Il tè nel deserto - Paul Bowles -
recensione a cura di Patrizia Zara
“La vita è sorprendente. Niente avviene mai nel modo in cui uno s'immagina che
debba andare... tutto il nostro sistema filosofico se ne va in pezzi. Ad ogni
svolta ci si para dinanzi l'inaspettato.”
Questa riflessione è la chiave d’accesso al mondo di “Il tè nel deserto”: un
universo dove le certezze si sgretolano, le aspettative si dissolvono, e resta
solo il confronto nudo con l’imprevedibilità dell’esistenza.
Leggere “Il tè nel deserto” è come entrare in un sogno febbrile. Il tempo si
dilata, le parole fluttuano tra realtà e allucinazione. La scrittura di Bowles
è ipnotica, lenta, incantevole: scivola come il vento sulle dune, insinuandosi
nei pensieri e lasciando dietro di sé una scia di inquietudine.
Gli avverbi in -mente, usati con frequenza, scandiscono il ritmo interiore dei
personaggi, amplificandone alienazione e smarrimento. “Inesorabilmente”,
“assolutamente”, “inesplicabilmente”: non descrivono, evocano. Ogni frase è una
vibrazione nel vuoto, un’eco che si perde nel silenzio.
La trama segue Port e Kit Moresby, una coppia americana in viaggio nel Nord
Africa. Ma più che un itinerario geografico, è una discesa interiore verso la
dissoluzione. Il deserto non è sfondo: è presenza viva, silenziosa, che osserva
e trasforma. Bowles lo rende eterno e inquietante, luogo dove il tempo si
disintegra e l’identità si smarrisce.
I protagonisti si muovono come ombre, stranieri dentro e fuori di sé. La loro
apatia è una corazza, una forma di anestesia emotiva. Come scrive Kit: “Di
alcune persone, in quanto tali, non mi sentivo turbata più di quanto non lo sia
una statua di marmo dalle mosche che le strisciano sopra.” Un distacco
glaciale, che permea ogni pagina.
Port distingue tra turista e viaggiatore: “Il turista non sa dove è stato, il
viaggiatore non sa dove sta andando.” È la sintesi perfetta del romanzo. Il
turista cerca conforto; il viaggiatore si abbandona all’incertezza. Port e Kit
non cercano souvenir, ma smarrimento. Non esperienze, ma dissoluzione. E il
deserto li accoglie, li svuota, li annienta.
George Tunner, amico di famiglia, è il terzo incomodo. Apparentemente
superfluo, incarna il turista occidentale, rassicurante e superficiale. Ma la
sua presenza destabilizza, alimenta tensioni sotterranee, mette alla prova la
coppia. Tunner è lo specchio di ciò che Port e Kit rifiutano: la normalità, la
fuga dalle domande scomode.
Ed è proprio quando Kit resta sola, svuotata, che avviene la svolta. Dopo aver
vissuto come spettatrice della propria vita, osservandola “dalla finestra”, Kit
percepisce finalmente di esserci dentro. La sua anestesia emotiva si incrina.
“Ogni volta che sto per essere felice mi freno, invece di lasciarmi andare.” Ma
ora, nel cuore del nulla, sente che la gioia di esistere è qualcosa che può
afferrare. È una rivelazione che non salva, ma illumina. Un momento di lucidità
che squarcia il torpore, come un miraggio che brucia gli occhi.
La parte finale è una discesa vertiginosa nel vuoto. Kit, sola nel deserto,
attraversa un’esperienza che sfuma i confini tra realtà e delirio. Il paesaggio
si dissolve, il tempo si frantuma, la coscienza si espande. È come se “Il tè
nel deserto” stesso si liquefacesse, diventando visione, febbre, trance. Il
lettore non assiste: viene risucchiato.
Il film di Bernardo Bertolucci ne amplifica l’atmosfera rarefatta con immagini
sontuose e una colonna sonora che vibra come il caldo sulle pietre. Debra
Winger e John Malkovich incarnano perfettamente la fragilità dei personaggi,
mentre il deserto diventa protagonista assoluto, specchio dell’inquietudine
esistenziale.
“Il tè nel deserto” non è una lettura: è un’esperienza. Ti trascina fuori dalla
tua zona di conforto, ti fa assaporare il vuoto, il silenzio, l’assenza di
senso. Bowles non offre una storia, ma un rito di passaggio. Un invito a
perdersi, a lasciarsi scomporre, a confrontarsi con l’assenza di direzione.
In fondo, è una meditazione sull’impossibilità di comprendere l’altro,
sull’illusione del controllo, sull’incontro con il nulla. E in quel nulla,
qualcosa si muove. Forse noi stessi.
Sono stata completamente risucchiata dalla “non trama”. Più la narrazione
sembrava sfuggente, più mi sentivo incollata alle pagine. Non riuscivo a
staccarmi, come ipnotizzata da un miraggio che si allontana ogni volta che
cerchi di afferrarlo. Eppure, in più di un passaggio, mi è balenato un pensiero
ironico — che forse tutti i protagonisti fossero, in fondo, pazzi. Non nel
senso clinico, ma in quello più radicale: alienati, disgregati, incapaci di
aderire a qualsiasi logica condivisa. E proprio questa follia sottile, questa
deriva mentale che si insinua sotto la pelle, è ciò che rende “Il tè nel
deserto” così magnetico. È un romanzo che non racconta, ma assorbe. Non spiega,
ma disorienta. E io, lettrice smarrita, non ho potuto fare altro che lasciarmi
trascinare.
genere: narrativa

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