Nella carne – David Szalay -
recensione a cura di Francesca Tornabene
In questo itinerario letterario contemporaneo, ho avuto la
possibilità di esplorare la solitudine e il disallineamento tra la coscienza e
il corpo di un uomo durante le stagioni della sua vita.
Un viaggio nella carne. Spazio dove si consuma il desiderio
in tutte le sue sfaccettature.
La cui tensione si schianta davanti alla prepotente voglia
di "normalità".
Istvan è un uomo fisico, crudo, disincantato, semplice, di
poche parole, di scarna emotività, che ha avuto vari traumi nella vita.
Sembra un essere che semplicemente esiste e che forse non
nulla sa di sé.
Uno che non dice mai NO! Che accetta quasi passivamente la
vita, che non riesce a gestire i sentimenti e a dargli un nome.
Tanto che spesso le sue azioni degenerano in qualcosa che
vanno oltre il vuoto emotivo, si trasformano in apatia o in aggressività.
Istvan è quasi uno spettatore. Subisce il suo corpo. Non
crede. Non sceglie, non si impone, a volte vince ma soprattutto perde!
Durante il racconto dell'arco della sua vita mi colpiscono
gli spazi bianchi, i silenzi, le poche parole ripetute quasi come una litania.
Ho adorato questo stile misurato l'ho trovato carico di
magnetismo filosofico.
È quel non detto, che sconvolge la mia visione del mondo e
instilla nuovi dubbi e riflessioni esistenziali, su traumi, strumenti emotivi,
corpo e coscienza, destino e tempo.
Il finale mi ha lasciata un vuoto dentro la carne.
Come se alla fine, il presagio di quella tragedia,
sussurrata tra le pagine, fosse diventata realtà.
Come se, quella corazza fatta di poche parole si sia
trasformata in condanna definitiva alla solitudine.
Il tempo e il destino sono inesorabili e l'uomo nulla può
contro essi.
So quanto possa essere terrificante e inadeguata "la
normalità" davanti ai drammi della vita.
Ma dobbiamo andare avanti, esplorando i nostri sentimenti.
Altrimenti rischiamo di svuotare i nostri corpi dalle
emozioni.
Tornando a casa ci penso ancora. Al paradosso che ha portato
in scena "la normalità" come limite della condizione umana.
Ma nonostante alcune solitudini siano insanabili, penso che
un corpo non può essere solo contenitore, perché nel momento in cui smette di
avere desideri, emozioni, impulsi, l'uomo cessa di esistere.
"C'è qualcosa di terrificante nel modo in cui la
normalità si impone. Nel modo in cui l'estate si ostina a proseguire. Nel modo
in cui gli ippocastani fioriscono e comincia Wimbledon".
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 2025
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