venerdì 5 dicembre 2025

LA FINESTRA SBAGLIATA - LA LEGGE CHE (NON) FA GIUSTIZIA

 




Una legge che [non] fa giustizia

 

Il mio professore di diritto penale una volta ci disse: «la pena è come un vestito ma non ne esiste uno adatto a tutti, e allora va cucito addosso alle persone, con l’amore e la cura di una sarta…». Con quelle parole mi fece innamorare del diritto penale. Quanto dolore provai quando, anni dopo, lavorando nel carcere di Regina Coeli, mi accorsi che questa cucitura attenta, e dunque piena di amore per il diritto e per l’umanità, capitava davvero di rado…

Per molto tempo mi sono occupata di diritto di famiglia e minori. Ho smesso quando ho compreso che ciò in cui credevo sarebbe stato sempre disatteso. Di anime vivaci ne ho incontrate tante, ma il sistema prende acqua da troppe parti ormai, e fermare l’allagamento senza costruire nuove fondamenta sembra impossibile. Ho sbagliato? Forse. «Non ci sarebbe nulla di eroico nella resistenza, nel creare problemi a questi uomini, nel cercare di godere di un ultimo residuo di vita combattendo» scrive Kafka; in molti lo fanno davvero, e loro è il merito di provare a cambiare le cose dall’interno, però ognuno deve seguire il proprio destino. Io amo più la giustizia del diritto e sento di poterla almeno anelare di più scrivendo che praticandola.

Quando studiavo giurisprudenza amavo molto la filosofia del diritto. Amavo chiedermi: da dove viene la legge? Chi legittima il potere ad agire in maniera costrittiva? Qual è il senso di una vita reclusa? Qual è il fondamento etico della sanzione?  Qual è il rapporto tra il diritto e la giustizia, tra il progresso e l’etica?

Molte cose non vanno come dovrebbero perché abbiamo smesso di farci quelle domande che nei primi anni della nostra giovinezza sgorgano dalla nostra anima in quantità. Oggi, nelle nostre università si richiede agli studenti di omettere dai propri lavori di tesi le dottrine minoritarie, bollate come “complottiste” a favore dell’orientamento culturale dominante. Non parlo di politica, ma di movimenti economico finanziari in grado di orientare il costume e l’etica: dell’IA si possono enumerare solo i vantaggi, non i rischi per la tenuta democratica e per la libertà d’informazione; del greenpass si può parlare solo in termini di necessarietà senza sollevare una riflessione di ampio respiro sulla sua (in)compatibilità con il sistema democratico. E così via.

Vi è poi, negli ultimi anni, una tendenza preoccupante vero l’interventismo statale con tratti spiccatamente moraleggianti. Tutto fila liscio per chi si adegua. Ma coloro i cui bisogni si discostano maggiormente da quelli imposti e da quelli della media, saranno loro a sentire più forte il peso della repressione; eppure non sono proprio loro quelle preziose minoranze che l’assetto democratico intenderebbe tutelare? È davvero civile un sistema in cui si imponga a forza il sentire della maggioranza? Della possibile patologia della democrazia ci metteva in guardia già Polibio, e in tempi più recenti Alexis de Tocqueville, parlandoci di dittatura della maggioranza. Eppure oggi il filosofo con una posizione minoritaria diventa “rincoglionito”, il medico contrario ad una determinata pratica diventa “antiscientifico” e la storia finisce lì. Le loro posizioni non sono osteggiate, anche con forza; no, sono negate. «"No," disse il prete, "non devi accettare tutto come vero, devi solo accettarlo come necessario." "Visione deprimente," disse K. "La menzogna trasformata in regola del mondo"»

Eppure, il diritto è un’invenzione umana, può aiutarci a ordinare le cose del mondo, ma queste avranno sempre una loro forza primigenia, così come la famiglia. Il giurista Arturo Carlo Jemolo diceva «la famiglia è un’isola che il diritto dovrebbe solo lambire». Ho sempre amato questa sua frase e l’ho tenuta a mente tutte le volte che a qualsiasi titolo sono entrata in “casa” delle persone. Del resto, è chiaro: la famiglia è un’entità naturale che dal diritto può essere al più riconosciuta. Ma allora, quali sono i confini possibili di questo intervento, soprattutto in uno scenario di grave compromissione come quello che viviamo.

Che legittimazione ha un potere giudiziario che diventi intoccabile, il cui operato non è possibile in alcun modo controllare né misurare? Qual è il fondamento di un sistema statale – e qui inserisco politica, magistratura, istituzioni, enti semiprivati, alcuni mezzi di comunicazione – che puntualmente dimostra di tradire i suoi stessi dettami? «La retta comprensione di un fatto, e il fraintendimento di questo stesso fatto, non si escludono a vicenda per intero».

Un sistema che pretenda dai cittadini il ricorso ai metodi democratici di giustizia dovrebbe garantire che quegli strumenti funzionino, salvo casi eccezionali e residuali di inevitabile errore e corruzione. Ma in alcun modo potrebbe rendere l’ingiustizia, la corruzione, l’errore, sistemici, altrimenti il diritto si trasforma in un carcere kafkiano, «Ciò che conta sono le molte sottigliezze in cui si perde il tribunale. E alla fine fa saltar fuori da qualche parte, dove in origine non c'era assolutamente niente, una grossa colpa». Quanto può durare?

Il diritto è da tempo un’arma nelle mani del prevaricatore e non più un mezzo di giustizia del prevaricato. La vittima vive così una vera e propria persecuzione e cova stati emotivi che prima o poi rischiano di deflagrare. Se il diritto non funziona, chi decide cosa è civile e cosa no?

Se il diritto, la psicologia, la pedagogia, non ci aiutano a stare meglio, se addirittura ci allontanano da un senso intimo di umanità, dobbiamo rivalutarne il senso e il ruolo, perché non sono valori in sé; il diritto è al servizio della giustizia, la psicologia della salute mentale, la pedagogia del benessere.

Ma se ci turba l'idea che noi si possa raggiungere la giustizia senza il diritto, allevare figli sereni senza la pedagogia, e curare la nostra salute mentale senza psicologia, significa averle rese altari e non strumenti. C’è stato un tempo in cui qualcuno si è interrogato sulla sofferenza dell'uomo e vi ha trovato una possibile soluzione; incredibile dover trovare a forza il problema affinché possa essere applicata la soluzione.

Così, non mi rivedo in un sistema giuridico che diventi gabbia, dogma, entità da idolatrare. Tutto va pensato insieme, rivisto, aggiornato, calato a quella singola realtà, migliorato.

Per tutte queste ragioni, io nel mio piccolo intendo il lavoro culturale come un’occasione per rimettere sempre in discussione le nostre idee, per questo auspico di essere contraddetta, perché chi ci contraddice con metodo e con rispetto ci consente di aggiungere nuove angolazioni a ciò che già vediamo, ci rende reali, vivi. Contraddire è una forma d'amore.

Ma noi amiamo ancora l'uomo?


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