venerdì 26 aprile 2024

IL FIGLIO DEL PADRE

 




Il figlio del padre - Victor Del  Arbol -

recensione a cura di Lilli Luini


Non voglio ingannarti, tutto quello che hai sentito su di me, e anche quello che non hai sentito, è vero: ho sequestrato Martin Pearce, l’ho infilato nel bagagliaio della mia auto e ho guidato per più di mille chilometri fino alla Casa Grande. Una volta lì l’ho torturato per tre giorni e tre lunghe notti e l’11 novembre del 2010 l’ho ucciso sparandogli due volte in testa. Poi ho chiamato la polizia e mi sono seduto ad aspettare.

Comincia così, con la confessione di Diego Martín, questo romanzo contemporaneo spagnolo, ma non è un giallo e nemmeno un noir. Non solo, almeno, e non in senso classico. È piuttosto la storia di una famiglia sui cui componenti maschili pare gravare una maledizione che li conduce alla violenza, alla sopraffazione, all’incapacità di comunicare.

La storia si snoda su diversi piani narrativi che cronologicamente vanno dalla fine della guerra civile spagnola (1939) fino al 2010 e prende l’avvio con la morte di Antonio, padre di Diego. I due non si parlano da moltissimi anni ma è proprio a questo figlio ripudiato che l’uomo lascia la Casa Grande, cioè la casa di famiglia in una valle dell’Estremadura. Prendere contatto con i luoghi della sua infanzia e partecipare al funerale del padre per Diego significa riaprire ferite che credeva di aver curato.

L’autore, partendo dalla vicenda di Simon, nonno di Diego e padre di Antonio, ripercorre la storia di famiglia e la Storia spagnola, la guerra, gli anni del franchismo, la migrazione dalla campagna alla città, il difficile ritorno alla democrazia.

I Martin vivono in una regione povera, l’Estremadura, servi di una famiglia potente a cui solo asserviti in totale passività, che si riflette nella violenza che i padri e anche le madri sfogano sui figli.  Anche quando si ritrovano scacciati e senza mezzi di sostentamento, catapultati in una vita tutta da ricostruire, non trovano la strada per rimanere uniti.

Simon scaccia e rinnega Antonio, che a sua volta scaccia e rinnega Diego. Quest’ultimo però decide di prendere in mano la propria vita e rompere con il passato, ricostruendosi completamente e a prescindere dalla figura del padre. Ma la morte di quest’ultimo rompe l’equilibrio e la sua nuova vita comincia a sfaldarsi fino ad arrivare all’omicidio.

Il titolo evidenzia proprio il processo attraverso il quale Diego scopre di essere esattamente come quell’uomo da cui voleva distinguersi ed è nella sua dolorosa confessione che ne prende atto.

Non è un romanzo facile, esige concentrazione e questo è il suo punto debole: i piani narrativi sono diversi e i personaggi che si incontrano e si intersecano sono tanti.  Altro punto debole, per un lettore impaziente, è l’inizio, che può indurre a credere di trovarsi in un libro-diario scritto in prima persona con un solo punto di vista.

Non è affatto così, le note scritte da Diego nell’Unità di Valutazione Psichiatrica a beneficio dei suoi medici sono solo un fil rouge che unisce nel presente tutti gli accadimenti passati in un fiume impetuoso e appassionante che ti prende e ti porta via.

Perché, e qui arriviamo al punto forte, è un romanzo molto bello, scritto benissimo, pagine che ti accolgono e ti avvolgono. Secondo me, per essere apprezzato in pieno va letto senza troppo centellinare. Per dirla in parole più semplici: è un libro da leggere in due o tre giorni di relax, non due o tre pagine ogni sera perché si rischia di perdere il filo.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2022

 

 


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