente possibile legittimare le
parole dell'altro e scoprire che non sono per forza vere o per forza false, ma
frutto di una percezione soggettiva. Nonostante nessuno dei due menta, non è
possibile una reale comunione di vissuti ed intenti. In qualche modo tutto
questo, per chi si ama, è già una bugia.
Lo stesso succede tra noi. Escludendo dal mio discorso le
persone che, da un lato e dall'altro, sono in malafede, è possibile ipotizzare
che per tutte le altre ci sia un problema simile. Un problema enorme,
intendiamoci, se pensiamo che ci impedisce di condividere lo stesso orizzonte
di senso su cose così preminenti che coinvolgono l'etica e il nostro stare al
mondo. Tuttavia, ci sono bugie e bugie. Capire dove ci troviamo aiuterebbe.
Raccontato così sembra un gioco da poco, ma è un gioco
difficilissimo che presuppone la fiducia nell'altro e il riconoscimento
dell'altro. Riconoscergli di esistere al di fuori del proprio mondo e delle proprie
percezioni del mondo.
Qui subentra la manipolazione da parte di quelle realtà che
sulla nostra incomunicabilità fondano la loro fortuna e che operano per
renderci sfiduciati e sospettosi gli uni nei confronti degli altri. Così
chiunque assuma una posizione che non comprendiamo diventa un mostro, una
persona pericolosa, un nemico.
In un clima di questo tipo la domanda della nonna non
potrebbe mai nemmeno sorgere. Chi mai dovrebbe porcela? Quei bambini
capricciosi che siamo devono accontentarsi di strattonarsi fino a maciullare
l'arancia e accaparrarsi gli ultimi brandelli del malcapitato frutto.
Immaginate quando quel frutto è un bambino, immaginate quando è il destino di
una nazione.
Il paradigma vinco-vinci viene magicamente
trasformato in perdo-perdi. Questo succede perché, anche se noi non
siamo in grado di scovarlo, l'interesse che c'è dietro le nostre posizioni
rimane lì, insoddisfatto e sempre più arrabbiato. La frustrazione che ne deriva
crescerà fino a farsi oltremodo violenta.
E allora non resta che cercare insieme questo interesse, ben
nascosto dietro ai nostri capricci. Potremmo scoprire che qualche volta è
compatibile con quello dell'altro, qualche volta è addirittura lo stesso.
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