giovedì 1 gennaio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - SENTIRSI DIMINUITI

 



Sentirsi diminuiti

 

Quante volte dopo essere stata sui social mi sento "diminuita" per usare un'espressione del filosofo Giorgio Agamben, che mi colpì molto.

Quante volte vorrei chiudere i miei account e mollare tutto.  Ansia, frustrazione, rabbia. Emozioni che tornano ad ogni post. Siamo tutti intolleranti, scortesi, poco eleganti nella forma e nei modi. Alle volte provo fastidio anche per contenuti con cui sono in accordo, perché ormai stanca di un certo linguaggio.

Credo molto nella parola, ma mai avrei immaginato di potervi prendere parte in modo sgraziato, come capita oggi.

«Gli uomini hanno nel linguaggio la loro dimora vitale e se pensano e agiscono male, è perché corrotto e viziato è innanzitutto il rapporto con la loro lingua. Noi viviamo da tempo in una lingua impoverita e devastata, tutti i popoli, come Scholem diceva per Israele, camminano oggi ciechi e sordi sull’abisso della loro lingua ed è possibile che questa lingua tradita si stia in qualche modo vendicando e che la sua vendetta sia tanto più spietata quanto più gli uomini l’hanno guastata e negletta.», trovo bellissime queste parole di Agamben.

Molto potente questa idea di una lingua tradita che si vedica. Proprio per cercare di farla arrabbiare un po' meno, spesso riscrivo, cerco il termine migliore, mi chiarisco interiormente, ricomincio da capo, lascio sedimentare, lascio stare.

Da bambina venivo continuamente ripresa, su come parlare, come usare il mio corpo, come rispondere. Pensavo fosse eccessivo, invece oggi mi appare non di rado la mia unica àncora di salvezza in un mondo senza decoro, senza il senso del limite e della vergogna. Cosa ne è di noi quando introiettiamo l'idea che nulla conti? Ecco, i social stanno slatentizzando anche questo, potenziando le parti peggiori di noi. Ma non credo che a stare male siano solo i destinatari dei nostri messaggi: le prime vittime siamo noi stessi.

Del resto quando ascoltiamo qualcuno, anche noi stessi, ci arriva prima il come che il cosa. Ed è proprio quel come che nel virtuale viene meno, perché mancano del tutto il tono della voce, le pause, il corpo. Allora li aggiungo io, allargo la visuale: ho curiosità dei volti delle persone con cui interagisco, dei toni della voce, delle pause, degli sguardi. A volte provo ad immaginarli, a volte li intuisco da una foto, li scorgo in una clip, o per strada, e allora so che siamo tutti migliori di come appariamo qui.

Quando il senso di scoramento è più forte, proprio allora cambio lo sguardo. Una passeggiata, un abbraccio delle mie figlie, una coccola a me stessa, una parola di vero bene, e vedo le cose in una prospettiva diversa.

Insomma, quanto perdiamo di noi e degli altri, incastrati in fortini sempre più angusti?

Forse la dolcezza, la gentilezza, la serenità oggi sono vissuti come valori perdenti e ci imbarazza mostrarli? Può essere. Molto più urgente dimostrarci pronti, arguti, inutilmente crudeli.

Tutto questo però ci impedisce l'essenziale, l'unica cosa in grado di trasformare ogni spazio in un luogo sacro di vero incontro e ascolto.

«C'è un modo migliore per dire quello che voglio dire?», senza farci questa domanda, senza questo sforzo reciproco è impossibile tirare delle linee comuni e far fronte a una fase tra le più complesse. I conflitti, gli schieramenti, i protagonismi, le invidie, le frecciatine, le reazioni di pancia, il sarcasmo, l'avarizia [non solo materiale, penso all'incapacità di fare un complimento, di donarci, di dire una cosa bella anche se la pensiamo]. Tutte queste cose sono la nostra sconfitta personale e collettiva.

«I limiti della mia lingua significano i limiti del mio mondo» (Wittgenstein).

E allora, comincio dal piccolo, dandomi qualche piccola regola: non mettere mai una risata di scherno, non entrare mai nelle bacheche altrui se non sono capace di trasmettere un senso di interesse per l'altro, un bisogno sincero di comprensione reciproca. Rispondere a tutti, senza alimentare dinamiche divistiche. Tutti meritano una risposta, non solo quelli che noi percepiamo più utili, più potenti, più in grado di farci brillare. Lasciar sedimentare qualche giorno le cose che scrivo. Se serve, cancellare e riprovare, fino a raggiungere ciò che davvero è importante per me condividere. Così un «ma è mai possibile che...» può diventare un «vorrei tanto che...».

Il linguaggio cambia la realtà, una frase può distruggere o edificare. Dopo la comunicazione abbiamo energia in esubero o in perdita?

Ecco, per me la parola chiave è energia. Questa andrà dove noi la poggeremo; è allora fondamentale capire cosa vogliamo rinforzare.

Ma non si tratta solo di uno scambio insignificante tra due o più persone, si tratta di definire il mondo. Possiamo anche convincerci di star contrastando qualcuno ma se lo citiamo, ne parliamo, lo critichiamo con rabbia e risentimento lo stiamo ingrassando; di fatto aderiamo alla sua visione di mondo. «Non parteciperò mai a manifestazioni contro la guerra. Chiamatemi quando organizzerete una manifestazione per la Pace».

Non è un caso che il linguaggio politico e quello istituzionale rovescino ogni tentativo di bene nel male. Ogni discorso deve tornare nel loro alveo limitato, violento e emotivamente immaturo. «Il frasario dei media impone dovunque la sua miserabile norma», sempre Agamben. Così, ogni nostra istanza, per quanto in origine lodevole, diventa: comunista, fascista, politicamente corretta, politicamente scorretta, radicale chic, woke, femminista, maschilista, no vax, mainstream. Tutte formule usate per volgere verso il basso ogni tentativo di bene.

«Nemmeno stupisce che chi maneggia una simile lingua abbia perso ogni consapevolezza del rapporto fra lingua e verità [...]. La verità di cui qui parliamo non è solo la corrispondenza fra discorso e fatti, ma, ancor prima di questa, la memoria dell’apostrofe che il linguaggio rivolge al bambino che proferisce commosso le sue prime parole».

Ecco, cerchiamo di ricordare il candore di quella commozione, di ritrovare la fede in qualcosa. Perché in fondo credere a tutto e non credere a niente sono molto vicini...

E, allora, teniamo il timone ben saldo in mezzo a questa tempesta che non sembra voler finire e che tutti ci spaventa a morte, discernendo di volta in volta il buono che c'è in ogni istanza.

Il bene è sempre bene, anche se siamo affiancati dal demonio che si traveste usando le nostre stesse parole, che cerca di sfigurarlo. In quel caso sarà importante dire al demonio: io ti vedo, vedo il tuo tentativo di dividerci, di dividermi, e proprio perché ti vedo, proseguo nel cammino del bene e del vero.

Buon inizio di anno a tutti!


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