Scialacca - Kristine Maria Rapino -
recensione a cura di Connie Bandini
L’abruzzese Kristine Maria Rapino, attraverso una prosa densa, evocativa e squisitamente sensoriale indaga il tema universale del ritorno e del perdono familiare con una scrittura che mescola con naturalezza introspezione e concretezza.
Francesco Lomonaco torna nella casa
di famiglia, sulla costa adriatica, nel cuore di un territorio che conserva
ancora l’odore del sale e delle ferite non rimarginate. Al suo fianco c’è Aria, una ragazza albina, fragile e intensa, chiamata ad
accompagnarlo nel difficile percorso di disintossicazione. Aria è una presenza
che guida, senza giudicare. Anche lei, però, custodisce nel silenzio un dolore,
generato da una storia taciuta.
Ad accoglierli, una famiglia che nel
frattempo ha imparato a sopravvivere senza Francesco: una madre dolce
esattamente come tanto tempo prima, un padre chiuso in sé e poco loquace e un fratello
maggiore, Gillo, un tempo protettivo, oggi corazzato da rancore e disincanto.
È quest’ultimo, insieme alla fabbrica di fuochi d’artificio, il vero epicentro del
romanzo. Quel luogo, fisico e simbolico insieme, è stato teatro di un passato doloroso
e proprio lì, dove la polvere da sparo incontra l’acqua stagnante, si
sedimentano i ricordi, le colpe e gli affetti sospesi.
La scialacca
diventa così una potente metafora di ciò che resta: uno spazio dove il tempo
non guarisce ma preserva la memoria, come una rete in cui si impigliano gli
oggetti perduti e i legami che non si è riusciti a lasciar andare.
Tornare in quel luogo, per Francesco, significa affrontare i fantasmi del
passato.
Il romanzo si muove su un equilibrio
delicato tra il visibile e il taciuto, tra il gesto quotidiano e l’abisso
interiore. Il dramma che ha spezzato i rapporti tra Gillo e Francesco aleggia
fin dalle prime pagine: non viene subito esplicitato, ma si avverte come un
nodo che stringe l’aria e condiziona ogni parola.
L’incontro tra i due fratelli Lomonaco
è un lento avvicinamento, fatto di diffidenza, rabbia e affetto che non ha
smesso di covare sotto la cenere. Sarà necessario un ponte tra i due per
operare una vera e propria rinascita.
In un’intervista, Kristine Maria
Rapino racconta che il personaggio di Francesco nasce da un incontro reale: un
tossicodipendente conosciuto durante la sua esperienza come volontaria accanto
ai senzatetto, morto pochi giorni prima di entrare in comunità. Scrivere,
quindi, diventa un modo per restituirgli una seconda possibilità e un diverso
destino.
E così il romanzo si fa omaggio a
tutti gli invisibili che popolano le nostre città e le nostre coscienze. Rapino
mostra con delicatezza e rispetto l’autenticità della caduta e del perdono,
parla delle assenze che segnano, dei silenzi che pesano e della possibilità —
fragile ma reale — di trovare la luce anche nei luoghi più oscuri.
genere: narrativa
anno di pubblicazione. 2025

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