Sentirsi diminuiti
Quante volte dopo essere stata sui social mi sento
"diminuita" per usare un'espressione del filosofo Giorgio Agamben,
che mi colpì molto.
Quante volte vorrei chiudere i miei account e mollare
tutto. Ansia, frustrazione, rabbia. Emozioni
che tornano ad ogni post. Siamo tutti intolleranti, scortesi, poco eleganti
nella forma e nei modi. Alle volte provo fastidio anche per contenuti con cui
sono in accordo, perché ormai stanca di un certo linguaggio.
Credo molto nella parola, ma mai avrei immaginato di potervi
prendere parte in modo sgraziato, come capita oggi.
«Gli uomini hanno nel linguaggio la loro dimora vitale e se
pensano e agiscono male, è perché corrotto e viziato è innanzitutto il rapporto
con la loro lingua. Noi viviamo da tempo in una lingua impoverita e devastata,
tutti i popoli, come Scholem diceva per Israele, camminano oggi ciechi e sordi
sull’abisso della loro lingua ed è possibile che questa lingua tradita si stia
in qualche modo vendicando e che la sua vendetta sia tanto più spietata quanto
più gli uomini l’hanno guastata e negletta.», trovo bellissime queste parole di
Agamben.
Molto potente questa idea di una lingua tradita che si
vedica. Proprio per cercare di farla arrabbiare un po' meno, spesso riscrivo,
cerco il termine migliore, mi chiarisco interiormente, ricomincio da capo,
lascio sedimentare, lascio stare.
Da bambina venivo continuamente ripresa, su come parlare,
come usare il mio corpo, come rispondere. Pensavo fosse eccessivo, invece oggi
mi appare non di rado la mia unica àncora di salvezza in un mondo senza decoro,
senza il senso del limite e della vergogna. Cosa ne è di noi quando
introiettiamo l'idea che nulla conti? Ecco, i social stanno slatentizzando
anche questo, potenziando le parti peggiori di noi. Ma non credo che a stare
male siano solo i destinatari dei nostri messaggi: le prime vittime siamo noi
stessi.
Del resto quando ascoltiamo qualcuno, anche noi stessi, ci
arriva prima il come che il cosa. Ed è proprio quel come che nel
virtuale viene meno, perché mancano del tutto il tono della voce, le pause, il
corpo. Allora li aggiungo io, allargo la visuale: ho curiosità dei volti delle
persone con cui interagisco, dei toni della voce, delle pause, degli sguardi. A
volte provo ad immaginarli, a volte li intuisco da una foto, li scorgo in una
clip, o per strada, e allora so che siamo tutti migliori di come appariamo qui.
Quando il senso di scoramento è più forte, proprio allora
cambio lo sguardo. Una passeggiata, un abbraccio delle mie figlie, una coccola
a me stessa, una parola di vero bene, e vedo le cose in una prospettiva
diversa.
Insomma, quanto perdiamo di noi e degli altri, incastrati in
fortini sempre più angusti?
Forse la dolcezza, la gentilezza, la serenità oggi sono
vissuti come valori perdenti e ci imbarazza mostrarli? Può essere. Molto più
urgente dimostrarci pronti, arguti, inutilmente crudeli.
Tutto questo però ci impedisce l'essenziale, l'unica cosa in
grado di trasformare ogni spazio in un luogo sacro di vero incontro e ascolto.
«C'è un modo migliore per dire quello che voglio dire?»,
senza farci questa domanda, senza questo sforzo reciproco è impossibile tirare
delle linee comuni e far fronte a una fase tra le più complesse. I conflitti,
gli schieramenti, i protagonismi, le invidie, le frecciatine, le reazioni di
pancia, il sarcasmo, l'avarizia [non solo materiale, penso all'incapacità di
fare un complimento, di donarci, di dire una cosa bella anche se la pensiamo].
Tutte queste cose sono la nostra sconfitta personale e collettiva.
«I limiti della mia lingua significano i limiti del mio
mondo» (Wittgenstein).
E allora, comincio dal piccolo, dandomi qualche piccola
regola: non mettere mai una risata di scherno, non entrare mai nelle bacheche
altrui se non sono capace di trasmettere un senso di interesse per l'altro, un
bisogno sincero di comprensione reciproca. Rispondere a tutti, senza alimentare
dinamiche divistiche. Tutti meritano una risposta, non solo quelli che noi
percepiamo più utili, più potenti, più in grado di farci brillare. Lasciar
sedimentare qualche giorno le cose che scrivo. Se serve, cancellare e
riprovare, fino a raggiungere ciò che davvero è importante per me condividere.
Così un «ma è mai possibile che...» può diventare un «vorrei tanto che...».
Il linguaggio cambia la realtà, una frase può distruggere o
edificare. Dopo la comunicazione abbiamo energia in esubero o in perdita?
Ecco, per me la parola chiave è energia. Questa andrà dove
noi la poggeremo; è allora fondamentale capire cosa vogliamo rinforzare.
Ma non si tratta solo di uno scambio insignificante tra due
o più persone, si tratta di definire il mondo. Possiamo anche convincerci di
star contrastando qualcuno ma se lo citiamo, ne parliamo, lo critichiamo con
rabbia e risentimento lo stiamo ingrassando; di fatto aderiamo alla sua visione
di mondo. «Non parteciperò mai a manifestazioni contro la guerra. Chiamatemi
quando organizzerete una manifestazione per la Pace».
Non è un caso che il linguaggio politico e quello
istituzionale rovescino ogni tentativo di bene nel male. Ogni discorso deve
tornare nel loro alveo limitato, violento e emotivamente immaturo. «Il frasario
dei media impone dovunque la sua miserabile norma», sempre Agamben. Così, ogni
nostra istanza, per quanto in origine lodevole, diventa: comunista, fascista,
politicamente corretta, politicamente scorretta, radicale chic, woke,
femminista, maschilista, no vax, mainstream. Tutte formule usate per volgere verso
il basso ogni tentativo di bene.
«Nemmeno stupisce che chi maneggia una simile lingua abbia
perso ogni consapevolezza del rapporto fra lingua e verità [...]. La verità di
cui qui parliamo non è solo la corrispondenza fra discorso e fatti, ma, ancor
prima di questa, la memoria dell’apostrofe che il linguaggio rivolge al bambino
che proferisce commosso le sue prime parole».
Ecco, cerchiamo di ricordare il candore di quella
commozione, di ritrovare la fede in qualcosa. Perché in fondo credere a tutto e
non credere a niente sono molto vicini...
E, allora, teniamo il timone ben saldo in mezzo a questa
tempesta che non sembra voler finire e che tutti ci spaventa a morte, discernendo
di volta in volta il buono che c'è in ogni istanza.
Il bene è sempre bene, anche se siamo affiancati dal demonio
che si traveste usando le nostre stesse parole, che cerca di sfigurarlo. In
quel caso sarà importante dire al demonio: io ti vedo, vedo il tuo tentativo di
dividerci, di dividermi, e proprio perché ti vedo, proseguo nel cammino del
bene e del vero.
Buon inizio di anno a tutti!
Nessun commento:
Posta un commento