venerdì 6 febbraio 2026

NELLA CARNE

 




Nella carne – David Szalay -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

In questo itinerario letterario contemporaneo, ho avuto la possibilità di esplorare la solitudine e il disallineamento tra la coscienza e il corpo di un uomo durante le stagioni della sua vita.

Un viaggio nella carne. Spazio dove si consuma il desiderio in tutte le sue sfaccettature.

La cui tensione si schianta davanti alla prepotente voglia di "normalità".

Istvan è un uomo fisico, crudo, disincantato, semplice, di poche parole, di scarna emotività, che ha avuto vari traumi nella vita.

Sembra un essere che semplicemente esiste e che forse non nulla sa di sé.

Uno che non dice mai NO! Che accetta quasi passivamente la vita, che non riesce a gestire i sentimenti e a dargli un nome.

Tanto che spesso le sue azioni degenerano in qualcosa che vanno oltre il vuoto emotivo, si trasformano in apatia o in aggressività.

Istvan è quasi uno spettatore. Subisce il suo corpo. Non crede. Non sceglie, non si impone, a volte vince ma soprattutto perde!

Durante il racconto dell'arco della sua vita mi colpiscono gli spazi bianchi, i silenzi, le poche parole ripetute quasi come una litania.

Ho adorato questo stile misurato l'ho trovato carico di magnetismo filosofico.

È quel non detto, che sconvolge la mia visione del mondo e instilla nuovi dubbi e riflessioni esistenziali, su traumi, strumenti emotivi, corpo e coscienza, destino e tempo.

Il finale mi ha lasciata un vuoto dentro la carne.

Come se alla fine, il presagio di quella tragedia, sussurrata tra le pagine, fosse diventata realtà.

Come se, quella corazza fatta di poche parole si sia trasformata in condanna definitiva alla solitudine.

Il tempo e il destino sono inesorabili e l'uomo nulla può contro essi.

So quanto possa essere terrificante e inadeguata "la normalità" davanti ai drammi della vita.

Ma dobbiamo andare avanti, esplorando i nostri sentimenti.

Altrimenti rischiamo di svuotare i nostri corpi dalle emozioni.

Tornando a casa ci penso ancora. Al paradosso che ha portato in scena "la normalità" come limite della condizione umana.

Ma nonostante alcune solitudini siano insanabili, penso che un corpo non può essere solo contenitore, perché nel momento in cui smette di avere desideri, emozioni, impulsi, l'uomo cessa di esistere.

"C'è qualcosa di terrificante nel modo in cui la normalità si impone. Nel modo in cui l'estate si ostina a proseguire. Nel modo in cui gli ippocastani fioriscono e comincia Wimbledon".


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

 


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