Il caso, il rosso e lo stupore
𝐔𝐧𝐚 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐚
𝐞
𝐥𝐚
𝐧𝐞𝐯𝐞
Una
bambina cammina da sola nella neve. Sono le sedici e quaranta ed è già buio. La
strada di casa è lunghissima. Ha paura, le lacrime scendono sulle guance rosse.
La mamma non è andata a prenderla all'uscita da scuola, non era mai accaduto
prima. Magari ha parcheggiato più in là. È quasi Natale e le macchine
sulle strade sono davvero tante. I fari le attraversano gli occhi per poi
lasciarla sola a fissare il bianco umido della nebbia. Ritrova la strada di
casa, il portone è già aperto. Entra con i suoi passi innevati. La mamma mi
sgriderà.
«Mamma,
mamma!», ma la mamma non risponde. Non le risponde nessuno, ma sente un grande
vociare. Nel corridoio c’è la nonna accasciata a terra e un uomo che non
conosce che le dà degli schiaffi in faccia «Svegliati, forza, svegliati!».
Entra
nel salone e vede suo padre: ha la pelle bianca e la bocca spalancata. Fissa
qualcosa.
La
bambina si avvicina e vede sporgersi dal divano le scarpe rosse della mamma.
Distesa, una strana forma sospesa tra i cuscini e il bracciolo. Sembra la
mamma, ma di lei non ha niente, a parte i vestiti. Né la voce né l'espressione
del viso.
La
bambina le tocca una guancia bloccata in una smorfia: la pelle è innaturale e
non segue la sua mano, come faceva sempre. È fredda; invece quella della sua
mamma è sempre molto calda.
La
mamma non è lì. Non ci sarà mai più.
𝐈𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐯𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨
Apre
gli occhi. Vede a mala pena il contorno delle sue gambe. La stanza d’ospedale è
sfocata. Sente delle voci. «Se anche si svegliasse, non sarebbe mai più normale
e non avrebbe più la vista, povero bambino».
Prova
a guardare meglio, ma è tutto inutile. Ha paura, e avverte il suo corpo tremare
forte: «Aiuto! Non vedo, non vedo niente, aiutatemi!».
Sente
dei passi correre verso di lui: «Stai calmo, è tutto a posto, è tutto a posto»,
una voce femminile e materna. Sente altre due voci gioiose e stupite accavallarsi
tra loro; poco dopo le sente accordarsi per avvertire il dottore del miracolo.
«Riesci
a vederci?», riconosce la stessa voce femminile di prima. Forse è della stessa
donna che ora ha poggiato una mano sulla sua.
«No,
non vi vedo, non vedo niente… voi avete detto che non vedrò più, vi ho sentito,
vi ho sentite prima mentre parlavate!».
Sente
dei passi arrivare nella stanza: «Ragazzo! Bentornato!» - «Telefonate subito ai
suoi genitori». Una voce maschile, molto piacevole.
Sente
provenire dal suo fianco destro un rumore familiare, simile al rovistare nei
cassetti alla ricerca dei biscotti. «Metti questi», la stessa voce maschile che
prima lo ha chiamato ragazzo. Il bambino riconosce subito la struttura dei suoi
occhiali rossi sul naso.
Finalmente
vede la stanza: il tavolo con un vassoio, una mensola con una statua della
Madonna, un vaso di fiori rovinati, un pupazzo, una sedia vuota con una maglia
di lana poggiata sopra, un piccolo presepe. Accanto al suo letto, vede due
donne con il camice verde e un uomo con il camice bianco. Hanno tutti gli occhi
ridenti spalancati per la meraviglia e la mano davanti la bocca socchiusa: «Gli
occhiali, erano solo gli occhiali!», ripetono increduli.
«Vi
vedo. Vi vedo. Ci vedo».
Una
delle tre infermiere corre ad accendere una candela adagiata sul piccolo
presepe. Guarda l’orologio a parete che segna le nove in punto. Pensa ai
genitori del bambino che stanno per arrivare. Per loro sarà un Natale migliore.
𝗜𝗹 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼
Avvolto
nella sua lunga giacca marrone, stringe le mani dolenti sulla testiera del
letto. La mano sinistra gronda sangue, il lenzuolo si macchia di rosso. Lui lo
trova stirato, immotivatamente perfetto.
Gli
occhi attoniti fissano il corpo del figlio adagiato sul letto. La bocca aperta
lascia entrare polvere, tanfo e sconcerto.
Lo
sguardo cade sul foglio del decesso che ha appena firmato il dottore: le undici
e dodici. Lo trova un orario folle, imperfetto.
La
musichetta delle luci di Natale continua a disturbare la veglia, a stonare la
scena. Da oggi in poi, da oggi indietro, la vita è finita.
𝐍𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭à
È
distesa su un giaciglio di paglia. Il pancione sembra scoppiare. «Non ce la
faccio, vi prego, basta, vi prego, aiutatemi, fatelo uscire, basta, no, no,
no».
I
bambini sbirciano, ridacchiano, litigano, il piccolo piange, ha fame.
La
donna con gli occhi azzurri tra la pelle rugosa, si muove con sicurezza tra il
piccolo lavabo, la ciotola con gli attrezzi, le pezze bagnate. Si avvicina alla
puerpera e le dice in modo deciso: «Ce la fai, ce la fanno tutte. I bambini
nascono così».
Gli
occhi della levatrice e della futura puerpera si incrociano. La partoriente si
calma, il dolore ha la sua tregua.
«Arriverà
un dolore più forte di questo, allora sapremo che il bambino sta per arrivare».
La donna riprende i suoi lamenti, presto tramutati in strazianti parole. Morde
il cuscino con tutta la sua forza, piange. «Vieni qua», le sussurra l’anziana
donna. La accompagna con le mani, le adagia sulla schiena delle pezze bollenti
e umide; con la mente è già oltre. La madre è sempre lì: «Perché tutto questo
dolore? Perché?».
L'anziana
donna le spalanca le gambe e inserisce la mano: «Ecco. Un ultimo sforzo».
Il
bambino fa l’ultimo percorso a ostacoli tra i canali, le porte e gli umori
della madre. Venti minuti ancora di respiri spezzati e battiti simbiotici, uno
dentro l’altro e distanti.
L'anziana
donna accelera il ritmo e cuce con grazia i fatidici movimenti finali: taglia
le garze, sterilizza gli utensili, prende le forbici, scalda l'acqua per il
bagnetto, stende le fasce con cui avvolgere il pargolo, fa il segno della
croce.
Un
ciuffo di capelli sbuca, un'esplosione di acqua, sangue e muco cola nella
ciotola, la testa ruota, il corpo scivola. Una presa forte, il freddo, il
pianto, un sussulto di gioia, uno sguardo alla lancetta, un taglio perfetto, il
corpo nudo del piccolo adagiato sul ventre della madre. Un lenzuolo colorato di
rosso. La madre lo guarda, le sembra perfetto.
La
bocca del pargoletto scivola sulla pelle materna come il musetto di un gatto in
cerca dell'uscita. Trova il capezzolo e succhia. La mamma lo guarda con gli
occhi teneri stracolmi di stupore. La bocca socchiusa non osa cambiare
posizione, per non far svanire quel senso di infinito mai provato prima.
«Mezzanotte e dieci minuti del 26 dicembre! Il Natale è appena finito!». Una nuova vita è cominciata.
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Perché
questa settimana vi racconto queste storie al posto del consueto articolo?
Nessuno
ci racconterà mai di chi ha preso per mano la bambina orfana di madre e le ha
pettinato i capelli ogni mattina, o dei giorni seguenti al risveglio del
bambino, di come abbia poi speso questa seconda possibilità. Nessuno ci dirà di
quando il cuore e il corpo della mamma si sono spalancati per accogliere la
vita del suo primo figlio, né se il padre orfano di figlio abbia trovato un motivo
per sorridere ancora.
Sapremo
qualcosa di loro solo se saranno carnefici o vittime di un sistema che ci
divide per ogni dettaglio, forse dimentico del viaggio misterioso che tutti noi
condividiamo.
Ma
la bambina, il bambino, la madre, il padre, sono la tragedia degli ultimi, la gioia
del piccolo, la potenza dell'invisibile. Un giorno si passeranno accanto, in
una strada affollata. Il caso deciderà per loro: si ignoreranno senza sapere
mai nulla l'uno dell'altro, oppure si urteranno, si innamoreranno e si
doneranno i reciproci segreti.
Quei
bambini siamo tutti noi, impauriti davanti alla fatalità del destino, uguali
nel nascere e nel morire, in ogni caso stupiti davanti al mistero della vita.
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