giovedì 18 dicembre 2025

LA FINESTRA SBAGLIATA - IL CASO, IL ROSSO E LO STUPORE

 



Il caso, il rosso e lo stupore 


𝐔𝐧𝐚 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐧𝐞𝐯𝐞

Una bambina cammina da sola nella neve. Sono le sedici e quaranta ed è già buio. La strada di casa è lunghissima. Ha paura, le lacrime scendono sulle guance rosse. La mamma non è andata a prenderla all'uscita da scuola, non era mai accaduto prima. Magari ha parcheggiato più in là. È quasi Natale e le macchine sulle strade sono davvero tante. I fari le attraversano gli occhi per poi lasciarla sola a fissare il bianco umido della nebbia. Ritrova la strada di casa, il portone è già aperto. Entra con i suoi passi innevati. La mamma mi sgriderà.

«Mamma, mamma!», ma la mamma non risponde. Non le risponde nessuno, ma sente un grande vociare. Nel corridoio c’è la nonna accasciata a terra e un uomo che non conosce che le dà degli schiaffi in faccia «Svegliati, forza, svegliati!».

Entra nel salone e vede suo padre: ha la pelle bianca e la bocca spalancata. Fissa qualcosa.

La bambina si avvicina e vede sporgersi dal divano le scarpe rosse della mamma. Distesa, una strana forma sospesa tra i cuscini e il bracciolo. Sembra la mamma, ma di lei non ha niente, a parte i vestiti. Né la voce né l'espressione del viso.

La bambina le tocca una guancia bloccata in una smorfia: la pelle è innaturale e non segue la sua mano, come faceva sempre. È fredda; invece quella della sua mamma è sempre molto calda.

La mamma non è lì. Non ci sarà mai più.

 

𝐈𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐯𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨

Apre gli occhi. Vede a mala pena il contorno delle sue gambe. La stanza d’ospedale è sfocata. Sente delle voci. «Se anche si svegliasse, non sarebbe mai più normale e non avrebbe più la vista, povero bambino».

Prova a guardare meglio, ma è tutto inutile. Ha paura, e avverte il suo corpo tremare forte: «Aiuto! Non vedo, non vedo niente, aiutatemi!».

Sente dei passi correre verso di lui: «Stai calmo, è tutto a posto, è tutto a posto», una voce femminile e materna. Sente altre due voci gioiose e stupite accavallarsi tra loro; poco dopo le sente accordarsi per avvertire il dottore del miracolo.

«Riesci a vederci?», riconosce la stessa voce femminile di prima. Forse è della stessa donna che ora ha poggiato una mano sulla sua.

«No, non vi vedo, non vedo niente… voi avete detto che non vedrò più, vi ho sentito, vi ho sentite prima mentre parlavate!».

Sente dei passi arrivare nella stanza: «Ragazzo! Bentornato!» - «Telefonate subito ai suoi genitori». Una voce maschile, molto piacevole.

Sente provenire dal suo fianco destro un rumore familiare, simile al rovistare nei cassetti alla ricerca dei biscotti. «Metti questi», la stessa voce maschile che prima lo ha chiamato ragazzo. Il bambino riconosce subito la struttura dei suoi occhiali rossi sul naso.

Finalmente vede la stanza: il tavolo con un vassoio, una mensola con una statua della Madonna, un vaso di fiori rovinati, un pupazzo, una sedia vuota con una maglia di lana poggiata sopra, un piccolo presepe. Accanto al suo letto, vede due donne con il camice verde e un uomo con il camice bianco. Hanno tutti gli occhi ridenti spalancati per la meraviglia e la mano davanti la bocca socchiusa: «Gli occhiali, erano solo gli occhiali!», ripetono increduli.

«Vi vedo. Vi vedo. Ci vedo».

Una delle tre infermiere corre ad accendere una candela adagiata sul piccolo presepe. Guarda l’orologio a parete che segna le nove in punto. Pensa ai genitori del bambino che stanno per arrivare. Per loro sarà un Natale migliore.

 

𝗜𝗹 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼

Avvolto nella sua lunga giacca marrone, stringe le mani dolenti sulla testiera del letto. La mano sinistra gronda sangue, il lenzuolo si macchia di rosso. Lui lo trova stirato, immotivatamente perfetto.

Gli occhi attoniti fissano il corpo del figlio adagiato sul letto. La bocca aperta lascia entrare polvere, tanfo e sconcerto.

Lo sguardo cade sul foglio del decesso che ha appena firmato il dottore: le undici e dodici. Lo trova un orario folle, imperfetto.

La musichetta delle luci di Natale continua a disturbare la veglia, a stonare la scena. Da oggi in poi, da oggi indietro, la vita è finita.

 

𝐍𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭à

È distesa su un giaciglio di paglia. Il pancione sembra scoppiare. «Non ce la faccio, vi prego, basta, vi prego, aiutatemi, fatelo uscire, basta, no, no, no».

I bambini sbirciano, ridacchiano, litigano, il piccolo piange, ha fame.

La donna con gli occhi azzurri tra la pelle rugosa, si muove con sicurezza tra il piccolo lavabo, la ciotola con gli attrezzi, le pezze bagnate. Si avvicina alla puerpera e le dice in modo deciso: «Ce la fai, ce la fanno tutte. I bambini nascono così».

Gli occhi della levatrice e della futura puerpera si incrociano. La partoriente si calma, il dolore ha la sua tregua.

«Arriverà un dolore più forte di questo, allora sapremo che il bambino sta per arrivare». La donna riprende i suoi lamenti, presto tramutati in strazianti parole. Morde il cuscino con tutta la sua forza, piange. «Vieni qua», le sussurra l’anziana donna. La accompagna con le mani, le adagia sulla schiena delle pezze bollenti e umide; con la mente è già oltre. La madre è sempre lì: «Perché tutto questo dolore? Perché?».

L'anziana donna le spalanca le gambe e inserisce la mano: «Ecco. Un ultimo sforzo».

Il bambino fa l’ultimo percorso a ostacoli tra i canali, le porte e gli umori della madre. Venti minuti ancora di respiri spezzati e battiti simbiotici, uno dentro l’altro e distanti.

L'anziana donna accelera il ritmo e cuce con grazia i fatidici movimenti finali: taglia le garze, sterilizza gli utensili, prende le forbici, scalda l'acqua per il bagnetto, stende le fasce con cui avvolgere il pargolo, fa il segno della croce.

Un ciuffo di capelli sbuca, un'esplosione di acqua, sangue e muco cola nella ciotola, la testa ruota, il corpo scivola. Una presa forte, il freddo, il pianto, un sussulto di gioia, uno sguardo alla lancetta, un taglio perfetto, il corpo nudo del piccolo adagiato sul ventre della madre. Un lenzuolo colorato di rosso. La madre lo guarda, le sembra perfetto.

La bocca del pargoletto scivola sulla pelle materna come il musetto di un gatto in cerca dell'uscita. Trova il capezzolo e succhia. La mamma lo guarda con gli occhi teneri stracolmi di stupore. La bocca socchiusa non osa cambiare posizione, per non far svanire quel senso di infinito mai provato prima.

«Mezzanotte e dieci minuti del 26 dicembre! Il Natale è appena finito!». Una nuova vita è cominciata.

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Perché questa settimana vi racconto queste storie al posto del consueto articolo?

Nessuno ci racconterà mai di chi ha preso per mano la bambina orfana di madre e le ha pettinato i capelli ogni mattina, o dei giorni seguenti al risveglio del bambino, di come abbia poi speso questa seconda possibilità. Nessuno ci dirà di quando il cuore e il corpo della mamma si sono spalancati per accogliere la vita del suo primo figlio, né se il padre orfano di figlio abbia trovato un motivo per sorridere ancora.

Sapremo qualcosa di loro solo se saranno carnefici o vittime di un sistema che ci divide per ogni dettaglio, forse dimentico del viaggio misterioso che tutti noi condividiamo.

Ma la bambina, il bambino, la madre, il padre, sono la tragedia degli ultimi, la gioia del piccolo, la potenza dell'invisibile. Un giorno si passeranno accanto, in una strada affollata. Il caso deciderà per loro: si ignoreranno senza sapere mai nulla l'uno dell'altro, oppure si urteranno, si innamoreranno e si doneranno i reciproci segreti.

Quei bambini siamo tutti noi, impauriti davanti alla fatalità del destino, uguali nel nascere e nel morire, in ogni caso stupiti davanti al mistero della vita.

 Buon Natale a tutti voi.

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