Un libro di martiri americani –
Joyce Carl Oates –
recensione a cura di Lilli Luini
Sono una lettrice di JCO da molti
anni, ormai non dovrebbe stupirmi più nulla. E invece questa donna
ultraottantenne riesce ancora a lasciarmi senza parole. Siamo di fronte.
Un’opera monumentale e assolutamente straordinaria, di cui non è facile
parlare.
Proviamo ad andare con ordine,
partendo dal titolo.
Luther Dunphy è un fervente
cristiano evangelico che vive in una cittadina dell’Ohio. Siamo nel 1999 e lì
ha sede una clinica in cui si praticano gli aborti. Ogni giorno, un drappello
di manifestanti pro-vita monta la guardia e accoglie con cartelli e slogan sia
le donne che vi si recano sia il medico responsabile, Gus Voorhees, e il
poliziotto che lo scorta.
Il libro si apre con una scena
agghiacciante: Luther uccide sia Gus che il poliziotto. La scena è raccontata
da lui stesso.
Fu il Signore a ordinarmelo.
Durante tutto ciò che accadde, fu la Sua mano a non esitare (…) Mio
adorato Signore, raccomando la mia anima a te. Se questa è la tua volontà, in
questo preciso momento verò ricongiunto a te nel cielo.
Luther si auto percepisce come un
martire per la causa. Ma lo stesso vale per il dottor Gus, che crede fermamente
nell’autodeterminazione delle donne, nella loro libertà di scelta e che per
questo mette a rischio la propria vita e quella della sua famiglia.
Naturalmente entrambi sono
percepiti come martiri dalle rispettive fazioni e così JCO mette in scena il
dramma dell’America, divisa su tutto, religione, politica, morale. E JCO lo
rappresenta attraverso le due famiglie, disintegrate dall’omicidio e dal
successivo processo. L’una povera e religiosa, l’altra colta e progressista, si
troveranno a fare per sempre i conti con quel mattino sul vialetto della
clinica. In particolare l’autrice segue le due figlie, Naomi e Dawn, le eredi
del disastro, entrambe in lotta, la prima con rabbia e dolore, la seconda con
la fede cieca in cui è cresciuta. Le seguiamo fino al 2012 e con la loro storia
attraversiamo quella dell’America. I personaggi sono molti, tutti straordinari:
non in senso intrinseco, ma per come sono raccontati. JCO non ti descrive
persone ed eventi, ti costringe a viverli dal di dentro. Dell’11 settembre
parla due volte: la prima in diretta, siamo sulle scale della scuola con Dawn,
le allieve terrorizzate, non sanno cosa sia accaduto ma gli insegnanti le stanno
mettendo in sicurezza. La seconda volta a raccontare quel giorno è la madre di
Gus, Madalena, con parole che ci trasportano lì a quella finestra sentendoci
attraversati non dalla paura o dall’orrore ma dallo sconcerto. Creso che
nessuno prima d’ora sia riuscito a descrivere in maniera più potente il
sentimento dei newyorkesi nel momento in cui tutto accadeva.
Che dire della scrittura di JCO? Come
sempre, ma qui più che mai, riesca ad alternare registri narrativi diversi, dal
monologo alla fredda prosa giudiziaria fino al sermone e il risultato è un coro
polifonico perfetto, che ci restituisce tutto, individuo, famiglia, società e
nazione. Un critico ha definito questo romanzo un’autopsia dell’anima nazionale
e forse è vero.
Io esco da queste oltre 800 con
un’ammirazione sconfinata per questa donna che riesce come nessuno a
emozionarmi, coinvolgermi, scioccarmi.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 2025

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