lunedì 1 dicembre 2025

IL TE' NEL DESERTO

 





Il tè nel deserto - Paul Bowles -

recensione a cura di Patrizia Zara



“La vita è sorprendente. Niente avviene mai nel modo in cui uno s'immagina che debba andare... tutto il nostro sistema filosofico se ne va in pezzi. Ad ogni svolta ci si para dinanzi l'inaspettato.”

Questa riflessione è la chiave d’accesso al mondo di “Il tè nel deserto”: un universo dove le certezze si sgretolano, le aspettative si dissolvono, e resta solo il confronto nudo con l’imprevedibilità dell’esistenza.

Leggere “Il tè nel deserto” è come entrare in un sogno febbrile. Il tempo si dilata, le parole fluttuano tra realtà e allucinazione. La scrittura di Bowles è ipnotica, lenta, incantevole: scivola come il vento sulle dune, insinuandosi nei pensieri e lasciando dietro di sé una scia di inquietudine.

Gli avverbi in -mente, usati con frequenza, scandiscono il ritmo interiore dei personaggi, amplificandone alienazione e smarrimento. “Inesorabilmente”, “assolutamente”, “inesplicabilmente”: non descrivono, evocano. Ogni frase è una vibrazione nel vuoto, un’eco che si perde nel silenzio.

La trama segue Port e Kit Moresby, una coppia americana in viaggio nel Nord Africa. Ma più che un itinerario geografico, è una discesa interiore verso la dissoluzione. Il deserto non è sfondo: è presenza viva, silenziosa, che osserva e trasforma. Bowles lo rende eterno e inquietante, luogo dove il tempo si disintegra e l’identità si smarrisce.

I protagonisti si muovono come ombre, stranieri dentro e fuori di sé. La loro apatia è una corazza, una forma di anestesia emotiva. Come scrive Kit: “Di alcune persone, in quanto tali, non mi sentivo turbata più di quanto non lo sia una statua di marmo dalle mosche che le strisciano sopra.” Un distacco glaciale, che permea ogni pagina.

Port distingue tra turista e viaggiatore: “Il turista non sa dove è stato, il viaggiatore non sa dove sta andando.” È la sintesi perfetta del romanzo. Il turista cerca conforto; il viaggiatore si abbandona all’incertezza. Port e Kit non cercano souvenir, ma smarrimento. Non esperienze, ma dissoluzione. E il deserto li accoglie, li svuota, li annienta.

George Tunner, amico di famiglia, è il terzo incomodo. Apparentemente superfluo, incarna il turista occidentale, rassicurante e superficiale. Ma la sua presenza destabilizza, alimenta tensioni sotterranee, mette alla prova la coppia. Tunner è lo specchio di ciò che Port e Kit rifiutano: la normalità, la fuga dalle domande scomode.

Ed è proprio quando Kit resta sola, svuotata, che avviene la svolta. Dopo aver vissuto come spettatrice della propria vita, osservandola “dalla finestra”, Kit percepisce finalmente di esserci dentro. La sua anestesia emotiva si incrina. “Ogni volta che sto per essere felice mi freno, invece di lasciarmi andare.” Ma ora, nel cuore del nulla, sente che la gioia di esistere è qualcosa che può afferrare. È una rivelazione che non salva, ma illumina. Un momento di lucidità che squarcia il torpore, come un miraggio che brucia gli occhi.

La parte finale è una discesa vertiginosa nel vuoto. Kit, sola nel deserto, attraversa un’esperienza che sfuma i confini tra realtà e delirio. Il paesaggio si dissolve, il tempo si frantuma, la coscienza si espande. È come se “Il tè nel deserto” stesso si liquefacesse, diventando visione, febbre, trance. Il lettore non assiste: viene risucchiato.

Il film di Bernardo Bertolucci ne amplifica l’atmosfera rarefatta con immagini sontuose e una colonna sonora che vibra come il caldo sulle pietre. Debra Winger e John Malkovich incarnano perfettamente la fragilità dei personaggi, mentre il deserto diventa protagonista assoluto, specchio dell’inquietudine esistenziale.

“Il tè nel deserto” non è una lettura: è un’esperienza. Ti trascina fuori dalla tua zona di conforto, ti fa assaporare il vuoto, il silenzio, l’assenza di senso. Bowles non offre una storia, ma un rito di passaggio. Un invito a perdersi, a lasciarsi scomporre, a confrontarsi con l’assenza di direzione.

In fondo, è una meditazione sull’impossibilità di comprendere l’altro, sull’illusione del controllo, sull’incontro con il nulla. E in quel nulla, qualcosa si muove. Forse noi stessi.

Sono stata completamente risucchiata dalla “non trama”. Più la narrazione sembrava sfuggente, più mi sentivo incollata alle pagine. Non riuscivo a staccarmi, come ipnotizzata da un miraggio che si allontana ogni volta che cerchi di afferrarlo. Eppure, in più di un passaggio, mi è balenato un pensiero ironico — che forse tutti i protagonisti fossero, in fondo, pazzi. Non nel senso clinico, ma in quello più radicale: alienati, disgregati, incapaci di aderire a qualsiasi logica condivisa. E proprio questa follia sottile, questa deriva mentale che si insinua sotto la pelle, è ciò che rende “Il tè nel deserto” così magnetico. È un romanzo che non racconta, ma assorbe. Non spiega, ma disorienta. E io, lettrice smarrita, non ho potuto fare altro che lasciarmi trascinare.


genere: narrativa


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