Una
legge che [non] fa giustizia
Il
mio professore di diritto penale una volta ci disse: «la pena è come un
vestito ma non ne esiste uno adatto a tutti, e allora va cucito addosso alle
persone, con l’amore e la cura di una sarta…». Con quelle parole mi fece
innamorare del diritto penale. Quanto dolore provai quando, anni dopo,
lavorando nel carcere di Regina Coeli, mi accorsi che questa cucitura attenta,
e dunque piena di amore per il diritto e per l’umanità, capitava davvero di
rado…
Per
molto tempo mi sono occupata di diritto di famiglia e minori. Ho smesso quando
ho compreso che ciò in cui credevo sarebbe stato sempre disatteso. Di anime
vivaci ne ho incontrate tante, ma il sistema prende acqua da troppe parti
ormai, e fermare l’allagamento senza costruire nuove fondamenta sembra
impossibile. Ho sbagliato? Forse. «Non ci sarebbe nulla di eroico nella
resistenza, nel creare problemi a questi uomini, nel cercare di godere di un
ultimo residuo di vita combattendo» scrive Kafka; in molti lo fanno davvero,
e loro è il merito di provare a cambiare le cose dall’interno, però ognuno deve
seguire il proprio destino. Io amo più la giustizia del diritto e sento di
poterla almeno anelare di più scrivendo che praticandola.
Quando
studiavo giurisprudenza amavo molto la filosofia del diritto. Amavo chiedermi:
da dove viene la legge? Chi legittima il potere ad agire in maniera
costrittiva? Qual è il senso di una vita reclusa? Qual è il fondamento etico
della sanzione? Qual è il rapporto tra
il diritto e la giustizia, tra il progresso e l’etica?
Molte
cose non vanno come dovrebbero perché abbiamo smesso di farci quelle domande
che nei primi anni della nostra giovinezza sgorgano dalla nostra anima in
quantità. Oggi, nelle nostre università si richiede agli studenti di omettere
dai propri lavori di tesi le dottrine minoritarie, bollate come “complottiste”
a favore dell’orientamento culturale dominante. Non parlo di politica, ma di
movimenti economico finanziari in grado di orientare il costume e l’etica: dell’IA
si possono enumerare solo i vantaggi, non i rischi per la tenuta democratica e
per la libertà d’informazione; del greenpass si può parlare solo in termini di
necessarietà senza sollevare una riflessione di ampio respiro sulla sua
(in)compatibilità con il sistema democratico. E così via.
Vi
è poi, negli ultimi anni, una tendenza preoccupante vero l’interventismo
statale con tratti spiccatamente moraleggianti. Tutto fila liscio per chi si
adegua. Ma coloro i cui bisogni si discostano maggiormente da quelli imposti e
da quelli della media, saranno loro a sentire più forte il peso della
repressione; eppure non sono proprio loro quelle preziose minoranze che
l’assetto democratico intenderebbe tutelare? È davvero civile un sistema in cui
si imponga a forza il sentire della maggioranza? Della possibile patologia
della democrazia ci metteva in guardia già Polibio, e in tempi più recenti Alexis
de Tocqueville, parlandoci di dittatura della maggioranza. Eppure oggi
il filosofo con una posizione minoritaria diventa “rincoglionito”, il medico
contrario ad una determinata pratica diventa “antiscientifico” e la storia
finisce lì. Le loro posizioni non sono osteggiate, anche con forza; no, sono
negate. «"No,"
disse il prete, "non devi accettare tutto come vero, devi solo accettarlo
come necessario." "Visione deprimente," disse K. "La
menzogna trasformata in regola del mondo"»
Eppure,
il diritto è un’invenzione umana, può aiutarci a ordinare le cose del mondo, ma
queste avranno sempre una loro forza primigenia, così come la famiglia. Il
giurista Arturo Carlo Jemolo diceva «la famiglia è un’isola che il diritto
dovrebbe solo lambire». Ho sempre amato questa sua frase e l’ho tenuta a
mente tutte le volte che a qualsiasi titolo sono entrata in “casa” delle
persone. Del resto, è chiaro: la famiglia è un’entità naturale che dal diritto può
essere al più riconosciuta. Ma allora, quali sono i confini possibili di questo
intervento, soprattutto in uno scenario di grave compromissione come quello che
viviamo.
Che
legittimazione ha un potere giudiziario che diventi intoccabile, il cui operato
non è possibile in alcun modo controllare né misurare? Qual è il fondamento di
un sistema statale – e qui inserisco politica, magistratura, istituzioni, enti
semiprivati, alcuni mezzi di comunicazione – che puntualmente dimostra di
tradire i suoi stessi dettami? «La retta comprensione di un fatto, e il
fraintendimento di questo stesso fatto, non si escludono a vicenda per intero».
Un
sistema che pretenda dai cittadini il ricorso ai metodi democratici di
giustizia dovrebbe garantire che quegli strumenti funzionino, salvo casi
eccezionali e residuali di inevitabile errore e corruzione. Ma in alcun modo potrebbe
rendere l’ingiustizia, la corruzione, l’errore, sistemici, altrimenti il
diritto si trasforma in un carcere kafkiano, «Ciò che conta sono le molte sottigliezze in cui si
perde il tribunale. E alla fine fa saltar fuori da qualche parte, dove in
origine non c'era assolutamente niente, una grossa colpa». Quanto può
durare?
Il
diritto è da tempo un’arma nelle mani del prevaricatore e non più un mezzo di
giustizia del prevaricato. La vittima vive così una vera e propria persecuzione
e cova stati emotivi che prima o poi rischiano di deflagrare. Se il diritto non
funziona, chi decide cosa è civile e cosa no?
Se
il diritto, la psicologia, la pedagogia, non ci aiutano a stare meglio, se
addirittura ci allontanano da un senso intimo di umanità, dobbiamo rivalutarne
il senso e il ruolo, perché non sono valori in sé; il diritto è al servizio
della giustizia, la psicologia della salute mentale, la pedagogia del benessere.
Ma
se ci turba l'idea che noi si possa raggiungere la giustizia senza il diritto,
allevare figli sereni senza la pedagogia, e curare la nostra salute mentale
senza psicologia, significa averle rese altari e non strumenti. C’è stato un
tempo in cui qualcuno si è interrogato sulla sofferenza dell'uomo e vi ha
trovato una possibile soluzione; incredibile dover trovare a forza il problema
affinché possa essere applicata la soluzione.
Così,
non mi rivedo in un sistema giuridico che diventi gabbia, dogma, entità da
idolatrare. Tutto va pensato insieme, rivisto, aggiornato, calato a quella
singola realtà, migliorato.
Per
tutte queste ragioni, io nel mio piccolo intendo il lavoro culturale come
un’occasione per rimettere sempre in discussione le nostre idee, per questo auspico
di essere contraddetta, perché chi ci contraddice con metodo e con rispetto ci
consente di aggiungere nuove angolazioni a ciò che già vediamo, ci rende reali,
vivi. Contraddire è una forma d'amore.
Ma
noi amiamo ancora l'uomo?
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