Domani nella battaglia pensa a me - Javier Marías -
recensione
di Miriam Donati
Marías costruisce un thriller metafisico, una tragicommedia, che intreccia trama, digressioni, dilemmi filosofici su cosa fare, cosa non fare, cosa sarebbe successo se avesse fatto o se non avesse fatto.
È
un romanzo satirico e allo stesso tempo gotico, come dice lo stesso autore, ma
con mezzi moderni. Il fascino, la minaccia, i misteri del romanzo gotico si
svelano su una segreteria telefonica, in conversazioni vuote, su un televisore
per combattere l'insonnia.
È
difficile entrare subito nell’opera, anche se l'inizio è memorabile, come quasi
tutti quelli di questo autore (almeno nei libri che ho letto). Sembra lento,
pesante, nonostante la sua innegabile ricchezza letteraria, ma, man mano si
progredisce pazientemente nella lettura, si rimane intrappolati.
Lo
scrittore ci presenta una storia che oscilla tra sanità mentale, follia e
ossessione, è un romanzo sull'inganno, l'infedeltà, il caso e le sue
conseguenze. Il suo protagonista, il ghostwriter, sceneggiatore di relativo
successo, Víctor Francés, ha un appuntamento con Marta Téllez a casa sua. È una
donna attraente, sposata con Dean e madre di un bambino di due anni. Questo
incontro è promettente, perché il marito è a Londra. C'è attesa e tensione
sessuale. Ma l'imprevisto domina la serata, Marta inizia a stare male, e a poco
a poco, con Victor come testimone, agonizza e muore accanto a lui, nel letto
matrimoniale. Il ragazzino dorme in una stanza vicina. Cosa farà Victor di
fronte a questo scenario inaspettato che lo disarma completamente?
Il
racconto, in prima persona, diventa una lunga riflessione di idee che si
sovrappongono senza dare tregua al lettore. Le frasi si intrecciano per
raccontarci impressioni, descrizioni, supposizioni, immaginazioni. Dopo quella
notte... tutto può succedere. Ci sono solo domande che tormenteranno diversi
personaggi. La frustrazione per l'infedeltà che non è stata consumata diventa
una costante nella vita di Victor, ossessionato da ciò che è accaduto e si
ritrova suo malgrado coinvolto nella vita di Marta, decidendo di conoscerne il
marito, la sorella e il padre, guidato dal gravoso peso di quella
responsabilità ingombrante, ossia l’essere il depositario delle parole della
donna e colui che ne ha condiviso l’esperienza più intima, quella della morte
appunto.
Ben
presto Victor capirà che, in questa storia, niente e nessuno è come
sembra, che i fantasmi appaiono più reali dei personaggi, intrisi come
sono di doppiezza e di inganno, e che la vita non è che un gioco di
interpretazioni possibili e alternative, ciascuna con un proprio senso.
Il
tema più importante è l'ibridazione che colpisce subito nella figura del
protagonista-narratore. la professione
di Víctor, un ghostwriter, non solo sottolinea "il potere della parola
dandogli un ruolo da protagonista", ma funge anche da sfondo per le
riflessioni sulla propria identità. Victor si descrive come un "intruso",
un "usurpatore", un essere praticamente invisibile, qualcuno
che non è "nessuno".
In
un'altra occasione, si identifica con l'autore-narratore, quando dice che il
suo nome è Javier a una prostituta che rimorchia per strada: "Forse
stavo per essere imparentato con me stesso, Javier con Víctor". In
questo episodio la nebulosità delle identità si manifesta anche in un altro
modo: Victor non è sicuro che la prostituta sia la sua ex moglie, per quanto
sia difficile capire che qualcuno non riconosca la persona con cui ha condiviso
tre anni della sua vita. Tutto questo fa parte del gioco narrativo in cui si
fondono ciò che è accaduto e ciò che è immaginato, fatti e memoria. La vita è
presentata nel libro come un costante aggiornamento delle possibilità, nella
realtà o nella memoria, alle quali è conferita.
In
definitiva, il romanzo, come ha affermato lo stesso Marías nel suo discorso di
accettazione del Premio Rómulo Gallegos, è un genere "ibrido e
flessibile", in cui, come nella storia che racconta, le identità sono
ignorate o dimenticate e il confine tra realtà e fantasia si apre nella misura
in cui i lettori lo desiderano.
Pertanto
la chiave di questo e degli altri romanzi dell'autore è che hanno un narratore,
che narra i propri ricordi, una versione di eventi filtrati ed elaborati da un
solo testimone arbitrario e onnipotente.
La
memoria diventa un filtro attraverso il quale si costruisce la realtà, e la
finzione diventa un modo per esplorare i limiti di questa costruzione. Questa
dualità è rappresentata dal protagonista, un uomo apparentemente di successo e
rispettabile, sicuro di sé, ma anche pedante e pretenzioso e che nasconde un
passato oscuro e una serie di segreti che lo tormentano. Man mano che si avanza
nella lettura, si scopre che Victor si è costruito una maschera che gli
permette di nascondere il suo vero io. L’altro personaggio che affronta una
dualità simile è Marta Téllez, una donna enigmatica e seducente. Marta nasconde
un'identità frammentata, piena di segreti e bugie, è una donna misteriosa, le
cui motivazioni e le cui vere intenzioni sono difficili da decifrare e questo
mette in discussione le percezioni del lettore.
L'asse
di queste riflessioni è l'inganno permanente in cui si vive. Per quanto si
cerchi di essere oggettivi, si trasmette sempre una realtà parziale e sfocata,
raccontata in modi diversi a ciascuno.
L’autore
utilizza simbolicamente per riflettere la dualità dei personaggi e le diverse
sfaccettature della loro personalità lo specchio che è presente in tutta
l’opera e rappresenta anche l'idea dell'immagine pubblica e di come le
apparenze possano ingannare.
Il
simbolismo è presente anche nel nome del protagonista, Victor, che può essere
interpretato come un riferimento alla vittoria e alla conquista, che è legato
all'ossessione del personaggio per il potere e il controllo.
La
morte inaspettata e l'infedeltà non consumata diventano una sorta di
"incantesimo" (il modo in cui Marías arriva a questa parola è un
esempio della sua erudizione e della sua grande padronanza dell'inglese
attraverso la parola ossessionante). L'incanto che Victor subisce
gli impedisce di dimenticare o ignorare l'ambiente che ha lasciato e di
dissociarsi da quello che sarà successo dopo che sarà uscito di casa e il
giorno dopo torna nelle vicinanze dell'appartamento.
Quello
che fino a quel momento poteva essere un romanzo solo intrigante, diventa da
quel momento in poi una storia psicologica in cui alcuni aspetti comunemente
inosservati dell'esperienza umana vengono esplorati lentamente e
ripetitivamente.
Il
libro di Marías è uno spazio carico di libri, metaletteratura, alta cultura,
erudizione e con mille porte e corridoi, passaggi nascosti e codici segreti a
volte difficili da decifrare.
Ambientato
negli anni Novanta, nel bel mezzo della transizione politica della Spagna,
l'opera ne riflette in modo sottile e profondo i cambiamenti, il periodo di
incertezza e le conseguenze di quel recente passato. Inoltre, affronta
questioni sociali rilevanti dell'epoca, come il ruolo delle donne nella società
spagnola. Attraverso i personaggi femminili, Marías mostra le difficoltà e le
limitazioni che le donne dovevano affrontare in quel momento, così come le
aspettative e i ruoli imposti dalla società.
La
prosa elegante è accuratamente costruita. Le frasi sono lunghe e complesse,
piene di subordinate e divagazioni. Questo modo di scrivere può essere
impegnativo, ma chi si immerge nel suo mondo letterario scopre una ricchezza e
una profondità che pochi autori riescono a raggiungere. L'autore utilizza una
voce narrante in prima persona, che permette di entrare in empatia con il
protagonista e vivere i suoi conflitti interni e i dubbi esistenziali che lo
tormentano e di comprendere le sue motivazioni e azioni, anche quando possono
essere moralmente discutibili.
Victor,
non smette di riflettere su tutto ciò che gli accade, fino ad allontanarsi per
diverse pagine dalla trama in cui vive intrappolato. In queste digressioni ci
imbattiamo in pensieri e frasi che potrebbero essere nostre. D’altra parte troviamo sottotrame
ingombranti, inutilmente lunghe, francamente inutili.
Marías
alterna la narrazione al presente e al passato creando quindi tensione e
suspense nella trama, ma anche un effetto di smarrimento nel lettore, che deve
ricostruire le vicende e le relazioni tra i personaggi man mano che procede
nella lettura. Questa struttura frammentata riflette anche la natura
frammentaria della memoria e la soggettività dell'esperienza umana.
Un
altro aspetto interessante dello stile narrativo di Marías è il suo uso della
ripetizione e della reiterazione. Per tutto il romanzo, l'autore ripete alcune
parole e frasi, creando un effetto ipnotico che rafforza l'atmosfera di
ossessione e disagio che permea la storia.
L’autore usa l'intertestualità attraverso i riferimenti letterari.
Allude a opere classiche della letteratura per arricchire il testo, che
funzionano anche come una sorta di guida per il lettore, invitandolo a fare
collegamenti e riflettere sui temi affrontati nel romanzo.
Marías
sa come guidare la lettura, portare il lettore dove vuole davvero,
permettendosi un esercizio di stile forse non da tutti ritenuto necessario.
Il
romanzo immerge in un mondo in cui la morte si presenta in varie forme, sia
come un evento imminente che come un'ombra che perseguita i personaggi e come
un elemento che trascende il tempo e lo spazio. Nel corso del romanzo, i
personaggi affrontano anche la morte dei propri ricordi ed esperienze. La morte
diventa così un costante richiamo alla fragilità della memoria e
all'inevitabilità dell'oblio. Utilizza allo scopo come simbolo l'orologio che
diventa un oggetto ricorrente e che rappresenta il passare del tempo e
l'ineluttabilità della morte. Simboleggia anche la mancanza di controllo che si
ha sulla vita e su come si sia soggetti alle decisioni e alle azioni altrui.
Un
altro tema evidente è quello della mancanza di comunicazione e della solitudine
nella società contemporanea. Marías ci mostra personaggi che, nonostante siano
circondati da persone, si sentono soli e disconnessi. Il protagonista ne è un
chiaro esempio. Nonostante abbia una vita apparentemente di successo, si
ritrova bloccato in una routine vuota e priva di significato, incapace di
stabilire vere relazioni con gli altri.
I
dialoghi, realistici e fluidi, giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo
della trama e nella costruzione dei personaggi e spesso contengono indizi
chiave e rivelazioni che consentono al lettore di scoprire la verità dietro gli
eventi.
Javier
Marías riesce a bilanciare la serietà della trama con momenti di leggerezza e
divertimento,
La
scena con il re per esempio mi è sembrata ingegnosa, molto ben realizzata
(anche se del tutto gratuita). Il dettaglio di non menzionare apertamente che
si tratti del re di Spagna, anche se è chiaramente evidente, e di riferirsi a
lui con soprannomi ridicoli, gli conferisce un tono comico.
Il
titolo “rubato” alla tragedia di Shakespeare ha significato non tanto per le
parole in sé, ma se contestualizzato rispetto al momento dell’opera in cui
viene pronunciato: è il momento di una maledizione di un fantasma che torna a
tormentare un animo colpevole costringendolo a fare i conti con la propria
anima; è esattamente il processo che attraversa Victor rispetto a sé stesso e
al fantasma, non fisico ma psicologico, di quella donna che ha accompagnato
nell’istante della morte.
Il
testo ha un epilogo sul valore della letteratura che è una delle spiegazioni
più centrate che abbia mai letto sulla ragione dell'esistenza della letteratura
stessa.
Genere:
Narrativa
Anno di pubblicazione: 1994

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