martedì 3 febbraio 2026

QUELLO CHE POSSIAMO SAPERE

 




Quello che possiamo sapere – Ian McEwan – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Il romanzo si apre nel 2119. Tom è un professore e ricercatore, il cui campo di competenza è la letteratura dal 1990 al 2030. Il mondo non è più quello che conosciamo. Un disastro provocato dalla crisi climatica a cui è seguito una catastrofica inondazione nel 2045 ha cancellato intere città e nazioni costiere. La Gran Bretagna è un arcipelago che sta appena cominciando a rifiorirsi di flora e fauna, i collegamenti sono difficoltosi, le biblioteche e gli archivi sono stati spostati sui monti.

In questo quadro Tom sta ricercando un poemetto scritto nel 2014 dal noto poeta Francis Blundy in occasione del compleanno della moglie Vivien. Lo ha letto quella sera, davanti a lei e a un gruppo di amici quasi tutti letterati che ne hanno lasciato memoria in lettere, diari e articoli di riviste, al punto che quella serata è passata alla storia come Secondo Immortal Convivio, facendo l’eco al primo che nel 1817 aveva riunito Wodsword e Keats.

Ma il poemetto non è mai stato pubblicato e non ne è mai stata trovata traccia.

Basta questo a far capire che ci troviamo di fronte a un romanzo altamente letterario, a cui bisogna dedicare del tempo. La prima parte (circa metà libro), narrata in prima persona da Tom, è densa di citazione, stralci di lettere e di diari (frutto della fantasia dell’autore, è bene ribadirlo: stiamo leggendo un romanzo, non un saggio).

L’artificio narrativo di cui si serve McEwan è al tempo stesso evidente e geniale: guarda noi e il nostro tempo dalla distanza di un secolo. In questa prima parte ci sorprende vedere che cosa è diventato il nostro mondo (ma l’autore ci ha tenuto a sottolineare che non si tratta di un romanzo profetico, ma semplicemente di uno scenario possibile).

 Se il passato non ci aveva annientati, ne eravamo comunque terrorizzati. Il nostro traguardo più alto era non essere in guerra. Non bastava raccontare a noi stessi che adesso i mari erano più puliti, e la vita vi stava facendo ritorno, e che le nostre isole sotto la luce giusta apparivano belle e lussureggianti. Tutto questo non dipendeva da un comportamento virtuoso. Era il risultato del crollo della civiltà. Ogni volta che gli esseri umani si fanno da parte, il resto del mondo vivente torna pian piano a fiorire.

La ricostruzione ex post della cena del 2014 si interseca con la narrazione del presente di Tom nonché sulla sua visione dei nostri anni dalla distanza di un secolo:

 Era come se masse di sprovveduti medievali avessero fatto irruzione nella modernità, precipitandosi verso il teatro sbagliato per salire sul palcoscenico sbagliato. Nella ressa frenetica, orribili segreti di stato venivano allo scoperto, l’infanzia di molti finiva devastata, la reputazione di persone rispettabili era compromessa, e una banda di idioti logorroici assurgeva agli onori del mondo.

Piano piano, prende sempre più vigore la figura di Vivien, la moglie del poeta, che diventerà indiscussa protagonista della seconda parte. E anche qui, quando cominciamo a leggere queste pagine, non dobbiamo chiederci cosa diavolo c’entra e perché un cambio di narratore ed epoca così radicale. Bisogna aspettare la fine per chiudere il cerchio e capire che, attraverso il racconto di Vivien, McEwan ci porta a una riflessione profonda non solo sui sentimenti, sulla complessità dell’animo umano ma anche e soprattutto su “quello che possiamo sapere” degli altri, delle loro vite. Man mano che la seconda parte prosegue, noi facciamo i conti con tutta la costruzione che ci eravamo fatti leggendo la prima: per me è stato incredibile scoprire come non mi sia fermata a ciò che ha scritto Tom di Blundy e Vivien, ma mi sia fatta un film del loro matrimonio e del loro rapporto. Scoprirmi con un pugno di mosche in mano è stata un’esperienza interessante.

Che dire della scrittura di McEwan? Spettacolare come sempre, fluida, semplice e ricchissima al tempo stesso, con una padronanza assoluta di una narrazione che sfocia spesso in digressioni e che spazia nel tempo. Mai didascalico, sempre pronto a suscitare domande, riflessioni infinite.

Fantastica la chiosa con cui chiude il libro:

 I lettori eventualmente interessati sono pregati di tener presente che nulla che abbia a che fare con questo romanzo è sepolto da nessuna parte.


anno di pubblicazione: 2025

 


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