Amsterdam - Ian McEwan -
recensione a cura di Patrizia Zara
Ho trovato Amsterdam nel crossing book condominiale, come si trovano certi
oggetti dimenticati da qualcuno che aveva fretta di liberarsene. Non conoscevo
McEwan, ma già dalle prime pagine ho sentito quell’odore molto english:
elegante, tagliente, un po’ snob, come un tè servito con precisione chirurgica
da un maggiordomo che ti osserva per capire se meriti davvero la porcellana
buona.
La storia parte da un funerale — perché gli inglesi, quando vogliono
divertirsi, cominciano sempre da lì — e segue Clive e Vernon, due uomini
convinti di essere più intelligenti del resto del mondo. In realtà, pagina dopo
pagina, si comportano come due turisti che hanno perso la mappa ma insistono a
dire che sanno benissimo dove stanno andando. McEwan li osserva con un’ironia
così sottile che a volte ti chiedi se stia ridendo con te o di te.
La trama è una collezione di scelte sbagliate, ambizioni mal calibrate e
piccole vendette che crescono come funghi dopo la pioggia. È tutto molto
preciso, molto controllato, molto britannico. E sì, anche molto divertente — ma
di quel divertimento che non fa ridere, ti fa solo alzare un sopracciglio e
pensare: “Eccoli, di nuovo”.
Lo stile è impeccabile, affilato, quasi troppo. A volte ho avuto la sensazione
che McEwan fosse così impegnato a mantenere la sua compostezza da dimenticare
di lasciar filtrare un po’ di calore. È brillante, certo, ma anche un po’
freddo: come se ti invitasse a cena e poi ti servisse tutto con i guanti, senza
mai sedersi davvero al tavolo con te. E qualche passaggio, lo ammetto, scivola
nella perfezione un po’ compiaciuta — quella tipica sicurezza inglese che noi
italiani guardiamo con un misto di ammirazione e voglia di scompigliare i
capelli a qualcuno.
Detto questo, Amsterdam resta un romanzo breve e affilato, che si legge con
piacere e con quel sorriso obliquo che nasce quando un autore ti mostra la
miseria umana con la grazia di una commedia nera. L’ho trovato per caso, e l’ho
finito con la sensazione che il crossing book condominiale, ogni tanto, sappia
scegliere per me meglio di quanto farei io.
Se McEwan voleva farmi divertire senza farmi sentire troppo comoda, ci è
riuscito. Anche se, da italiana, ogni tanto avrei voluto scuotere i personaggi
per farli uscire da tutta quella compostezza. Ma forse è proprio questo il
fascino: guardare due inglesi affondare con stile.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 2017

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