Delitto e castigo - Fedor Dostoevskij -
recensione a cura di Francesca Simoncelli
Fino a che
punto possiamo giustificare le nostre azioni?
"
Delitto e castigo ", capolavoro di Fëdor Dostoevskij, che si svolge quasi
esclusivamente a San Pietroburgo, non è un romanzo giallo, né un noir, non ci
sono casi da risolvere o assassini da scovare.
Il delitto
avviene pressoché nell'immediato del racconto e a compierlo è il protagonista
della storia, il giovane e indigente ex studente Raskol’nikov; ma non è
certamente questo uno spoiler, perché sarà da qui che inizierà il vero cuore
del romanzo.
Raskol’nikov
uccide una vecchia usuraia e sua sorella, per cercare di sfuggire ad una vita
miserabile, ma soprattutto per provare una sua personale teoria, basata sul
fatto che esistono persone che sono al di sopra delle parti, autorizzate, in un
certo modo, a decidere la sorte altrui, in beneficio di una causa superiore.
Ma, subito
dopo il delitto, inizierà dentro di lui una lotta morale, per cercare di
giustificare le sue azioni.
Durante
questo conflitto interno, egli passerà attraverso la vergogna, il pentimento e
infine il delirio e sarà vittima di un vero malessere fisico.
Intorno a
lui ruotano tanti personaggi, che aiutano il lettore a comprendere meglio la
storia e che completano la descrizione di un ambiente complesso, dove si
alternano sentimenti ambigui: l'egoismo e la carità, l'amore e l'odio, il bene
e il male; Dostoevskij riesce a scavare così bene nell'animo umano che i suoi
personaggi sono così poliedrici, fragili, complicati da sembrare reali.
Prima fra tutti Sonja, figlia di un ubriacone
che Raskol’nikov incontrerà per caso; sarà lei la prima a cui lui confesserà il
suo segreto.
Lei è un'anima pura, che esprime la
compassione, la fede sincera e profonda, l'amore incondizionato, ma che è
costretta a prostituirsi per aiutare la famiglia, che vive nella miseria.
Non di
minore importanza è Vrazumichin, amico di Raskol’nikov , anche lui ex studente,
di animo buono e leale, che cercherà di aiutarlo nel suo momento di confusione
e disperazione.
La grande
differenza tra i due è la serenità con cui Vrazumichin affronta la vita, in
confronto alle afflizioni di Raskol’nikov , perché alla fine il suo vero castigo
non sarà la punizione fisica, ma il suo tormento interiore.
Ogni parola, ogni frase esprimono questa sua
sofferenza e tutti i personaggi e gli eventi completano il ritratto della
complessità di quest'uomo, povero, ma di talento, che vorrebbe di più dalla
vita, che si pone tante domande, che cerca risposte, che si dispera.
Dostoevskij
descrive magistralmente la disperazione umana, riuscendo ad entrare dritto
nell'animo, come una freccia ben scoccata, forse proprio a causa del suo
vissuto, delle sue sofferenze personali, perché chi ha tanto sofferto, spesso,
riesce ad avere una maggiore empatia ed il suo sguardo va oltre le apparenze e
osserva la profondità.
Non riesco a
trovare parole adatte a descrivere le emozioni provate nel leggere questo
capolavoro, perché coesistono in me un vortice di sensazioni diverse.
Dostoevskij
riesce sempre a stupirmi, mai a deludermi: nella lettura dei suoi romanzi ho
troppa fretta di leggere, perché sono completamente coinvolta nella storia, ma
ho poi la malinconia di aver terminato così velocemente e sento subito la
mancanza di quella che ormai era diventata la mia quotidianità.
Volete
provare tutte queste emozioni, senza uscire di casa?
Aprire un
libro di Dostoevskij ed iniziate a leggere...
LA
SOFFERENZA, IL DOLORE SONO L'INEVITABILE DOVERE DI UNA COSCIENZA GENEROSA E DI
UN CUORE PROFONDO. GLI UOMINI VERAMENTE GRANDI, CREDO, DEBBANO PROVARE SU
QUESTA TERRA UNA GRANDE TRISTEZZA.

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