lunedì 27 aprile 2026

CECITA'

 





Cecità - José Saramago -

recensione a cura di Alice Bassoli


Pubblicato nel 1995, è un’opera che sfrutta una situazione estrema e apparentemente fantastica per parlare della natura umana, della fragilità della civiltà e della sottile linea che separa ordine e barbarie. È un libro duro, a tratti sconvolgente, ma anche profondamente morale e filosofico. La vicenda comincia in una città senza nome, in un tempo non precisato, quando un uomo fermo al semaforo diventa improvvisamente cieco. Non precipita nel buio, come ci si aspetterebbe, ma in una luce lattiginosa, bianca e totale. È una cecità anomala, diversa da ogni malattia conosciuta. Nel giro di poco tempo il contagio si diffonde rapidamente. Perdono la vista la moglie del primo cieco, il ladro che gli aveva rubato l’auto, l’oculista che lo visita, i pazienti presenti nel suo studio e molte altre persone. Nessuno sa spiegare l’origine del fenomeno, né come fermarlo. Le autorità reagiscono con paura e brutalità. I primi contagiati vengono rinchiusi in un ex manicomio abbandonato, sorvegliati dai militari, isolati dal resto del mondo e lasciati quasi senza assistenza. In questo luogo degradato si raccoglie il nucleo centrale del romanzo. Tra loro ci sono il medico oculista, sua moglie, una ragazza con gli occhiali scuri, un vecchio con una benda nera, un bambino strabico e altri personaggi identificati non da nomi propri ma da caratteristiche fisiche o ruoli. È una scelta tipica di Saramago, che toglie identità individuali per rendere i personaggi simboli universali. La moglie del medico è l’unica persona che conserva la vista, ma finge di essere cieca per non separarsi dal marito e segue volontariamente gli internati nel manicomio. Diventa così testimone e coscienza morale dell’intera vicenda. Vede tutto ciò che gli altri non possono vedere: il degrado materiale, la sporcizia crescente, la fame, la paura, la perdita di dignità e la violenza che si diffonde. Nel manicomio, con il passare dei giorni, l’ordine crolla completamente. Mancano igiene, cibo e regole condivise. Alcuni internati più aggressivi prendono il controllo di un reparto, si impadroniscono delle razioni alimentari e iniziano a imporre ricatti e soprusi agli altri. Prima chiedono oggetti di valore, poi pretendono il corpo delle donne in cambio del cibo. È una delle parti più dure del romanzo, in cui Saramago mostra quanto rapidamente una società possa regredire quando vengono meno istituzioni, responsabilità e limiti morali. Il titolo allude ovviamente alla perdita fisica della vista, ma soprattutto a una cecità morale e spirituale già presente prima dell’epidemia. Uno dei grandi temi del romanzo è il rapporto tra civiltà e barbarie. Saramago suggerisce che l’ordine sociale è più fragile di quanto immaginiamo e che basta poco perché emerga il peggio dell’essere umano. Ma nello stesso tempo mostra che anche nelle condizioni più estreme restano possibili la compassione, l’aiuto reciproco e il senso morale. Per questo il libro non è solo cupo o pessimista. Dentro il disastro continua a esistere una possibilità di umanità.


genere: distopia

anno di pubblicazione: 1995

pagine: 288

editore: Feltrinelli







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